Contenuto principale

Discutendo della sinistra

Il dibattito di Ugo La Malfa con Vittorio Foa a Firenze del 28 maggio 1966

Da Discutendo della sinistra

di Ugo La Malfa

Editori Riuniti 1999



Premessa
II terzo episodio del confronto fra le posizioni della sinistra democratica e quelle della sinistra di fondamento marxista si svolse a Firenze il 28 maggio 1966, al Palazzo di Parte Guelfa. Risultò meno polemico di quello romano e più specificatamente orientato all'analisi di problemi di natura economica e di teoria politica.

Il dibattito fu aperto dall'intervento di Foa che delineò le strade da battere per realizzare un sistema alternativo sia al modello capitalistico «puro» che a una sua versione «socialdemocratica». La questione di fondo risiedeva nello spostare gli interventi riformatori dai meccanismi di distribuzione del reddito al suo processo di formazione, alla scelta produttiva. Se infatti l'origine degli squilibri del sistema produttivo non poteva ascriversi alla distribuzione del reddito, non si sarebbe potuto porre rimedio a essi attraverso una politica redistributiva come la politica dei redditi. Quand'anche essa avesse prodotto effetti positivi, sarebbero stati meramente effimeri e di breve durata, in quanto non incidenti sulla fonte vera dello squilibrio sistemico del capitalismo. Da ciò discendeva che la lotta agli squilibri del sistema non poteva non essere una lotta contro il sistema stesso, una lotta anticapitalistica.
 
La Malfa rilevò, in sostanza, che a una pars destruens articolata non faceva seguito nell'analisi di Foa una altrettanto efficace pars co struens; e contrappose l'efficacia degli strumenti correttivi da lui suggeriti all'assenza di indicazioni circa gli interventi da concentrare sul cuore del sistema produttivo. Rilevò che l'impostazione di fondo della tesi di Foa era figlia della concezione marxista secondo cui non è possibile correggere gli squilibri del sistema capitalistico in quanto essi crescono con la crescita del capitalismo. Notò che se si ammette l'esistenza di una crescita articolata non si può contestualmente affermare che siano cresciuti anche gli squilibri, pur rimanendone molti da sanare. Il problema della sinistra marxista era dunque quello di non riuscire ad accettare un 'azione riformatrice graduale, da svolgersi giorno per giorno, senza dover aspettare una fatidica «ora X».
Di questo dibattito non si sono rinvenuti testi stenografici, e si ripubblica perciò, con aggiustamenti puramente formali, l'ampio resoconto di entrambi gli interventi comparso sulla Voce repubblicana del 30 maggio 1966.
 
Foa
II fatto che negli ultimi anni La Malfa abbia esercitato una forte pressione critica sulle impostazioni politiche e soprattutto economi-che della sinistra è «una salutare sollecitazione a una presa di coscienza dei gravi limiti attuali della sinistra italiana, ed anche europea. Il Psiup la cui stessa esistenza è una testimonianza del travaglio critico del socialismo italiano non può che apprezzare questo impegno politico. Naturalmente, i dissensi cominciano appena si passa dalla coscienza della crisi, all'analisi dell'indicazione delle terapie e alla identificazione delle forze capaci di superare le difficoltà. Ma insieme coi dissensi, entrando nel merito, emergono anche le linee di possibili costruzioni unitarie».
Il pensiero dell'on. La Malfa suscita interrogativi ed è possibile che il dissenso si trovi anche sulla premessa del discorso. Ma il punto centrale circa la necessità e possibilità di una politica socialista (e non illusoriamente socialdemocratica) sta nel fatto che non è possibile correggere gli squilibri, che crescono con la crescita del sistema capitalistico, soltanto con misure di distribuzione del reddito. E il processo di formazione del reddito che condiziona la distribuzione. Se voglio un risultato non illusorio devo agire sulla formazione del reddito, cioè sul punto nevralgico del sistema, la scelta produttiva. Si veda, fra gli altri, l'esempio della rendita edilizia, oggi inseparabile dal profitto dell'impresa di costruzione. Si veda il grande tema dello squilibrio territoriale, su cui il meridionalista La Malfa si è cosi impegnato. Dopo la liberazione i governi italiani hanno attuato imponenti misure di redistribuzione del reddito a favore del Sud, senza risultati apprezzabili di carattere perequativo perché la genesi dello squilibrio non sta nel Sud, ma nei centri di decisione d'investimento al Nord e all'estero.
Si vedano infine le critiche di La Malfa alla disorganizzazione dello Stato e alla corruzione: esse sono il frutto, non già del potere, ma della mancanza di potere, della irresponsabilità sostanziale dello Stato, relegato a compiti subalterni redistributivi, rispetto ai responsabili reali delle scelte, che però rispondono solo di fronte al mercato e al profitto.
La politica dei redditi, come tipica politica distributiva, quando anche fosse possibile, servirebbe solo a limitare temporaneamente alcuni effetti squilibranti, lasciando indisturbata, e quindi consolidata, la fonte degli squilibri. Ed è praticamente impossibile (oltreché di impossibile definizione teorica) perché il movimento operaio, anche nella sua parte meno consapevole, resiste all'attuale meccanismo di sviluppo e lo contesta (più o meno chiaramente), e rifiuta di subirlo. Le vicende inglesi, olandesi, tedesche sono illuminanti. Della politica dei redditi resta praticamente un solo elemento, la pressione antisindacale, il tentativo di offrire al sindacato una possibilità di negoziato a livello politico, che è illusoria nel momento in cui si toglie al sindacato la sua sola arma di pressione, il movimento rivendicativo.
Si dirà che la programmazione può intervenire nel processo reale dell'accumulazione e delle scelte. Questa è diventata purtroppo una posizione ideologica, tanto remota della programmazione reale di cui si discute quanto lo era l'ideologia corporativa dalla realtà economica del fascismo. Il controllo sui profitti (e non sui soli dividendi distribuiti, che hanno scarsa rilevanza economica nelle società industriali avanzate), sulla loro formazione e destinazione, ripropone il nodo del problema, la contrapposizione di linea socialista e capitalistica, di uno od altro modello di sviluppo. Vuol ciò significare che la programmazione è impossibile e che non resta che attendere (da chissà dove) il socialismo? Per nulla al mondo.
Ciò significa che dobbiamo sapere che la lotta contro gli squilibri sociali ed economici del sistema è una lotta contro il sistema, una lotta anticapitalista. È un impegno che tende a costruire giorno per giorno, soggettivamente (nelle coscienze) e oggettivamente (nei rapporti di forza) gli elementi costitutivi del socialismo, e a costruirli nella democrazia, cioè nella partecipazione. La contrapposizione non è fra impresa pubblica e impresa privata. L'impresa pubblica burocratizzata può comportarsi ancora peggio di una impresa privata. E quando noi sosteniamo la estensione del settore pubblico dell'economia, lo facciamo per costruire un terreno concreto su cui misurare la sfida fra i due criteri dello sviluppo: quello del massimo profitto aziendale e quello della massima efficienza del sistema. Questa è per noi la sola programmazione possibile e necessaria.
 
La Malfa
Sono grato del riconoscimento della utilità stimolante che hanno avuto i rilievi critici fatti alla sinistra italiana, e spero che da questo stimolo, e dai conseguibili dibattiti, esca una coscienza politica della sinistra più aderente alla realtà dei problemi del nostro tempo.
Sul merito dei problemi, mi permetto di ricordare a Foa che a non proporsi il rovesciamento rivoluzionario del meccanismo di sviluppo esistente è la stessa sinistra con la quale ho polemizzato. È il partito comunista che ha affermato, attraverso le dichiarazioni dei suoi massimi esponenti (Longo, Ingrao, Amendola) e attraverso i suoi documenti congressuali, che l'Italia del 1966 non è la Russia del 1917, e che ad essa va applicata una politica diversa da quella che il marxismo-leninismo applicò cinquant'anni fa a quel paese. Una forza di sinistra può partire o non partire da tale constatazione, anche se, quando essa la neghi, si colloca nel mondo delle costruzioni che non hanno nessun aggancio alla realtà. Ma quando essa parte da tale constatazione, non può che tranne tutte le conseguenze: non può certo rimanere a mezza strada, come molta sinistra italiana mostra di volere rimanere.
D'altra parte, che cosa mai vuol dire riconoscere che la società italiana del 1966 non è la Russia del 1917, se non ammettere che si tratta di una società infinitamente più articolata, con un meccanismo di sviluppo assai complesso, che si può modificare, riformare profondamente, ma non rovesciare? La conseguenza circa la non rovesciabilità totale del meccanismo di sviluppo, non è affermata da me, ma da coloro stessi che dichiarano di operare in una società infinitamente più articolata della società russa arretrata e depressa del 1917. Mi limito a ricordare alle sinistre, che bisogna saper trarre tutte le conseguenze che logicamente discendono dalla premessa. Da qui le mie critiche ai comunisti: perché l'azione rivendicativa e le riforme da essi proposte contraddirebbero alle premesse, e finirebbero col far franare il meccanismo di sviluppo, senza ottenerne né la riforma, né il rovesciamento rivoluzionario, che è la tipica posizione - dispiace dirlo - di una sinistra puramente massimalista.
Foa si domanda perché le strutture democratiche dovrebbero essere inseparabili dall'attuale meccanismo di sviluppo. Ma anche qui, non sono io a fare questa constatazione, ma è la stessa sinistra con la io dissento. Sia il comunismo italiano, sia il comunismo francese, attraverso le recenti affermazioni di Waldeck-Rochet, dichiarano di accettare e rispettare il pluralismo dei partiti, ma questa accettazione non può che discendere dalla constatazione, del resto di natura prettamente marxista, che la pluralità dei partiti discende dal meccanismo stesso di sviluppo. Fatta questa constatazione, i comunisti però continuano a postulare una «ora x» nella quale la rappresentanza delle forze contrarie al socialismo debba di forza cessare. Ma in un meccanismo di sviluppo, che è continuamente riformato, e perciò non può mai essere completamente rovesciato, esiste questa «ora x ». Fu questo il particolare oggetto della domanda posta ad Amen-dola nel dibattito dell'Eur, e alla quale l'esponente comunista non rispose affatto.
Foa si domanda se il meccanismo di sviluppo si identifica col sistema di priorità; o non si identifichi piuttosto col modo di produzione, o col criterio che presiede lo sviluppo, cioè il criterio del profitto d'impresa o dell'efficienza aziendale. Se il meccanismo di sviluppo non fosse soggetto, da alcuni decenni a questa parte, in misura più o meno intensa, a un'opera riformatrice di sinistra, se esso non fosse oggetto oggi di una considerazione critica nel quadro di una politica di programmazione, allora, certo, esso potrebbe essere quello che Foa sospetta: l'espressione di un semplice rapporto di produzione, del criterio del profìt di impresa. Ma, appunto, da gran tempo non è così, il meccanismo di sviluppo non è tale.
In contrapposizione con questa constatazione di ordine storico, Foa torna alla vecchia concezione marxista e afferma che non è possibile correggere gli squilibri che crescono con la crescita del sistema capitalistico. Siamo cosi di nuovo al punto di partenza. Se affermiamo che esiste ormai una società articolata, neghiamo che si siano accresciuti gli squilibri, anche se molti ne rimangono ancora da sanare. Se il sistema capitalistico crescesse e con la sua crescita aumentassero gli squilibri, saremmo nella situazione ipotizzata da Marx. E invece non lo siamo.
Del resto, si può affermare che i meccanismi di sviluppo più avanzati, e che hanno subito una lunga opera di riforma, siano semplici meccanismi di sviluppo capitalistici? I meccanismi di sviluppo delle società scandinave, sui quali ha operato un'incessante opera di riforma di forze di sinistra, sono tipici meccanismi di sviluppo capitalistici o non sono qualche cosa di diverso, fra il carattere dei meccanismi di sviluppo di una società socialista dell'Oriente e quelli della società francese o italiana?
Foa prospetta infine una contestazione totale del meccanismo di sviluppo attuale e un rovesciamento del sistema, che non sa però, poi, come attuare. Tanto che, alla domanda che egli pone a se stesso, se non resti da attendere (da chissà dove) il socialismo, contrappone
un impegno a costruire giorno per giorno, soggettivamente e ogget-tivamente, il socialismo, e a costruirlo nella democrazia, cioè nella partecipazione. Ma l'impegno alla lotta giorno per giorno, è la lotta per la riforma del meccanismo di sviluppo, non per il suo rovesciamento: è la lotta per un progresso tendenzialmente infinito di sinistra, non la lotta per una «ora x» che dovrebbe scoccare sul quadrante della storia.
Il guaio di una certa sinistra attuale è che essa non vuole lottare giorno per giorno, proprio perché crede di dover aspettare «un'ora x» che non sa in qualche momento storicamente collocare. E invece, un certo senso, costruirebbe quella «ora x» giorno per giorno, se oggi essa sapesse bene lottare ed efficacemente operare sul meccanismo di sviluppo, con spirito concretamente riformatore e innovatore.

