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Caldoro risana i conti ma la Sanità è scadente. L’idea delle macroregioni ha molti punti deboli

Da “la Repubblica” di giovedì 10 luglio 2014 di Giuseppe Ossorio

Il presidente della giunta regionale, Stefano Caldoro, la scorsa settimana, ha portato  a termine un contenzioso decennale con il ministero della Salute, per il finanziamento finora sottostimato del servizio sanitario in Campania. A distanza di poche ore, in una intervista a “La Stampa”,  ha lanciato  la  proposta di scioglimento delle Regioni per istituire macroregioni che “comprendano da 6 a 10 milioni di abitanti”. Il primo punto sinceramente non può che rallegrarci, anche perché certamente ci sarà un abbassamento del prelievo fiscale della Regione, che in Campania è al massimo. Sul secondo punto che possiamo dire, “vasto programma”.
Veniamo al primo punto: il presidente Caldoro ha vinto (gliene rendiamo merito) il braccio di ferro sul Patto della salute, che la Campania aveva avviato dieci anni fa senza riuscirci, con il ministero della Sanità e con i presidenti delle Regioni più virtuose, come il Veneto, che  ci accusavano di una spesa pubblica sanitaria senza freni. Il contenzioso di definirà giovedì prossimo e porterà 250 milioni in più alla sanità regionale. Il criterio dell’anzianità della popolazione  penalizzava la Campania. L’ironia è che l’Istat prevede nei prossimi venti anni l’invecchiamento della popolazione della Campania.
Siamo soddisfatti perché ricordiamo bene come e quando è iniziata questa querelle in sede di Conferenza Stato-Regioni. Il rientro forzato dell’enorme disavanzo finanziario nella sanità regionale ha consentito al presidente Caldoro di presentarsi in quella sede con un maggior atout. Il risultato contabile conseguito è stato apprezzato col riconoscimento di un maggior finanziamento dello Stato. Dobbiamo rilevare, però, che nella classifica delle Regioni per i Livelli essenziali di assistenza (Lea) la Campania è agli ultimi posti per la qualità delle prestazioni; senza parlare delle lunghe liste di attesa ospedaliere ed ambulatoriali e dei viaggi fuori regione per prestazioni sanitarie. Il Piano sanitario regionale non è riuscito a rendere complementari, vorremmo evidenziare al presidente Caldoro, il settore pubblico (ospedali e ambulatori) e quello privato  (cliniche e laboratori). E i tetti di spesa al settore privato risolvono  parzialmente solo  l’aspetto contabile.
A distanza di poche ore dall’annuncio del presidente della giunta regionale sulla revisione dei criteri di ripartizione della spesa sanitaria, in una intervista al quotidiano torinese Caldoro sollecita lo scioglimento delle Regioni, colpevoli di essere andate ben oltre le funzioni di pianificazione e programmazione previste dalla Costituzione. Egli propone la creazione di “macroregioni” “da 6 a 10 milioni di abitanti”. Una proposta giocata sul filo della provocazione intellettuale, che tuttavia nasce dalla profonda conoscenza che un uomo politico di lungo corso ha dei tempi e delle modalità delle riforme costituzionali.
Sul piano istituzionale la riflessione di Stefano Caldoro non fa una grinza: la Costituzione affida l’autonomia amministrativa ai Comuni e allo Stato - questo il ragionamento del presidente - mentre la riforma costituzionale registra solo timidi progressi. Bisognerebbe osare di più, secondo Caldoro. Ma come? Cambiando radicalmente l’articolo 131 della Carta, aggregando, appunto, macroregioni da 6 a 10 milioni di abitanti, e conferendo a queste nuove Istituzioni esclusivamente il ruolo di programmazione e “bilanci leggerissimi”.
Si dovrebbe, così, drenare un costo che annualmente incide sullo Stato per 20 miliardi di euro (senza considerarne altre 110 per la spesa sanitaria). Noi non siamo certi che lo scioglimento delle Regioni e la creazione di macroregioni consentirebbe un  cospicuo risparmio. Intendiamoci, le inefficienze e gli sperperi delle Regioni, dal Nord al Sud, non si contano. Ma si eliminerebbero veramente  creando delle macro istituzioni?
Senza tener conto che bisognerebbe azzerare e rendere omogenee le legislazioni delle Regioni da accorpare, insieme ai loro bilanci e ai servizi erogati. L’aggregazione di aree regionali si scontrerebbe con profonde diversità culturali, storiche ed economiche. Potrebbe la Puglia dialogare con la Calabria? E la Campania con l’Abruzzo? E, poi, come si potrebbe coniugare l’esigenza di un “bilancio leggerissimo” con la gestione di piattaforme logistiche, porti e interporti troppi e spesso in competizione tra loro all’interno di una stessa macroarea? E come evitare prevedibili sovrapposizioni e duplicazioni in settori quali il turismo e la stessa sanità? Senza contare la malavita organizza che in Campania, in Sicilia come in Puglia prende sempre più il sopravvento sullo Stato. “Vasto programma”, appunto.