 

 

 

Editoriale di Francesco Compagna - "Nord e Sud", numero 200 - luglio 1971

Editoriale di Nord e Sud – numero 200 – luglio 1971

Di Francesco Compagna

Quando cominciammo a pubblicare «Nord e Sud» ci proponevamo di approfondire ed aggiornare la conoscenza della realtà,meridionale del nostro paese, nelle sue uniformità, nelle sue varietà, nel suo immobilismo tradizionale e nelle modificazioniche fin d'allora avevano cominciato ad investirla: “la nostra rivista — scrivevamo nell'editoriale del dicembre 1954, numero1 di «Nord e Sud» — si propone appunto di contribuire alla valutazione dei nuovi dati della realtà meridionale e di esercitare una pressione costante per adeguare a questi dati l'orientamento dei governi, dei partiti, della stampa, deigruppi qualificati di pubblica opinione”.
Giudichino i lettori fino a che punto abbiamo saputo far fronte al compito che ci eravamo proposti; e giudichino, altresì, se siamo riusciti a portarci e a restare all'altezza “di quella tradizione di cultura meridionale che storicamente si è realizzata soprattutto come tramite fra la moderna coscienza civile dell'Europa e l'arretratezza della società meridionale”;di quella tradizione liberale, “la sola tradizione di cui l'Italia meridionale possa trarre intero vanto”, alla quale ci siamo sempre riferiti, per tradurne sul terreno politico “la continuità e la vitalità”. Noi ci sottoponiamo con serenità a questo giudizio, perché riteniamo di essere stati coerenti: coerenti soprattutto con il nostro impegno anticonformistico,fatto valere polemicamente sia contro il conformismo di destra, che è stato dilagante negli anni '50 e nella prima metà degli anni '60, e che potrebbe tornare a manifestarsi con invadenza negli anni '70, sia contro il conformismo di sinistra, che ha contaminato negli ultimi anni quello spirito critico che dovrebbe essere il connotato permanente della sinistra, e che comunque è l'orgoglio della sinistra seria e politicamente responsabile, quale che sia la sua specifica matrice etico-culturale, crociana, salveminiana o gramsciana.
D'altra parte, a questo giudizio dei nostri lettori, noi ci sottoponiamo nel momento in cui ci è consentita la constatazione di aver pubblicato duecento numeri della rivista. Ed è certo motivo di intima e legìttima soddisfazione, per i fondatori di una rivista, poter constatare che alcuni dei collaboratori e parecchi dei lettori frequentavano ancora la scuola elementare quando, fra molte speranze ad altrettante apprensioni, essi, i fondatori, riuscirono a pubblicare il primo numero.
Si sono voluti ricordare i fondatori perché due di essi sono presenti soltanto nella nostra memoria con ricordi incancellabili l'uno di essi non ha visto pubblicato il numero 100 e l'altro non vede pubblicato il numero 200; ma senza l'uno e senza l'altro, “Nord e Sud” non sarebbe nata e non sarebbe cresciuta; e senza di loro è stato ed è molto difficile tenersi all'altezza della dignità culturale e pubblicistica che la rivista aveva raggiunto quando poteva avvalersi di contributi come quelli che le assicuravano Renato Giordano e Vittorio de Caprariis.
Con i fondatori, nel momento in cui pubblichiamo il duecentesimo numero di “Nord e Sud”, vogliamo ricordare con gratitudinetre amici che ci sono stati sempre molto vicini: Ugo La Malfa, che ha, per così dire, tenuto a battesimo la nostra rivista (e non solo quando ha scritto l'articolo di fondo del primo numero, ma prima, quando disse a Raffaele Mattioli, che a sua volta lo disse ad Arnoldo Mondadori: “questa rivista s'ha da fare”); Aldo Garosci che, così come ci ha elargito preziosi consigli, non ci ha risparmiato i suoi sempre intelligenti rilievi critici (e degli uni conte degli altrie è testimonianza eloquente l'articolo che pubblicammo proprio nel numero doppio che commemorava Vittorio de Caprariis, un anno dopo la sua scomparsa);Manlio Rossi Doria, che dai lontani giorni del 1945 ha insegnato a noi come “dipanare” quello che Guido Dorso chiamò «il mitico filo d'Arianna della questione meridionale» e che poi, anno dopo anno, lo ha «dipanato» insieme a noi, mai facendoci mancare il suo contributo di scritti, di idee e più ancora di sentimenti.
Né ci si stupisca che questi tre nomi richiamino oggi tre partiti politici della maggioranza democratica di centro-sinistra: sono quei partiti che insieme, e sia pure in una controllata concordia discors, dovrebbero assicurare sul versante laico l'equilibrio democratico e che comunque, sommandosi, danno luogo alla massima consistenza possibile della componente laica di questo equilibrio; e sono tre nomi che ritornano tutti nella cronaca e nella storia del Partito d'Azione come nei sommari del «Mondo» di Mario Pannunzio. Ecco: “Nord e Sud” ha sempre riconosciuto nel Partito d'Azione un suo fondamentale punto di riferimento, come sempre riconosciuto nel “Mondo” di Pannunzio; ed ha sempre sentito il problema dell'equilibrio politico in Italia come problema di equilibrio fra la componente laica e la componente cattolica dello schieramento democratico, adoperandosi per l’unita d’azione fra i laici e contro le divisioni che troppo spesso e troppo dolorosamente l’hanno insidiata o addirittura compromessa.
Perciò, quando abbiamo deciso di dare al nostro duecentesimonumero un'impostazione che valesse, per così dire, a ricordare, se non a celebrare, la nostra anzianità, e proprio pensando ai più giovani fra i nostri collaboratori e lettori, abbiamo scelto i nomi di LaMalfa, di Garosci, di Rossi Doria, per aprirne il sommario. Ed accanto a questi nomi, abbiamo naturalmente collocato quelli dei due, fondatori: un articolo di Renato Giordano su Guido Dorso ed un articolo di Vittorio de Caprariis su Francesco De Sanctis: due articoli che dicono molto, proprio se si accostano i nomi degli autori rispettivamente a quello di Dorso (del quale Renato Giordano, giovanissimo, fu segretario di redazione) ed a quello di De Sanctis (le cui opere de Caprariis aveva frequentato molto intensamente quando aveva scritto il suo libro su Guicciardini).
A completamento di questo sommario del nostro duecentesimo fascicolo, abbiamo quindi scelto contributi che alla rivista hanno dato Nello Ajello, Giuseppe Ciranna, Rosellina Balbi. Nello Ajello, oggi vicedirettore dell'“Espresso”, è stato il primo redattore-capo di “Nord e Sud” e, quando emigrò al Nord, fu Giuseppe Ciranna, venuto da Potenza, a succedergli. Da quando Ciranna si è trasferito a Roma, dove dirige le “Edizioni della Voce", è infine Rosellina Balbi che regge il peso redazionale della rivista, aggravato negli ultimi tempi dalle assenze del direttore ed alleviato dalla soddisfazione di veder continuata ed arricchita una funzione etico-politica che consiste anche, se non soprattutto, nel cercare nuovi “talenti” e lanciare nuove «firme».
A questo proposito, alcuni anni or sono, in una “autobiografia” della rivista, scritta dal direttore e dal condirettore(Francesco Compagna e Giuseppe Galasso, Autobiografia di “Nord e Sud”, gennaio 1967), scrivevamo che con giovani e nuovi amici avremmo tentato di “continuare”. Ci siamo riusciti e tocchiamo ora il traguardo del duecentesimo numero; e più che mai contiamo di poter andare anche oltre questo traguardo, grazie ai nuovi talenti, grazie alle nuove firme. Ma sempre ancorati saldamente alla collocazione politico-culturale che abbiamo scelto e definito nel dicembre del 1954: alla confluenza dei due grandi filoni che hanno concorso a qualificare ed a nobilitare la moderna cultura politica in Italia; alla confluenza, cioè,del filone che da Francesco De Sanctis conduce a Benedetto Croce con il filone che da Carlo Cattaneo conduce a Gaetano Salvemini.

 

 

 

Editoriale di Nord e Sud

di Francesco Compagna - "Nord e Sud", numero 200 - luglio 1971
 
Quando cominciammo a pubblicare «Nord e Sud» ci proponevamo di approfondire ed aggiornare la conoscenza della realtà,meridionale del nostro paese, nelle sue uniformità, nelle sue varietà, nel suo immobilismo tradizionale e nelle modificazioniche fin d'allora avevano cominciato ad investirla: “la nostra rivista — scrivevamo nell'editoriale del dicembre 1954, numero1 di «Nord e Sud» — si propone appunto di contribuire alla valutazione dei nuovi dati della realtà meridionale e di esercitare una pressione costante per adeguare a questi dati l'orientamento dei governi, dei partiti, della stampa, deigruppi qualificati di pubblica opinione”.
Giudichino i lettori fino a che punto abbiamo saputo far fronte al compito che ci eravamo proposti; e giudichino, altresì, se siamo riusciti a portarci e a restare all'altezza “di quella tradizione di cultura meridionale che storicamente si è realizzata soprattutto come tramite fra la moderna coscienza civile dell'Europa e l'arretratezza della società meridionale”;di quella tradizione liberale, “la sola tradizione di cui l'Italia meridionale possa trarre intero vanto”, alla quale ci siamo sempre riferiti, per tradurne sul terreno politico “la continuità e la vitalità”. Noi ci sottoponiamo con serenità a questo giudizio, perché riteniamo di essere stati coerenti: coerenti soprattutto con il nostro impegno anticonformistico,fatto valere polemicamente sia contro il conformismo di destra, che è stato dilagante negli anni '50 e nella prima metà degli anni '60, e che potrebbe tornare a manifestarsi con invadenza negli anni '70, sia contro il conformismo di sinistra, che ha contaminato negli ultimi anni quello spirito critico che dovrebbe essere il connotato permanente della sinistra, e che comunque è l'orgoglio della sinistra seria e politicamente responsabile, quale che sia la sua specifica matrice etico-culturale, crociana, salveminiana o gramsciana.
D'altra parte, a questo giudizio dei nostri lettori, noi ci sottoponiamo nel momento in cui ci è consentita la constatazione di aver pubblicato duecento numeri della rivista. Ed è certo motivo di intima e legìttima soddisfazione, per i fondatori di una rivista, poter constatare che alcuni dei collaboratori e parecchi dei lettori frequentavano ancora la scuola elementare quando, fra molte speranze ad altrettante apprensioni, essi, i fondatori, riuscirono a pubblicare il primo numero.
Si sono voluti ricordare i fondatori perché due di essi sono presenti soltanto nella nostra memoria con ricordi incancellabili l'uno di essi non ha visto pubblicato il numero 100 e l'altro non vede pubblicato il numero 200; ma senza l'uno e senza l'altro, “Nord e Sud” non sarebbe nata e non sarebbe cresciuta; e senza di loro è stato ed è molto difficile tenersi all'altezza della dignità culturale e pubblicistica che la rivista aveva raggiunto quando poteva avvalersi di contributi come quelli che le assicuravano Renato Giordano e Vittorio de Caprariis.
Con i fondatori, nel momento in cui pubblichiamo il duecentesimo numero di “Nord e Sud”, vogliamo ricordare con gratitudinetre amici che ci sono stati sempre molto vicini: Ugo La Malfa, che ha, per così dire, tenuto a battesimo la nostra rivista (e non solo quando ha scritto l'articolo di fondo del primo numero, ma prima, quando disse a Raffaele Mattioli, che a sua volta lo disse ad Arnoldo Mondadori: “questa rivista s'ha da fare”); Aldo Garosci che, così come ci ha elargito preziosi consigli, non ci ha risparmiato i suoi sempre intelligenti rilievi critici (e degli uni conte degli altrie è testimonianza eloquente l'articolo che pubblicammo proprio nel numero doppio che commemorava Vittorio de Caprariis, un anno dopo la sua scomparsa);Manlio Rossi Doria, che dai lontani giorni del 1945 ha insegnato a noi come “dipanare” quello che Guido Dorso chiamò «il mitico filo d'Arianna della questione meridionale» e che poi, anno dopo anno, lo ha «dipanato» insieme a noi, mai facendoci mancare il suo contributo di scritti, di idee e più ancora di sentimenti.
Né ci si stupisca che questi tre nomi richiamino oggi tre partiti politici della maggioranza democratica di centro-sinistra: sono quei partiti che insieme, e sia pure in una controllata concordia discors, dovrebbero assicurare sul versante laico l'equilibrio democratico e che comunque, sommandosi, danno luogo alla massima consistenza possibile della componente laica di questo equilibrio; e sono tre nomi che ritornano tutti nella cronaca e nella storia del Partito d'Azione come nei sommari del «Mondo» di Mario Pannunzio. Ecco: “Nord e Sud” ha sempre riconosciuto nel Partito d'Azione un suo fondamentale punto di riferimento, come sempre riconosciuto nel “Mondo” di Pannunzio; ed ha sempre sentito il problema dell'equilibrio politico in Italia come problema di equilibrio fra la componente laica e la componente cattolica dello schieramento democratico, adoperandosi per l’unita d’azione fra i laici e contro le divisioni che troppo spesso e troppo dolorosamente l’hanno insidiata o addirittura compromessa.
Perciò, quando abbiamo deciso di dare al nostro duecentesimonumero un'impostazione che valesse, per così dire, a ricordare, se non a celebrare, la nostra anzianità, e proprio pensando ai più giovani fra i nostri collaboratori e lettori, abbiamo scelto i nomi di LaMalfa, di Garosci, di Rossi Doria, per aprirne il sommario. Ed accanto a questi nomi, abbiamo naturalmente collocato quelli dei due, fondatori: un articolo di Renato Giordano su Guido Dorso ed un articolo di Vittorio de Caprariis su Francesco De Sanctis: due articoli che dicono molto, proprio se si accostano i nomi degli autori rispettivamente a quello di Dorso (del quale Renato Giordano, giovanissimo, fu segretario di redazione) ed a quello di De Sanctis (le cui opere de Caprariis aveva frequentato molto intensamente quando aveva scritto il suo libro su Guicciardini).
A completamento di questo sommario del nostro duecentesimo fascicolo, abbiamo quindi scelto contributi che alla rivista hanno dato Nello Ajello, Giuseppe Ciranna, Rosellina Balbi. Nello Ajello, oggi vicedirettore dell'“Espresso”, è stato il primo redattore-capo di “Nord e Sud” e, quando emigrò al Nord, fu Giuseppe Ciranna, venuto da Potenza, a succedergli. Da quando Ciranna si è trasferito a Roma, dove dirige le “Edizioni della Voce", è infine Rosellina Balbi che regge il peso redazionale della rivista, aggravato negli ultimi tempi dalle assenze del direttore ed alleviato dalla soddisfazione di veder continuata ed arricchita una funzione etico-politica che consiste anche, se non soprattutto, nel cercare nuovi “talenti” e lanciare nuove «firme».
A questo proposito, alcuni anni or sono, in una “autobiografia” della rivista, scritta dal direttore e dal condirettore (Francesco Compagna e Giuseppe Galasso, Autobiografia di “Nord e Sud”, gennaio 1967), scrivevamo che con giovani e nuovi amici avremmo tentato di “continuare”. Ci siamo riusciti e tocchiamo ora il traguardo del duecentesimo numero; e più che mai contiamo di poter andare anche oltre questo traguardo, grazie ai nuovi talenti, grazie alle nuove firme. Ma sempre ancorati saldamente alla collocazione politico-culturale che abbiamo scelto e definito nel dicembre del 1954: alla confluenza dei due grandi filoni che hanno concorso a qualificare ed a nobilitare la moderna cultura politica in Italia; alla confluenza, cioè,del filone che da Francesco De Sanctis conduce a Benedetto Croce con il filone che da Carlo Cattaneo conduce a Gaetano Salvemini.

Mezzogiorno nell'Occidente

Di Ugo La MalfaNord e Sud, dicembre 1954

Si riporta integralmente l’articolo che Ugo La Malfa scrisse per il numero 1 di “Nord e Sud” nel dicembre 1954.

Francesco Compagna volle iniziare la pubblicazione della rivista, che si concluse nel 1982, con l’articolo di Ugo la Malfa che impostava la linea meridionalistica di “Nord e Sud”.
 
Che cosa è questo problema del Mezzogiorno, questa drammatica insufficienza del Mezzogiorno, questo sforzo del Mezzogiorno di uscire dalla sua stagnazione, se non il problema che i giovani intellettuali meridionali portano nel loro spirito, hanno vissuto fin dal loro primo affacciarsi ad una vita consapevole? Non intendo con ciò dire che altri non avvertano il problema, che i contadini, che la piccola borghesia, che gli eterni disoccupati e gli eterni derelitti del Mezzogiorno, non siano martoriati da quei problemi e da quella sofferenza, non siano essi i protagonisti del dramma. Intendo soltanto dire che la qualità di intellettuale ha servito a rendere spieta-tamente chiari i termini del problema, a farli entrare in tutti i dominii della vita spirituale, oltre che economica e sociale. E se, qualche volta, i giovani intellettuali del Mezzogiorno possono “nordicizzarsi” ed emigrare, partecipare cioè ad una diversa condizione di vita, essi non potranno mai dimenticare le caratteristiche, singolari condizioni ambientali nelle quali sono cresciuti.
Da questo punto di vista, la qualifica, la parola “meridionale” ha un senso ben preciso. Essa definisce una particolare condizione di vita, una maniera di essere di alcuni milioni di italiani; essa presuppone un particolare stadio di civilizzazione umana e, per ciò, stesso, un confronto ed un paragone. Quando oggi noi parliamo, con linguaggio ultramoderno, di aree depresse o di zone arretrate o sottosviluppate, esprimiamo molto di meno, e di più generico, di quel che il termine “meridionale” esprima. Poiché aree depresse o zone ad economia arretrata o sottosviluppata possono considerarsi l'India o l'Egitto, la Cina o il Messico o non so quanti altri paesi, ma manca a tali vasti territori una condizione che appartiene più propriamente al Mezzogiorno d'Italia: l'essere cioè questa un'area sottosviluppata o di depressione, nell'ambito di una civiltà nazionale e internazionale caratteristica dei paesi dell'Europa occidentale. Noi possiamo parlare dell'India o dell'Egitto, come di paesi al di fuori della storia interna dell'Europa; non possiamo parlare della Sicilia o dell'Abruzzo, della Campania o delle Puglie nello stesso senso. Il Mezzogiorno ha partecipato al moto civile e culturale dell'Europa occidentale, anche se non gode oggi delle condizioni eco-nomiche e sociali, morali e culturali, di questa più vasta area. E in ciò non può essere interamente assimilato alla Jugoslavia o alla Turchia, come ha fatto, nel suo rapporto, la Commissione Economica per l'Europa ', tanto meno all'Egitto o all'India; bensì può dividere la sua drammatica singolarità con la sola Spagna o, con riguardo a un'età che è ormai troppo storicamente lontana per caratterizzare problemi attuali, con la Grecia.
Ma se Mezzogiorno non vuoi dire soltanto area depressa e sottosviluppata, ma vuoi dire area depressa e sottosviluppata nell'ambito di una storia e di una civiltà delle quali si è fatto diretta parte, per comprendere il Mezzogiorno è essenziale non trascurare questa peculiarità. Il Mezzogiorno non può, a differenza di tante altre regioni, avere l'onore e l'onere di una civiltà autonoma, distinta dalla civiltà della quale fa parte storicamente. L'India può attuare i progressi tecnici, economici e sociali della civiltà europea e rimanere India, così la Cina, e così, per molti versi, la Russia. Ma così non può essere per il Mezzogiorno italiano. D'altra parte in tutti i paesi che oggi si pongono, in termini di attualità, il problema della realizzazione di un tipo di civiltà “non arretrata”, qual'è ad esempio la civiltà occidentale europea, vi è un elemento di orgoglio nazionale e di emulazione insieme. Essi intendono conseguire la modernità della loro vita economica, sociale e culturale, così come l'Europa occidentale ha saputo conseguirla, ma vogliono nello stesso tempo contrapporre una loro civiltà a quella civiltà (è soprattutto la tesi comunistico-nazionalistica dei paesi orientali); hanno insomma l'obiettivo della emulazione e della contrapposizione insieme. Il Mezzogiorno non è in questa condizione. Esso è l'Occidente senza le condizioni economiche, sociali, culturali che caratterizzano l'Occidente. Esso non è un Oriente occidentalizzato:   è un Occidente orientalizzato.
Questo elemento caratteristico del Mezzogiorno, questo essere il Mezzogiorno un Occidente decaduto, è stato sempre chiaro ed univoco nella coscienza più avanzata del Mezzogiorno. Si può dire che tutta la storia politica sociale e culturale del Mezzogiorno ha visto contrapporsi una coscienza moderna occidentale allo stato di arretratezza generale del paese, alla ignoranza e all'oppressione dei ceti più ricchi, al clientelismo e al provincialismo delle organizzazioni politiche, economiche e sociali locali. L'opera delle minoranze meridionali ha potuto avere maggiore o minore successo (dal Risorgimento in poi essa ha avuto, per lo meno, il merito di aver posto il problema all'attenzione dell'Italia), ha potuto essere più o meno feconda, ma essa era univoca nel suo indirizzo, ed era univoca perché tutta la storia del Mezzogiorno si lega ad una esperienza occidentale. E del resto, in un campo specifico, come quello culturale, questa capacità del Mezzogiorno di legarsi all'Occidente ha raggiunto le forme più alte e più impegnative. Il crocianesimo, come fenomeno di grandissima cultura, non rapsodico, non occasionale, ma frutto di lunga tradizione e maturazione, è lì a testimoniare una capacità di circolazione occidentale ed europea del Mezzogiorno che, se non rispecchia direttamente la vita dei contadini meridionali, come rilevano alcuni dogmatici censori, rispecchia una maniera di essere della vita meridionale che non può essere né trascurata, né sottovalutata.
Si è affermato di recente che l'opera di queste minoranze è stata economicamente e socialmente improduttiva, che la democrazia politica, ideale dell'Occidente, non ha saputo dare nulla al Mezzogiorno. Da Matteo Renato Imbriani a De Viti De Marco, da Giustino Fortunato a Salvemini, a Dorso, il pensiero democratico meridionale si è battuto sul terreno delle idee, della conoscenza spregiudicata e profonda dei problemi meridionali, ma non ha organizzato né forze, né soluzioni organiche dei problemi. La democrazia giolittiana non è stata influenzata dall'azione di queste minoranze, che anzi sono state osteggiate da quella o l'hanno osteggiata; e tanto meno ne è stato influenzato il fascismo. È su questa aspirazione mancata, su questa volontà tesa del Mezzogiorno culturale verso l'Occidente, non realizzata sul terreno economico e sociale, che si è inserito il grande tentativo comunista. Il comunismo ha avuto il merito, nel Mezzogiorno, di rendere politicamente attivi molti strati sociali tra i più miseri e sprovveduti, di sapere dar loro un'organizzazione, di sottrarli all'oppressione, al clientelismo, al provincialismo, alla corruzione.
Ma il limite obiettivo al comunismo, la sua reale difficoltà di conquista della vita italiana è dato, anche nel Mezzogiorno, anche nella desolazione economica e sociale della vita meridionale, dall'esistenza di una tradizione storica e culturale di carattere occidentale. In altre parole, se il comunismo, come propagazione di una dottrina e di una esperienza proprie di un grande paese orientale, trova il suo limite obiettivo nelle condizioni di civiltà della Valle Padana e di altre zone d'Italia (e questo consente a scrupolosi osservatori di parlare di una saturazione del movimento comunista nel Nord e nel Centro d'Italia) e nella struttura, quindi, prevalentemente occidentale di quell'economia, un analogo limite esso trova nel Mezzogiorno, anche se l'ambiente economico è qui più arretrato e alcune condizioni più favorevoli. E lo trova, ripeto, o dovrebbe trovarlo, perché anche nel misero, nell'arretrato, nell'incolto, nel feudale Mezzogiorno, l'Occidente ed il suo spirito di libertà, la sua cultura, i suoi ordinamenti economici e sociali sono prepresenti, almeno come termini di paragone. Il contadino meridionale non è il mugik, anche se misero ed oppresso come quello.
Del resto, la stessa celebre tesi gramsciana, sulla quale si fonda l'azione ideologica e politica del comunismo, la tesi secondo cui il rinnovamento della società scaturirà dall'incontro e dall'unione degli operai del Nord e dei contadini del Sud, mostra nei confronti, oltre che del Nord, del Mezzogiorno, la sua astrattezza dogmatica e il suo semplicismo schematico. La struttura economica, sociale, culturale dei paesi dell'Occidente è troppo complessa perché si adatti allo schema operaistico con il quale Gramsci vede la realtà del Settentrione d'Italia. La differenziazione dei ceti, il relativamente alto livello di vita di alcuni operai, l'articolazione della vita sociale nelle stesse campagne, costituiscono il limite all'espansione comunista, che più sopra abbiamo individuato. Ma quando si passa al Mezzogiorno, la distanza dal Nord, malgrado sia ancora troppo grande per assicurare una stabilità politica e sociale, è tuttavia troppo piccola perché elementi di confronto e di paragone non esistano, e perché la tesi strettamente classista conservi la sua validità in confronto ad altre valutazioni ben più complesse e ricche. Il contadino del Sud, e non solo il contadino, ma l'artigiano, l'operaio, il piccolo borghese, sentono istintivamente che l'operaio del Nord vive, proprio come operaio, in una condizione, in un ambiente, in una possibilità che non sono i loro ed ai quali essi aspirano. Mezzogiorno e Piemonte non sono sullo stesso piano, anche pensando ai soli operai della Fiat; e il Mezzogiorno aspira, in primo luogo, a diventare Piemonte. E Palmiro Togliatti, per dare una qualche validità allo schema gramsciano, ha dovuto inventare, nel suo discorso di Napoli del 30 maggio scorso2, la stagnazione generale della vita economica milanese per vedere cominciare ad affiorare qualche “elemento di somiglianzà fra due condizioni italiane (Nord e Sud) profondamente diverse”. Ma non si possono certo ridurre le condizioni di Milano alle condizioni di Napoli, per assicurare allo schema gramsciano una validità dottrinaria e alla rivoluzione comunista probabilità di attuarsi.
Dunque il comunismo incontra o dovrebbe incontrare il suo limite anche nei riguardi di una struttura economica e sociale arretrata, ma di una civiltà storica ricca, quale è quella del Mezzogiorno. Ma limite fino a quando e rispetto a quali forze? Non certo rispetto alle forze tradizionali, clientelistiche, paternalistiche o addirittura oppressive e reazionarie del Mezzogiorno; non certo rispetto alle minoranze intellettuali eroiche, che hanno arricchito la vita culturale del Mezzogiorno, ma sono rimaste isolate ai fini delle realizzazioni pratiche. Il limite all'azione comunista nel Mezzogiorno d'Italia, come in tutta l'Europa occidentale, può essere segnato dai postulati ideali, dalla capacità di azione, dalle concrete realizzazioni di una democrazia moderna. Se il comunismo ha avuto partita vinta rispetto a tutte le forme di reazione sociale e fascistica, rispetto a tutte le manifestazioni della democrazia formale, esso dovrebbe avere compito ben più difficile rispetto alle manifestazioni della democrazia moderna, che nel mondo occidentale sono espresse dal new dealismo rooseveltiano o dalle realizzazioni laburistiche e dal socialismo di marca scandinava. Questa è l'alternativa della quale abbiamo avuto scarsa consapevolezza in questi anni, della quale bisognerà avere piena consapevolezza domani.
Così la lotta fra democrazia moderna e comunismo, lotta che non è soltanto contrapposizione, e anzi importa poco che lo sia, ma emulazione fra due ideali, fra due visioni del mondo, fra due forme di civiltà, ha la sua validità anche per l'Italia meridionale, anche per il misero, per l'arretrato, per il feudale e, nello stesso tempo, per il civilissimo Mezzogiorno.
Ma se comunismo e democrazia moderna si scontrano e debbono scontrarsi più che altrove nel Mezzogiorno, quali sono le armi della seconda in confronto ai miti formidabili agitati dal primo? In questo campo tutto il processo di affinamento della democrazia moderna, del suo pensiero economico, della sua capacità di modificare le condizioni sociali degli uomini, deve farsi valere. La redistribuzione del reddito attraverso l'intervento dello Stato è un dato della democrazia moderna, così come la politica dei massicci investimenti pubblici e la politica delle aree depresse. Parallele a questa politica sono la teoria del pieno impiego e della sicurezza di lavoro, come le dottrine sulla previdenza e sull'assistenza. Chi esamini la storia delle realizzazioni economiche e sociali della democrazia moderna troverà una capacità di rivoluzione della vita tradizionale che nulla ha da invidiare al comunismo, pur salvando il principio fondamentale di libertà che caratterizza la civiltà dell'Occidente.
Abbiamo applicate queste nuove concezioni della democrazia alla vita del Mezzogiorno in questi anni, almeno dopo la liberazione? Abbiamo fatto uno sforzo per difendere la civiltà dell'Occidente sul solo terreno sul quale può essere difesa, combattendo l'arretratezza, la miseria, la paura sociale? Ritengo di sì.
Se si pensa alle concezioni democratiche di Imbriani o di De Viti De Marco, di Nitti o di Giustino Fortunato, e se si pensa alla maniera con cui oggi l'Italia democratica vede il problema del Mezzogiorno, il passo è enorme. Alle concezioni democratiche di Giustino Fortunato e di De Viti De Marco, al loro intellettualismo un poco astratto ed aristocratico, il comunismo ha potuto contrapporre il suo attivismo, la sua capacità di organizzare le forze contadine e degli operai, la sua vocazione ad agitare continuamente problemi concreti. Ma gli intellettuali democratici delle nuove generazioni, eredi di un grande pensiero meridionalista, possono contrapporre, a loro volta, al comunismo alcune grandi realizzazioni concrete: la riforma agraria, la Cassa per il Mezzogiorno, la liberalizzazione degli scambi.
Il valore rivoluzionario che, per la vita del Mezzogiorno, hanno queste tre grandi realizzazioni della democrazia del dopoguerra, sfugge alla valutazione immediata. Siamo troppo vicini alle polemiche sulla riforma agraria, sulla Cassa per il Mezzogiorno, sulla liberalizzazione degli scambi, perché se ne vedano, in prospettiva, tutti i risultati e soprattutto perché possa cogliersi l'intima connessione che tra queste tre grandi realizzazioni esiste. D'altra parte il Partito comunista, nella sua intensa azione diretta a svalutare ogni capacità riformatrice di carattere democratico, ha impegnato tutta la sua macchina propagandistica per ridurre il significato di queste realizzazioni o a puri fatti elettoralistici (riforma agraria, Cassa per il Mezzogiorno) o a decisioni politiche contrarie a fondamentali interessi economici nazionali (liberalizzazione degli scambi). Da ciò la diffusione di uno scetticismo, di una opinione qualunquista, che ha degradato il Mezzogiorno ed immiserito lo sforzo nazionale, nel momento stesso nel quale si proponevano le condizioni di una grande rinascita.
Tuttavia, ad un esame pacato ed obiettivo, l'aspetto profondamente innovatore e vivificatore della nuova politica del Mezzogiorno non può alla lunga sfuggire. E non è sfuggito agli stessi osservatori imparziali che la critica comunista cita in appoggio alle proprie tesi.
Del resto, tale aspetto congloba esigenze che la letteratura meridionalistica aveva affacciato. Il problema della proprietà terriera e del latifondo, il problema della carenza assoluta di capitali di investimento nel Mezzogiorno, il problema della pressione che il protezionismo ha esercitato sull'economia meridionale, sono stati momenti importanti della critica meridionalistica, motivi frequenti ed intensi di indagine e di esame. È mancata all'antica critica meridionalistica la valutazione della connessione fra questi problemi, ed è mancata soprattutto l'idea centrale che deriva da un'esperienza prettamente new (lealista: quella cioè che una grande concentrazione di capitali di investimento, attraverso l'intervento dello Stato, può modificare le condizioni strutturali di una economia depressa. L'esperimento della valle del Tennessee, legato a tutte le teorie del new deal, non poteva essere conosciuto e valutato né dal liberista De Viti De Marco, né da Giustino Fortunato. Mancava soprattutto, ai meridionalisti insigni del passato, la cognizione del come lo Stato possa essere un formidabile redistributore di reddito e di risparmio e come la concentrazione di capitali d'investimento in certe zone, ed in spazi di tempo relativamente ristretti, possa modificare condizioni ambientali, altrimenti caratterizzate da processi lentissimi di trasformazione.
Questa connessione è oggi coraggiosamente attuata, superando — e questo sa di miracolo — le violente opposizioni ed i violenti contrasti di interesse che almeno due degli aspetti della politica meridionalistica (riforma agraria e liberalizzazione degli scambi) avrebbero determinato. E che la connessione fosse elemento fondamentale di ogni azione nel Mezzogiorno, si può dedurre dal semplice fatto che senza un massiccio investimento di capitali, non solo sulla terra espropriata, ma anche nell'ambiente economico generale nel quale opera l'esproprio, la riforma agraria non avrebbe avuto senso alcuno. Ma anche la Cassa per il Mezzogiorno, come grandioso organo di sviluppo degli investimenti, sia nel campo agricolo e dei lavori pubblici, che nel campo industriale, avrebbe perduto gran parte del suo valore. La liberalizzazione degli scambi, sopravvenuta nel 1951, a qualche anno dalla riforma agraria e dalla Cassa per il Mezzogiorno, ha chiuso il cerchio. Da una parte, calmierando il costo dei beni di investimento attraverso la libera importazione, ha ampliato il volume stesso degli investimenti possibili. Dall'altra parte, aprendo i mercati alla nostra esportazione, in contropartita alla liberalizzazione delle nostre importazioni, ha non solo frenato il processo autarchico di molti paesi esteri, dannoso soprattutto all'economia meridionale, ma ha posto una ipoteca sull'economia di consumo dei mercati del Centro e del Nord Europa, in favore della probabile espansione della produzione meridionale.
Il complesso dell'azione predisposta in questo secondo dopoguerra a favore del Mezzogiorno, e quella che dovrà svilupparsi domani, tende, naturalmente, non solo a diminuire lo squilibrio fra Italia del Nord e Italia del Sud, ma ad integrare l'economia del Mezzogiorno nell'economia dell'Europa occidentale, chiudendo un processo che ha già avuto largo svolgimento sul terreno culturale e spirituale. Ma, a questo proposito, non posso ignorare la grave posizione di critica che un intellettuale ex azionista, e di recenti convinzioni socialiste, ha assunto rispetto a questo processo e rispetto al giudizio della Commissione economica per l'Europa. Intendo Mezzogiorno nell'Occidente.
Ma se comunismo e democrazia moderna si scontrano e debbono scontrarsi più che altrove nel Mezzogiorno, quali sono le armi della seconda in confronto ai miti formidabili agitati dal primo? In questo campo tutto il processo di affinamento della democrazia moderna, del suo pensiero economico, della sua capacità di modificare le condizioni sociali degli uomini, deve farsi valere. La redistribuzione del reddito attraverso l'intervento dello Stato è un dato della democrazia moderna, così come la politica dei massicci investimenti pubblici e la politica delle aree depresse. Parallele a questa politica sono la teoria del pieno impiego e della sicurezza di lavoro, come le dottrine sulla previdenza e sull'assistenza. Chi esamini la storia delle realizzazioni economiche e sociali della democrazia moderna troverà una capacità di rivoluzione della vita tradizionale che nulla ha da invidiare al comunismo, pur salvando il principio fondamentale di libertà che caratterizza la civiltà dell'Occidente.
Abbiamo applicate queste nuove concezioni della democrazia alla vita del Mezzogiorno in questi anni, almeno dopo la liberazione? Abbiamo fatto uno sforzo per difendere la civiltà dell'Occidente sul solo terreno sul quale può essere difesa, combattendo l'arretratezza, la miseria, la paura sociale? Ritengo di sì.
Se si pensa alle concezioni democratiche di Imbriani o di De Viti De Marco, di Nitti o di Giustino Fortunato, e se si pensa alla maniera con cui oggi l'Italia democratica vede il problema del Mezzogiorno, il passo è enorme. Alle concezioni democratiche di Giustino Fortunato e di De Viti De Marco, al loro intellettualismo un poco astratto ed aristocratico, il comunismo ha potuto contrapporre il suo attivismo, la sua capacità di organizzare le forze contadine e degli operai, la sua vocazione ad agitare continuamente problemi concreti. Ma gli intellettuali democratici delle nuove generazioni, eredi di un grande pensiero meridionalista, possono contrapporre, a loro volta, al comunismo alcune grandi realizzazioni concrete: la riforma agraria, la Cassa per il Mezzogiorno, la liberalizzazione degli scambi.
Il valore rivoluzionario che, per la vita del Mezzogiorno, hanno queste tre grandi realizzazioni della democrazia del dopoguerra, sfugge alla valutazione immediata. Siamo troppo vicini alle polemiche sulla riforma agraria, sulla Cassa per il Mezzogiorno, sulla liberalizzazione degli scambi, perché se ne vedano, in prospettiva, tutti i risultati e soprattutto perché possa cogliersi l'intima connessione che tra queste tre grandi realizzazioni esiste. D'altra parte alludere allo scritto pubblicato recentemente da Vittorio Foa sul settimanale Il Contemporaneo (8 maggio 1954).
Secondo il Foa, la Commissione economica per l'Europa, nel suo rapporto, si sarebbe espressa in termini critici rispetto a questo processo integrativo, ed egli cita una quantità di rilievi tecnici che dovrebbero suffragare l'affermazione. Ma noi abbiamo visto che la Commissione economica per l'Europa, non solo ha compreso esattamente il problema del Mezzogiorno d'Italia, ma lo ha addirittura differenziato dal caso generale dei paesi mediterranei, come ha differenziato questi ultimi, che hanno goduto nel passato di condizioni di alta civiltà, dai paesi d'Europa orientale. La Commissione economica per l'Europa ha, cioè, avuto una sensibilità rispetto a valori storici e di civilizzazione che i nostri intellettuali della sinistra socialcomunista, legati all'ideologia e alla esperienza politica e sociale di un paese orientale, non hanno.
Ma la Commissione per l'Europa ha fatto di più. Nel suo capitolo introduttivo all'esame delle condizioni dell'Europa meridionale 5 essa sostiene che “i paesi dell'Europa meridionale sono strettamente connessi, da un punto di vista geografico, culturale, politico ed economico, col resto dell'Europa occidentale... Il problema dello sviluppo dell'Europa meridionale è parte e porzione del problema della integrazione economica dell'Europa occidentale. Il rapporto tra Europa meridionale ed Europa occidentale ha qualche analogia — su di una assai più vasta scala — col rapporto tra Italia meridionale e Italia settentrionale”.
Se un rapporto d'integrazione e di interdipendenza esiste, secondo la citata Commissione economica, fra Europa meridionale ed Europa occidentale, a maggior ragione esso si pone fra Mezzogiorno d'Italia ed Europa occidentale. E tutto l'artifìcio della tesi degli intellettuali della sinistra comunista e paracomunista, che in questi problemi poco rispettano i canoni del marxismo, si rende di esemplare evidenza.
Del resto, quando Foa cita, spulciando dal rapporto, l'affermazione secondo cui “la integrazione politica, come è pacifico, limita severamente la libertà di stimolare la crescita e l'impianto di imprese nei paesi sottosviluppati”6, cita una considerazione che la Commissione fa a proposito dei danni economici che l'unità politica dell'Italia avrebbe prodotto all'economia meridionale. Con che evidentemente Foa non vorrà concludere che, per evitare tali danni, l'Italia meridionale non avrebbe dovuto unirsi all'Italia settentrionale! Molte considerazioni della Commissione economica riguardano l'impossibilità di correggere gli squilibri fra zone altamente sviluppate e zone sottosviluppate in base alla semplice economia di mercato, e queste considerazioni sono troppo ovvie e troppo legate al riesame critico che i teorici della democrazia moderna hanno fatto di vecchi schemi e di vecchie dottrine, perché valga la pena per il Foa di citarle e per noi di discuterle. Il rapporto è pieno di rilievi del genere e rappresenta un utile strumento di studio per chi voglia condurre una politica di lotta contro la depressione delle aree sottosviluppate.
Ma il Foa non si arrende per questo. E, a sostegno di una tesi, che più arbitraria e malfondata non potrebbe essere, cita infine l'affermazione della Commissione secondo cui una politica per le aree depresse trova un limite nella capacità di importazione. I più convinti meridionalisti di parte democratica sapevano ciò e hanno voluto una politica di liberalizzazione degli scambi proprio per una preoccupazione del genere. È ovvio, d'altra parte, che la capacità di importazione viene estesa non solo da una politica di liberalizzazione degli scambi, ma da una maggiore esportazione. È banale, tuttavia, servirsi di questo argomento per riprodurre il consueto problema degli scambi fra est e ovest. L'incremento degli scambi fra est ed ovest è un elemento del problema, e io non voglio affatto trascurarne l'importanza; ma è un elemento secondario. L'incremento principale al quale bisogna badare, è l'incremento degli scambi fra zone sottosviluppate e zone altamente sviluppate: l'incremento, cioè, nell'ambito dell'Europa occidentale. È questa elementare constatazione che porta la Commissione a comparare il problema dell'Europa meridionale rispetto all'Europa occidentale al problema del Mezzogiorno d'Italia rispetto al Nord. Nel rapporto, l'Europa orientale è considerata, nel complesso, area sottosviluppata. E le integrazioni non si fanno fra due aree sottosviluppate, ciò che avrebbe risultati assai modesti, ma si fanno tra un'area sottosviluppata ed un'area di alto sviluppo; ciò che si attua nel caso di rapporto tra Mezzogiorno ed Europa occidentale, tra Europa meridionale ed Europa occidentale.
Ho citato il lungo articolo di Foa perché esso è impressionante testimonianza dell'artificio col quale è affrontato, dal Partito comunista e dagli intellettuali alleati, il problema del Mezzogiorno e dell'azione da condurre. Quando si afferma, come afferma Foa, che “integrazione e sviluppo del Mezzogiorno sono incompatibili tra loro”, si è al di là di ogni obiettivo esame del problema, e si professa un atto di fede che non ha nulla da invidiare alla credenza nei miracoli di Lourdes. Voler risolvere il problema del Mezzogiorno guardando all'Est e alle civiltà dell'Est, significa ignorare i dati fondamentali della geografia, della storia e della civiltà del Mezzogiorno; significa costruire, sulla depressione del Mezzogiorno, un'altra depressione che sarebbe, in questo caso, di ordine soprattutto intellettuale.
Tuttavia, se i fatti esposti danno ragione alla tesi fondamentale degli intellettuali democratici, e se la via da loro seguita si può considerare la via giusta, occorre domandarsi dove sono le forze che possono alimentare questa posizione, che possono spingerla avanti, che possono dare al Mezzogiorno un volto moderno. La carenza di organizzazione, di spinta, di proselitismo, di propaganda di un ideale concreto, storicamente vero, è uno degli aspetti più gravi della crisi democratica del nostro paese.
Ripeto, il problema del Mezzogiorno è stato visto, in questo secondo dopoguerra, in maniera esatta; ma è stato visto illuministicamente, come riformismo dall'alto. Sorgeva, sì, la Cassa per il Mezzogiorno, ma l'opinione locale continuava ad oscillare tra la fede acritica nel partito di Alicata e le parate azzurre di Lauro e di Covelli.
Il Mezzogiorno si apre a nuova vita, ma i giovani meridionali democratici sono, nei confronti dell'opinione pubblica meridionale e delle forze meridionali, nelle condizioni in cui sono stati De Viti De Marco o Giustino Fortunato o Guido Dorso. Minoranze che combattono una giusta battaglia, che hanno, a differenza dei primi, provocato una politica di riforme da Roma, ma che non hanno potuto raccogliere, nel Mezzogiorno, le forze di appoggio all'ideale di una democrazia moderna, di un new deal italiano.
Mi auguro che questa grave lacuna possa essere colmata e che i giovani meridionali possano acquistare la coscienza alta della civiltà della loro terra e di un suo possibile inserimento nel mondo della democrazia moderna; senza l'adorazione di miti e forme, che appartengono ad altre civiltà e ad altre esperienze storiche e sociali, e senza il ristagno in una vita senza ideali e senza scopo.

Mario Pannunzio: La tattica di Togliatti

Articolo del gennaio 1946

di Mario Pannunzio

Il congresso del partito comunista si avvia alla chiusura. Spenti insieme i canti della rivoluzione e i potenti riflettori che hanno abbagliato per qualche giorno le teste meditative dei milleottocento dirigenti; riavvolte intorno alle aste le bandiere rosse e tricolori, staccati i grandi ritratti dei Maestri, l'aula magna dell'Università tornerà finalmente silenziosa didattica, e i congressisti e le congressiste comuniste (non tutte vecchie e brutte ma qualcuna bensì gentile e leggiadra, come ha assicurato il Capo) partiranno per le loro città, le menti disciplinate, colme di nuove direttive. I trepidi borghesi tireranno un respiro di sollievo.
Ci sia concesso esprimere fin da ora qualche impressione. Qualche impressione soltanto; non possiamo disporre né di numeri a quattro pagine, né dell'attenzione organizzata dei nostri lettori.
Quel che appare a prima vista evidente è che il partito comunista, a differenza di altri partiti, vuol dare a intendere che relega tranquillamente in soffitta, insieme a Marx, i grandi principi, gli ideali rivoluzionari, i propositi accesi. L'importante, oggi, è affron­tare le elezioni, rafforzare il partito, tranquillare i candidi. Sono questi i problemi immediati. Altro che riforme strutturali, program­mi sovvertitori, intransigenze verbali! L'ideale comunista è oggi un ideale, per così dire, piccolo borghese; consiste nel far stretta economia e nel metter su casa: un ideale insomma, molto limitato, che si esaurisce nella impostazione esclusivamente tattica di una politica realistica, prudente nelle enunciazioni, ipocrita nel linguaggio. Ad ascoltare questi oratori, chi dimenticasse di assistere a un congresso comunista avrebbe l'impressione di trovarsi in un qualunque congresso di un qualunque partito democratico. Le solite parole consunte dall'uso di cento parlamenti, libertà, democrazia, ordine, legalità, progresso, ondeggiano vagamente in mezzo a lunghissime perorazioni a estenuanti professioni di lealtà e di patriottismo. Non c'è alcun dubbio. I comunisti non vogliono spaventar nessuno. È la tattica «moderata» di Togliatti, tanto più valida oggi a pochi mesi dalle elezioni. Gli esperimenti e gli assaggi di questi ultimi tempi hanno dimostrato quanto sia svantaggioso, per il partito, il verbalismo diciannovista. Indossati vestiti borghesi, i comunisti cercano di confondersi tra la folla. Resta a vedere se ci riusciranno.
Badiamo bene: i partiti totalitari, come un tempo le monarchie assolute, hanno la loro «ragione di stato». La ragione di stato impone a volta a volta d'esser aggressivi e distensivi, di accettar alleanze anche assurde ed equivoche, e di romperle poi al momento opportuno. La tattica comunista attuale, è non di dar guerra, ma apprestarsi con ogni mezzo le armi per una eventuale guerra. Non bisogna quindi metter sull'avviso l'avversario, ma snervarlo. Terribile tattica, che avviluppa e soffoca, togliendo, all'avversario, le armi di mano a una a una; che elimina apparentemente gli ostacoli, e spiana il terreno ai ripiegamenti colpevoli, ai compromessi irrimediabili, alle complicità forzate. A che scopo, per esempio, turbare oggi le coscienze religiose dando rilievo al carattere materialistico e ateo delle dottrine comuniste? Oggi, il comunismo non fa questioni di religioni, di filosofia, di principii. Tutti possono trovare accoglienza nel partito comunista, pur che accettino integralmente il programma politico. Sarà loro perfino accordato il diritto di sbagliare: la misericordia comunista ha braccia ben larghe. Da Sibilla Aleramo alla pinzochera che si riscalda vicino agli altari illuminati delle chiese, dal piccolo proprietario a cui vien promessa la difesa dei suoi beni, all'impiegato e al professionista «operai della mente», nessuno si spaventi. Oggi il partito comunista è un partito moderato. Oggi; ma domani? Se l'oggi dovesse prolungarsi indefinitamente, se la democrazia comunista non fosse «progressiva» ma soltanto democrazia, non ci sarebbe bisogno che il partito comunista fosse un partito comunista. Non ci sarebbe bisogno, vogliamo dire, di un partito organizzato militarmente, con funzionari stipendiati, apparati, cellule, agit. prop. e così via. Se il partito comunista, oggi e sempre, avesse a modello gli esempi delle vere democrazie, delle democrazie occidentali, per intendersi, non porrebbe dinanzi agli italiani come ideale perseguibile la democrazia di Stalin e quella di Tito. Il partito comunista s'inganna credendo d'ingannare gli italiani. Dio ci salvi dal voler innalzare lo spauracchio del comunismo. Sappiamo quel che realmente i comunisti vogliono, e non li temiamo per questo. Chiediamo soltanto che siano sinceri e parlino, a noi che di totalitarismi purtroppo ne abbiamo sofferto, come si conviene alle loro dottrine e ai loro propositi, parlino insomma da comunisti, come noi parliamo da liberali. E non ci rubino il vocabolario, per fini elettorali, e non si atteggino a legittimi eredi di Giolitti e del liberalismo.
Tanto per fare un esempio: non si oppongono al voto obbligatorio, in nome dei sacri principi democratici, cercando nei libri di qualche liberale un conforto o un alibi. Quel ch'è liberale o illiberale ci sia lecito giudicarlo meglio di loro, che sono sprovveduti di queste nozioni. Non ci affliggano delle loro ironie. E stiano tranquilli. Non rinnegheremo i nostri ideali per raccattare qualche voto disperso. Ci siamo associati alla richiesta democristiana perché vogliamo che tutti i cittadini abbiano il coraggio di esprimere la loro opinione sul modo di decidere le sorti del nostro paese per molti decenni. I cittadini hanno l'obbligo di fare il loro dovere, e di votare senza farsi spaventare dai mitra, dalle intimidazioni, o magari soltanto dai vaghi indeterminati terrori. Vogliamo il voto obbligatorio non solo perché è liberale e democratico volerlo, ma anche, diremmo quasi, perché altri partiti, non democratici e non liberali, non lo vogliono. Dicano lealmente, i comunisti ch'essi si oppongono perché hanno paura che «tutti» vadano alle urne, perché hanno paura che la maggioranza degli italiani, vinti la sciocca pigrizia o gl'invincibili timori, daranno il loro voto a chi assicura una vera pace, una onesta amministrazione, una libertà certa.
E non vogliamo oggi parlare dell'aspetto più propriamente politico che l'opposizione comunista al voto obbligatorio propone. Se la Consulta, in assemblea plenaria, deciderà l'accettazione dell'obbligatorietà del voto, i comunisti lasceranno il governo? Questo vorrà dire, e a scadenza imminente, una nuova crisi politica e ministeriale, la più grave di tutte. Ah! si badi bene: se si tirano le somme e si arriva alle estreme conseguenze, ciò può significare l'impossibilità di far le elezioni tranquillamente e di dare al paese la nuova Costituzione che aspetta. Le responsabilità, in questo caso, sono belle e stabilite. Ma già si vede come dietro le apparenti socievolezze, dietro le dichiarazioni allettanti, si nasconde una ben diversa volontà, la volontà di conquistare il potere a proprio esclusivo vantaggio e nei modi prescelti, e di forzare fin da ora la volontà degli altri partiti con la minaccia di secessioni e di preparar così, dalle posizioni raggiunte senza combattere, il terreno alle progressive conquiste.
Metodico, paziente, mortificante è il piano tattico del partito comunista: disgregare e annientare gli avversari, usando a volta a volta le armi della legalità e quelle della illegalità, il sorriso e il randello. Prima tappa è la disgregazione del più diretto avversario, il partito socialista. I comunisti hanno già spalancato la bocca, come il serpente dinanzi alla mangusta: tocca alla mangusta saltarci dentro d'un colpo. Poi verrà la volta degli altri partiti, se saranno decisi a farsi ingoiare. Dodici anni fa Hitler conquistò il potere con mezzi altrettanto ipnotici e legalitari. Allora furono i comunisti a perdere il campo. La lezione ha servito. Non esiste una scuola in Russia di tattica comunista? I partiti totalitari imparano gli uni dagli altri gli ultimi ritrovati della tecnica. La nuova tecnica comunista insegna che non c'è più bisogno di rivoluzioni. Basta la minaccia delle rivoluzioni, il lontano sentore che potrebbero anche scoppiare. Al potere oggi si va coi mezzi legali. Un giorno al potere, impareranno gli avversari cosa s'intende per legalità e quale sia l'accezione progressiva del termine democrazia.

Mario Pannunzio: Gli estremisti «moderati»

Articolo del luglio 1944

di Mario Pannunzio

Un'intervista di Palmiro Togliatti al corrispondente del «New York Times» Herbert Mattews, pubblicata sabato dall'organo della democrazia cristiana «II Popolo», ci spinge a formulare qualche domanda ed esprimere qualche dubbio sull'indirizzo della politica del partito comunista.
Perché non dirlo? Le parole di Togliatti, così moderate, tranquille e diplomatiche sono di quelle che invece di chiarire le idee rendono, se possibile, gli animi ancora più perplessi. Troppa.moderazio-ne, viene voglia di dire, troppa prudenza; troppa dimestichezza insieme con il diavolo e l'acqua santa. Capovolgendo un giudizio di Tolstoi su Andreieff dovremmo affermare che Togliatti cerca invano di non farci paura.
In realtà non dovrebbe essere Togliatti a farci paura, e nemmeno il comunismo italiano, se questi e quello si affaticano per ammantarsi di tanti stracci galanti pur di piacere a un pubblico vasto. Un comunismo così accomodante, che parla di patria, di bandiere, di tolleranza religiosa, che auspica un «fronte unico di forze liberali, democratiche e progressive»; un comunismo che chiede la collaborazione ai cattolici e accetta quella dei monarchici, che crede nella proprietà individuale; un comunismo infine che esclude «ora e in un prevedibile futuro un'Italia comunista» e che riduce il problema capitale del nostro paese nel «vivere in qualche modo come meglio possiamo»; un comunismo simile, diciamo, è di quelli che non avrebbero fatto paura nemmeno al conte Solaro della Margherita, o anche al barone Sonnino, il quale avrebbe considerato Togliatti l'immagine gemella di Giovanni Giolitti.
Siamo abbastanza avveduti per apprezzare lo sforzo di astuzia, la calma premeditata di questi nuovi capi dei partiti di sinistra. Salva qualche reminiscenza di un linguaggio tanto spavaldo quanto sfortunato («Spezzeremo le reni... ecc») Togliatti parla a un dipresso come qualcuno di noi liberali parlerebbe e nemmeno dei più accesi. D'altra parte i nemici dei nuovi comunisti sono gli stessi nemici dei nuovi liberali: il fascismo, il nazismo, la plutocrazia, i monopoli, il latifondo e così via. Ma allora, in che cosa il partito comunista si distingue da noi, o da qualche altro partito veramente democratico? Il comunismo di oggi è assai diverso da quello di venti anni fa, non c'è dubbio. La stella di Trotzky è scomparsa per sempre. Chi non ricorda i capi popolo dell'altro dopoguerra? Minacciavano la rivoluzione imminente e permanente, ma furono sommersi e travolti dalla reazione. I comunisti di oggi non parlano di rivoluzione, ma in realtà la fanno. Questa è la verità assai precisa e minacciosa. Nessuno può rimproverare a Togliatti di dichiararsi patriota ma democratico, tollerante, di abbracciare magari il duca Acquarone. Possiamo ben riconoscere che i comunisti hanno mutato la tattica, se non gli ideali. Rileviamo però che accanto a quelle dichiarazioni ce ne sono altre che le contraddicono, e accanto alle une e alle altre ci sono fatti, direttive, indirizzi che segnano la volontà di spingere l'Italia, pur tra i sorrisi e gli ammiccamenti, sopra una strada ancor più difficile di quella che già faticosamente percorre.
Ora il dilemma è questo: o Togliatti è sincero, e allora i comunisti possono rimettere davvero Marx in soffitta e iscriversi in massa nei partiti democratici. Oppure non lo è, e allora diciamo che il suo è un giuoco meno profittevole di quello che egli si prefigge.
Non siamo in periodo di dittatura, nel quale le parole di un capo possono essere false e mentitrici, ma l'opinione pubblica, non potendo esprimersi, deve contentarsi tutt'al più di far capire sogghignando furbescamente che ha capito. Le parole autorevoli di capi partito come Togliatti e come Nenni non possono nascondere o far dimenticare quel che la propaganda capillare e un'azione pertinace vanno compiendo negli animi e nelle cose incitando da una parte a un odio di classe sempre più spinto e pericoloso, e dall'altro precostituendosi, con la manomissione degli organismi sindacali, con la formazione di fronti unici tripartiti, con una politica di quotidiano sgretolamento dell'opera del Comitato di Liberazione Nazionale, formidabili ed inaccessibili fortezze per offendere e difendersi in un domani assai prossimo. Della pausa determinatasi con la tregua dei partiti, i partiti estremi hanno approfittato per una serie di attacchi violenti ed insidiosi contro istituzioni, classi, categorie, accusate in blocco di ogni infamia. Sicché la realtà, la «rugosa realtà» di oggi appare ai nostri occhi come un paesaggio inaridito e sconvolto. Non soltanto ci troviamo a vivere in una Italia vinta e distrutta, che ogni giorno va perdendo sempre di più la speranza di potersi risollevare, ma l'atmosfera che ci circonda è avvelenata da contrasti aperti o sottaciuti, da sentimenti di rancore e di vendetta, dalla sensazione inquietante di una generale immaturità politica, e infine, quel che è più grave, dalla diminuzione perfino di quello straordinario slancio combattivo che ha spinto tanti giovani a lottare durante il periodo clandestino contro i fascisti e i tedeschi. E la coscienza morale degli individui che appare oggi malata, angustiata, sofferente.
Ora, gli italiani hanno bisogno di trovare fiducia nel loro avvenire, e i partiti che si sono assunti la terribile responsabilità di additare loro una via qualsiasi di guarigione, hanno il dovere di parlare chiaro e senza sottintesi, di esprimere i loro propositi, le loro concezioni, le loro mire vicine e lontane e di dichiarare, una volta per tutte, se è loro intenzione di cooperare ad assicurare un avvenire tranquillo, una sia pur limitata garanzia di sicurezza, di legalità, d'ordine. Non abbiamo nessuno scrupolo a dirlo: oggi l'Italia vive in un periodo di semi-anarchia, temperata tutt'al più dall'occupazione straniera. Lo Stato ha appena la forza di dichiararsi vinto. La burocrazia, senza della quale lo Stato non può esistere, vive tormentata sotto le accuse più atroci, mancando poi gli uomini per rinnovarla. La nessuna sicurezza dell'oggi provoca l'angoscia del domani, la stanchezza, l'ignavia, la disperazione.
Una moltitudine scontenta e smarrita vede di fronte a sé la prospettiva di capovolgere un ordine sociale che troppi additano falsamente come abbietto, responsabile delle nostre sciagure. Tutto sembra incoraggiare i sogni più disordinati e, molto spesso, le azioni più ribalde. Come negarlo? L'ambiente è corrotto da una demagogia inopportuna, petulante, miserabile. E l'atmosfera infuocata che si determinò anche alla fine dell'altra guerra. Si annunciò dapprima con le sue tristi attrattive, i suoi equivoci adescamenti. La riconosciamo benissimo: eravamo ragazzi negli anni che vanno dal '19 al '22, quando ne fummo come investiti e bruciati. Allora, molti aspettavano la rivoluzione, la rivoluzione che avrebbe risolto ogni problema, sanato tutte le piaghe. La rivoluzione venne. Ma era quella fascista. Le conseguenze le abbiamo scontate in questi vent'anni. Soltanto il ferro e il fuoco potranno distruggere il fascismo. Ma l'esperienza non ci insegnerà proprio nulla?
Questo sentiamo il diritto di chiedere ai partiti estremi; senza infingimenti, collaborino realmente a creare quell'Italia democratica e progressista che Togliatti descrive nei suoi discorsi e nelle sue interviste, e che è nella speranza di tutti i migliori liberali, socialisti o comunisti che siano. Ma allora se moderate sono le parole moderati siano i fatti, e se sincere le parole, sinceri siano anche gli intendimenti. Soltanto in tal caso il partito liberale potrà accettare con eguale lealtà la collaborazione con i partiti, collaborazione alla quale non si è mai sottratto nel passato.

 

 

 

Le passioni di Tocqueville

Articolo dell'agosto 1943

Gli ultimi anni del secolo scorso, e i primi del nuovo, non sono stati molto favorevoli alla fortuna di Tocqueville in Europa. Agli occhi dei più, sembrava uno scrittore ormai invecchiato, fuori moda, in un certo senso anacronistico. Lo si nominava con rispetto, magari con ipocrita riconoscenza, ma intanto i suoi libri giacevano polverosi negli scaffali delle biblioteche. A questo proposito, ci viene in mente un personaggio di Dostojevskij, negli Ossessi, il «liberale» Stepàn Trofimovic, che per farsi merito davanti alla sua protet-trice, scendeva in giardino con un libro di Tocqueville sotto il braccio, ma di nascosto leggeva poi i romanzetti licenziosi di Paul de Kock... In tutt'altra epoca, cioè verso il 1910, Pierre Marcel, in un suo saggio politico su Tocqueville, notava desolato che «on est com-plètement deshabitué maintenant de le lire, car il oblige à trop de serieux». Appunto. Tocqueville appariva uno scrittore dimenticato, uno scrittore austero, uno scrittore difficile.
Oggi, invece, almeno tra noi, si nota uno straordinario rinascere d'interesse per l'opera di Tocqueville. Direi perfino che, oramai, le idee politiche di Tocqueville sono entrate profondamente nel patrimonio della nostra cultura. Non possiamo esserne che lieti. In Tocqueville, forse, si ritrova un'angoscia ch'è affine se non eguale alla nostra, un disperato richiamo, una «rivolta ideale», che sveglia le nostre immaginazioni, spinge ai raffronti, induce alla riflessione. Merito soltanto dell'efficacia delle sue idee? Non direi. Tocqueville è di quegli autori privilegiati che si potrebbero amare, se così si può dire, nonostante le loro idee. Ci attrae di lui soprattutto la tensione dell'animo, il sentimento appassionato delle paro le, la natura stessa di un carattere insieme sincero ed enigmatico. Il fatto è che le passioni di Tocqueville, se è possibile, ci attraggono almeno quanto le sue idee. Parlare di passioni, nei riguardi di Tocqueville, non deve sembrare inopportuno. Passione è uno dei termini che lo scrittore più adopera. Le passioni, per lui importano quanto le idee. Mette forse il conto, perciò, di disegnare un ritratto di Tocqueville, dove appunto quelle passioni, così profonde e infiammate, non siano dimenticate dietro lo splendore delle idee. Forse sono quelle passioni che hanno determinato quelle idee, o perlomeno l'impegno e il disinteresse nel difenderle. Orgoglio, ambizione, amore della libertà, ecco le passioni dominanti di Tocqueville. Altre forse ne ebbe, circondate tuttora di un indecifrabile mistero. Dirò subito, però, che non presumo affatto di scioglierlo questo mistero, ammesso che esista. Del resto, trattandosi probabilmente di misteri del cuore, si può chiedere: quando mai è avvenuto che sia stato possibile scioglierne, senza prove, senza documenti, col pericolo, magari, di cadere ad ogni passo nel romanzesco?
Ho cercato in questi ultimi giorni, leggendo le memorie e la corrispondenza di Tocqueville, di raffigurarmi il volto e il portamento dello scrittore. Uno sbiadito ritratto a matita, stampato sulla copertina di un libro che parla di lui, suggerisce un'immagine vaga, ma forse somigliante. Vediamo un po'.
I lineamenti sono quelli di un uomo delicato e pensoso, senza però i segni della forza, della decisione, del talento, che fanno subito dire: ecco un uomo di genio. Gli occhi appaiono grandi e un po' sporgenti, con qualcosa di malinconico e di grave. La bocca, piccola, con le labbra sottili e arcuate, come quelle di una donna, spicca sopra un mento assolutamente privo di carattere. Per il resto, i biografi descrivono Tocqueville basso di statura, poco robusto, ma naturalmente elegante, benché piuttosto trascurato nel vestire. Abbiamo testimonianze della sua timidezza, d'una certa alterigia, e di non so che tra ironico e umiliato. Soleva portare un occhialetto col quale giocava durante le pause della conversazione... Soltanto i grandi occhi malinconici, animandosi ogni tanto di un ardore febbrile, illuminavano un volto che di per sé dice poco o nulla. Quando parlava (è ammissione concorde) la voce aveva un'attrattiva singolare: piena d'inflessioni, dolce, persuasiva. «Piaceva specialmente alle donne». A questo proposito ascoltiamo qualcuno che lo conobbe da vicino, e che, per conto nostro, merita fiducia: Sainte-Beuve.
Un giorno Tocqueville, parlando di Turgot all'Accademia, si lanciò con insolito fervore a esprimere i propri sentimenti e le proprie idee. Sainte-Beuve così ce lo descrive: «II s'animait en parlant de ces choses; il était pénétré; sa main tremblait comme la feuille, sa parole vibrait de toute l'émotion de son àme: tout Tètre moral était engagé. On l'écoutait avec respect, avec admiration [...]. - E altrove: - M. de Tocqueville parlait bien et très-bien, quoi qu'il dise; il lui manquait, pour ètre décidément un orateur, la forces des organes, les moyens d'action et aussi, selon sa juste expression, il écoutait ses idées plus qu'il ne les versait; il avait un geste familier par lequel il s'adressait à lui mème et à son propre front plutòt encore qu'à ses auditeurs; il régardait son idee».
Ascoltava le idee, anzi le guardava. E un'immagine, questa, che colpisce. Descrive istantaneamente un atteggiamento di cui lo scrittore stesso ha coscienza, e che il Sainte-Beuve per conto suo accentua. Se Tocqueville guardava le idee (ma, vedremo, non soltanto le idee...) Sainte-Beuve guardava gli uomini. E li guardava con un'attenzione gelosa, ardente, scrutatrice, che fa di lui un testimone autorevole, anche se spesso mal prevenuto. Nel caso di Tocqueville non si può dire che abbia falsato l'immagine. Il suo sguardo ecco che va subito su quelle mani che tremano, su quel gesto famigliare «par lequel il s'adressait à lui mème et à son propre front». C'è del rispetto, in queste parole, ma anche un non so che d'ironico, di studiatamente maligno.
Senza dubbio Sainte-Beuve non amò Tocqueville. Lo chiama autore «distingue» e la parola appare davvero troppo generica. Nei suoi riguardi, non sa trovare che di questi termini cauti, dove il dubbio e addirittura il malessere si celano sotto l'apparenza dell'imparzialità e dell'ammirazione.
Ma, d'altra parte, era il solo, Sainte-Beuve, a non amarlo? Se leggiamo quel che i contemporanei scrissero di lui, troviamo confermata un'impressione che noi stessi avevamo avuto, a una prima lettura. Tocqueville non fu un uomo amabile. Certa solennità, certo sussiego che traspira da tante pagine, si capisce come a lungo andare dispiaccia. Saremmo molto perplessi se volessimo negare quello che proprio risulta in tutti i modi.
C'è da chiedersi se l'atteggiamento sdegnoso dello scrittore fosse istintivo oppure no. Certo appare chiaro ch'egli ebbe consapevolezza del pallido calore che emanava dalla sua persona oltre che dalla sua opera. Se molti tratti del suo carattere ci sembrano di una grande semplicità e limpidezza, altri invece lasciano incerto il giudizio.
C'è qualcosa d'inesplicabile nell'atteggiamento e nella vita di Tocqueville. Sebbene sia di quegli scrittori che analizzano perdutamente il loro animo, non è detto che in queste analisi si trovi la spiegazione di tanti enigmi. In realtà, bisogna pur dire che son proprio coloro che sembrano voler mettere ogni momento il loro cuore in vetrina, quelli che, alla resa dei conti, risultano più difficili da capire. Si direbbe che attraverso tante analisi, espansioni, dubbi, pentimenti, cerchino piuttosto di farci perdere le tracce, che non di metterci sulla buona strada. Qualche volta, poi, si ha l'impressione di una vanità mal celata che si ammanta di sincerità. Che volessero per caso ingannarci? Nel nostro caso, non è certo una prima impressione che basta. Per capire Tocqueville bisogna avvicinarsi a lui a poco a poco, senza sospetti, e cercare di amarlo anche se non fa nulla per essere amabile. Dopo, potremo anche ammettere che il suo fare, spesso, lascia una vaga irritazione. Non consiglieremmo, pertanto, di affrontare Tocqueville cominciando proprio dalla Democrazia in America. C'è il caso di restarne delusi. Il tono dello stile, quando non è acre, o amareggiato, vuoi essere di solito sublime, sentenzioso e perciò senza chiaroscuro, teso come la corda di un violino, lontano da quella varietà di accenti che fa di uno scrittore un amico che si ascolta con confidenza. Sembra che voglia mettere tra sé e il lettore una certa distanza, e magari una ringhiera di ferro. Siede in cattedra. Vuole insomma ammaestrare, ammonire, prevenire, piuttosto che convincere. Anche quando le sue idee ci attraggono per la verità e la sicurezza del ragionamento, spesso dobbiamo vincere il fastidio di quel fare superbo, di quella fredda volontaria eloquenza. Tutto questo è ben vero, ma non c'è niente altro che questo?
Come non accorgersene? Da ogni pagina spicca il carattere di uno scrittore appassionato, anche se a prima vista abile soltanto nel ragionare, impassibile, solenne, meticoloso. È che dobbiamo cogliere, dietro quelle pagine marmoree, le qualità più intime dell'uomo, quelle passioni, insomma, ch'egli nasconde per pudore, ma che, per il fatto d'esser nascoste, non si intravedono meno a chi ben guardi tra riga e riga. Soltanto allora potremo renderci conto a volta a volta della sua forza e della sua timidezza, del perché le idee appaiano gelide quando i sentimenti sono ardenti, e infine come mai l'ammirazione porti dietro di sé l'ombra della diffidenza.
I contemporanei questa diffidenza l'ebbero, sul suo conto, in assai maggior misura. Non si spiegherebbe come parlino di lui, di solito, senza calore. Rispetto: ecco il sentimento che suscita, ma niente di più. In nessun modo riuscì mai a diventar popolare. Anche gli elettori che lo scelsero a rappresentarli alla Camera erano guidati dalla deferenza, non dall'entusiasmo. La pallida fortuna politica del Tocqueville è dovuta all'incapacità di scuotere gli animi, di eccitare la fantasia, di spingere all'azione. Si comporta né più né meno come uno spettatore che assista a una corsa di cavalli. Avrà, sì, questo spettatore i suoi corridori preferiti, ma non lo darà troppo a vedere, interessato piuttosto che la corsa si svolga secondo le regole, senza imbrogli e confusione. Questo almeno è l'atteggiamento esteriore. Il buon giocatore, si sa, non mostra mai i propri sentimenti. Tocqueville ha l'orgoglio appunto del buon giocatore. Alla vita politica partecipò con contenuta passione, con orgogliosa riluttanza. Sorvegliava i propri atteggiamenti formando di se stesso un'immagine che spiaceva agli altri. E infatti colpivano di lui le maniere altere e sprezzanti, i silenzi, la riservatezza, l'eloquenza priva di fuoco, lo snobismo, infine, di piccolo patrizio provinciale. In quell'epoca agitata, accesa, espansiva, non soltanto le folle, ma perfino gli ambienti spregiudicati dei letterati e dei politici dovevano guardare con sospetto questo aristocratico che non sapeva dimenticare le proprie origini e le antiche prerogative della propria classe.
Orgoglio, ambizione, amore della libertà. L'abbiamo già detto, sono queste le passioni di Tocqueville. Della passione della libertà parleremo più avanti. Ci preme ora accennare alle prime due passioni, che in Tocqueville non hanno affatto quel non so che di angusto e di gretto, che di solito si riscontra nelle nature appunto orgogliose e ambiziose. L'orgoglio, per esempio, è in Tocqueville un sentimento infuocato della propria dignità e responsabilità, è un riconoscersi uomo tra gli uomini, con le proprie virtù, i propri doveri, i propri diritti. Una società d'uomini liberi non può non difendere ed esaltare la piena autonomia degli individui, col loro carattere e i loro ideali. Possiamo anche ammettere che l'orgoglio di Tocqueville derivi in gran parte dalla coscienza della nobiltà del suo sangue. Ma non si può negare che il fatto d'appartenere a un antico casato, gli dà quasi il senso di maggiori doveri e di più gravosi obblighi. L'orgoglio del sangue non è in lui segno di pochezza di spirito o di pigrizia. Ha della nobiltà una concezione austera, mirando alle immagini di un grande passato, quando i nobili contavano qualcosa nella politica della Francia, ed esser nobili non voleva dire soltanto godere di certi privilegi. L'orgoglio nobiliare, poi, si congiunge con un sentimento assai più meritorio, cioè a dire con l'orgoglio dell'intelligenza. Tocqueville è certo consapevole di aver una delle menti più acute, più esperte, più sottili di tutta l'epoca. Soffre perciò che queste sue qualità non trovino sostegno in altre qualità, altrettanto necessarie per il successo nella vita pubblica, qualità di risolutezza, di adattabilità, e, perché no, di energia fisica: «J'ai un orgueil in-quiet, non envieux, mais mélanconique et noir; - confessa - il-me montre à chaque instant toutes les qualités qui me manquent et me desespère à l'idèe de leur absence».
Orgoglio e ambizione, di solito, sono passioni strenuamente legate. E infatti, in Tocqueville, l'ambizione si accompagna, e quasi si confonde, con l'orgoglio. Egli dichiara coraggiosamente d'essere «gros du désir de primer». Purtroppo l'andamento miserabile della politica quotidiana non suscitava quelle splendide occasioni dove le qualità di un uomo di colpo rifulgono. Egli, d'altra parte, non cerca tanto consensi e vantaggi, quanto il mezzo di affermarsi e di esprimersi secondo l'immagine solenne che s'è fatto di se stesso. Il contatto con uomini piccoli lo estenua. Preferisce pertanto la vita solitaria che alimenta il suo gusto a fantasticare, nelle lunghe ore di riflessione e di studio, quella fortuna che non può raggiungere. La sua solitudine, in fondo, è un'attesa. Il giorno in cui fu chiamato da Napoleone al ministero degli esteri, forse s'illuse che l'occasione tanto aspettata fosse venuta. Comunque fu un'illusione che durò poco.
Gran parte della sua vita la trascorse in provincia, nel vecchio castello dei Tocqueville, insieme a sua moglie che i biografi ci descrivono brutta, silenziosa, con i denti gialli, e oltretutto priva di gentilezza.
È difficile immaginare la convivenza di questi due caratteri alteri. Benché in tutta la sua corrispondenza risulti, da parte di Tocqueville, un affetto che par rasentare l'amore, sembra che i loro rapporti fossero segnati da lunghi silenzi, e da un'inquieta ostilità che scoppiava di tanto in tanto in improvvise bufere. La signora Tocqueville, per esempio, soleva trattenersi a lungo alla tavola da pranzo. Mangiava lentamente, golosamente, e i pasti diventavano interminabili. Una volta Tocqueville, sfinito dall'attesa, fu preso da un furore improvviso. Ruppe qualche piatto, gridò. La moglie, senza parlare, aspettò che la collera cessasse, poi dette ordine alla servitù di riportare una pietanza, e riprese a mangiare lentamente, come se nulla fosse accaduto... E un episodio, questo, che forse basta a dare il senso di quella solitària vita coniugale.
Tranne il commercio con pochi amici (tra i quali quel Beaumont che accompagnò Tocqueville in America, e che, morto Tocqueville, curò le sue opere), le relazioni erano scarse e discontinue. Mai Tocqueville si sforzò di contrarre nuove amicizie, né di fare scolari. Tutta la sua vita privata è senza interesse per un biografo. Vien fatto di pensare ad altri scrittori, altrettanto inclinati alla solitudine, a Flaubert, per esempio, al nostro Oriani, per qualche aspetto. Come loro, Tocqueville ha scelto volontariamente il proprio esilio, ma pur lontano dalla vita, sembra teso nel desiderio e nel rimpianto di essa. Perché non si deve credere che la solitudine di Tocqueville fosse dovuta a indolenza, o a quella specie di languidezza di chi è dedito soltanto al culto della propria anima. Le memorie e le lettere dimostrano invece un furore straordinario per le cose del mondo, un interesse continuo e direi puntiglioso per gli uomini e gli avvenimenti contemporanei.
Una ragione del volontario esilio si potrà trovare, sì, nell'orgoglio esulcerato, nelle ambizioni deluse. Ma non basta. L'orgoglio va spesso d'accordo con una grande padronanza di sé, con un senso immoderato della propria persona. Disinganni e umiliazioni non riescono ad intaccare questi sentimenti, ma anzi incoraggiano a combattere meglio. Benché orgoglioso e ambizioso (egli stesso non ha timore di confessarlo candidamente), Tocqueville poco o nulla fece per imporsi agli altri, e conquistarli con la intrepidezza delle idee e degli atteggiamenti. È che, se l'opera rivela una certa fermezza d'opinioni, la vita intima dello scrittore testimonia invece una singolare irrequietudine e un continuo dubitare che lo fanno incapace di pronte risoluzioni. Lettere e memorie adducono innumerevoli documenti a questo proposito. Perfino si tormenta al pensiero di dover parlare in pubblico, mentre sappiamo che in fin dei conti parlava molto bene! Quando un animo è naturalmente portato a confrontarsi con gli altri, è facile che pieghi tanto nella mortificazione quanto nella superbia, o in tutti e due i sentimenti insieme. Tocqueville studiava smaniosamente gli uomini, per indagarne senza indulgenza i motivi segreti; ma in questa analisi ogni energia si corrompeva. Osservatore implacabile, attento ai particolari, ai gesti, a un batter di ciglio, all'intonazione di una voce, si perdeva nel ricercare le ragioni del successo e a trarne una specie di codice che poi repugnava al suo temperamento. Gli esempi di tanti uomini politici, acclamati senza merito, lo esasperavano; né lasciava occasione per coglierne in atto gli intrighi, le ipocrisie, la corruzione.
È ben strano. Ma quest'uomo che pur ama i contrasti della vita pubblica, che ha paura della mollezza, che predica l'energia, questo uomo che scrive «on ne reussit à rien... si on n'a pas un peu de diable au corps»; quest'uomo infine che afferma: «la grande maladie de l'àme c'est le froid», appare ai nostri occhi un carattere stranamente esangue, una mente più fantastica che attiva, uno spirito perplesso, sfibrato dall'analisi, torturato da tutti i dubbi. Dove trovò, sui trent'anni, tanta energia e volontà da intraprendere un viaggio fino nella lontanissima America? Eppure, l'opera che ne cavò non sembra scritta da un giovane. È certamente un temperamento precocemente invecchiato che si manifesta in queste pagine, dove tutto è misura, ordine, severità.
Ma c'è di più. Di solito, uomini come Tocqueville, angustiati dal senso della loro incapacità pratica, rivolgono ad altri interessi e ad altri ideali il loro animo ambizioso. Lontani dai conflitti politici, si innalzano alla pura speculazione filosofica, oppure si umiliano nella religione, o anche si liberano languidamente nell'arte. In quell'epoca di acceso romanticismo, non erano pochi gli enfants du siede a patire della stessa malattia, l'incapacità ad agire, il divario tra immaginazioni e realtà... ma lo sfogo della confessione, l'enfasi delle querimonie, li compensava di tante rinunzie.
Tocqueville, invece, non è uomo che rinuncia. Sta, è vero, a una certa distanza, e guarda con occhi cupi; ma nonostante guarda, e non sa distrarre la mente, e sempre si affatica intorno agli stessi temi, che sono poi quelli della vita sociale e niente altro che quelli. Altri si sarebbe stancato. Tocqueville no. Allontanatosi dalla vita pubblica, con il colpo di stato di Napoleone, non per questo rinuncia alla politica. Già vecchio e malato, si da a ricerche minute e diremmo dispettose, su un argomento che gli occupa la mente da più di trent'anni.
E probabile che Tocqueville si rendesse conto assai presto della sua inadeguatezza a primeggiare nella vita pubblica. Il suo volgere lo sguardo così presto (scrisse la Democrazia a trent'anni) alla politica come scienza, come pura teoria, ha l'aria d'essere un ripiego, se non addirittura una rivalsa. Comunque sia, si avverte subito un impegno che non è soltanto dello studioso. Quella specie di furore deduttivo che riscontreremo nelle opere maggiori, rivela un non so che di volontario, di programmatico che non inganna. Non c'è dubbio. Tocqueville si è travestito, indossando abiti severi e dottorali. Sfiduciato, indeciso, impacciato per natura, assume un fare impassibile che gli da speranza di apparire, se non di essere, un uomo risoluto. In realtà, tra tante incertezze, ha trovato dentro di se una fede che da vigore e imponenza alle sue concezioni morali. È una fede che sorge dai suoi istinti più appassionati e sinceri. È una fede che ha tutti gli aspetti della passione: la passione della libertà, la più pura e più nobile che un uomo possa provare, ma che non contraddice, anzi trova impulso nelle altre passioni. A un certo punto, l'amore della libertà coincide con l'orgoglio e l'ambizione della libertà. Un animo orgoglioso odia l'oppressione che è un'offesa al senso profondo della propria dignità. Un animo ambizioso trova nella mancanza della libertà un ostacolo alla propria naturale ansia di espandersi. Tocqueville ama la libertà con sempre maggior trasporto, quanto più la sente sul punto di spegnersi. Che questa passione trovi sfogo in un vero e proprio sistema, non fa meraviglia. Perso ogni carattere personale e istintivo, l'amore della libertà diventa un principio di condotta, una legge divina.
Nel sistema politico di Tocqueville c'è un'idea fondamentale, una «pensée mère», com'egli dice, che l'affascina, e insiefrie gli toglie il respiro. Quest'idea la ritroviamo nella Democrazia in America, néll'Antico Regime, nelle memorie, nei discorsi politici, nella corrispondenza. Gli uomini, egli proclama, si avviano irresistibilmente verso la democrazia e nello stesso tempo verso l'eguaglianza delle condizioni. Occorre che la democrazia non uccida la libertà, se si vuole che gli uomini non cadano nelle spire di un despotismo organizzato e snervante. Su quest'idea si direbbe che Tocqueville fondi la missione della propria vita.
Prendiamo ad esempio la Democrazia in America. Fin dal principio l'idea fondamentale, che la passione dell'uguaglianza si avvii a soffocare la passione della libertà, è esaltata come base di tutta l'opera. Per più di mille pagine Tocqueville trarrà tutte le conseguenze da quell'unico assioma con un furore dimostrativo che ha dell'ossessionante.
C'è da supporre che abbia varcato l'Atlantico con lo schema del libro nella valigia. Il viaggio vuole essere una conferma di cose già pensate. Lungo tutto il corso del suo rendiconto, abbacinato dal prestigio della propria idea, ecco che c'insegna a riguardarla con lo stesso religioso stupore che mette lui nel dispiegarla. Sembra addirittura un apostolo che ammaestri i fedeli sui misteri di una nuova religione. Di lì quel tono solenne, quel fare profetico, oratorio, che dà, sì, suggestione alla pagina, ma qualche volta dispiace, perché sproporzionato all'argomento.
L'impressione più vivace che si ricava, è che l'America sia soltanto un pretesto. Un'opera di tanta mole, dove rare sono le osservazioni sul vero, le testimonianze su fatti e cose concrete, rarissimi i nomi
dei personaggi politici, vuol essere qualcosa di assolutamente diverso da un ragguaglio su gli aspetti di un paese. L'America interessa Tocqueville soltanto come pietra di paragone: è il più grande laboratorio dove si sperimenta il nuovo ritrovato, la democrazia. Come diverso questo libro dai tanti che già correvano per l'Europa, nei quali si raccontavano casi singolari, straordinari incontri, avventure insolite in lontane contrade e poi le meraviglie dell'arte, del paesaggio, del costume!
Tocqueville pare che non abbia occhi. Stupisce, perfino, qualche breve descrizione dell'America, sulle prime pagine, che contrasta come cosa non sua. Eccone un esempio: «Ca et là se montraient de petites ìles parfumées, qui semblaient flotter comme des corbeilles de fleurs sur la surface tranquille de l'Océan [...]. - E altrove: - Un Océan turbolent et brumeux enveloppait ses rivages des rochers granitiques ou des grèves de sable lui servaient de ceinture: les bois qui couvraient ses rives étalaient un feuillage sombre et mélanconi-que: on n'y voyait guère croitre que le pin, le mélèze, le chène vert, Polivier et le laurier...». Ci vuoi poco ad accorgersi che questo non è il tono di Tocqueville. È quello magari di Chateaubriand, o di Saint-Pierre o di Rousseau. Ma Tocqueville non è qui che bisogna cercarlo. Egli non scrive per rappresentare, ma per insegnare. E, a dire il vero, è raro che si abbandoni a guardare la natura, scrittore come pochi inadatto a coglierne gli aspetti, volto soltanto a indagare il cuore dell'uomo. Se qui si abbandona, è soltanto per vagheggiare un'America selvaggia e incorrotta, dove la natura prevale ancora sull'opera dell'uomo. Mostra, al modo di Rousseau, ma con poca sincerità, di prediligere quest'America primitiva, dove «on ne ren-contrait point... ces notions douteuses et incohérentes du bien et du mal, cette corruption profonde qui se mèle d'ordinaire à l'ignorance et à la ridesse des moeurs, chez les nations policées qui sont redeve -nues barbares». Per un istante si attarda a immaginare lo stato felice degli abitanti di quelle terre selvagge, ma la sua attenzione si volge presto a quell'altra America, l'America puritana dei «pellegrini», fiorita al tempo in cui la civiltà europea cominciò a incidere nel vergine suolo americano i segni più profondi; e poi, su su, eccoci all'America del 1830, dominata dalla passione della eguaglianza, democraticamente «pura», perché senza tradizioni, volgare, indipendente, espansiva.
Tommaso Moro non immaginò le istituzioni di Utopia, né Campanella gli ordinamenti comunisti della Città del Sole, con l'astratto rigore con cui Tocqueville raffigura la struttura dell'America contemporanea. Stabiliti alcuni principi, le osservazioni particolari sono implicite, sebbene dimostrate minutamente e saldamente legate. Si direbbe che Tocqueville abbia voluto scrivere piuttosto un compendio di geometria, non un libro di politica. Mancano soltanto le figure di circoli, di rettangoli, di parallelogrammi! Lo scrittore ama la dimostrazione per se stessa, non soltanto per il gusto di scoprire cose nuove, ma con l'ambizione di mostrare con quale scioltezza e risoluzione le scoperte si snodino, per così dire, le une dalle altre, in virtù soltanto di un'argomentazione chiara, distinta, irrecusabile. È insomma una «passione» che anche qui si manifesta: una passione che potremmo chiamare «deduttiva», se questa parola non invitasse a scambiare un sentimento veemente con una tranquilla capacità di riflessione formale.
L’Ancien Regime et la révolution benché scritto quasi trent'anni dopo, testimonia un medesimo ardore per il ragionamento sottile e deduttivo. Un rapido guardare per linee generali, un ricercare nella varietà delle cose l'unico filo che dia conto di quella varietà e di quell'unità. Come pure, pochi e brevi accenni a uomini e avvenimenti, sebbene l'argomento sia di quelli che eccitano l'immaginazione dello storico e sollecitano una rappresentazione figurata e mossa. Ma Tocqueville non fa opera di pura storia: piuttosto di filosofia della storia, di antropologia, di morale. Nel breve giro di trecento pagine si contrae e si concentra una materia prima d'ora informe, sconosciuta quasi del tutto a occhio di storico, ma di una tale novità ed urgenza da sovvertire tutti i concetti forniti dalla pigrizia e dall'abitudine. Chi legga l'introduzione ha subito davanti alla mente il principio, la «pensée mère» che anche qui, come nella Democrazia, informa tutta l'opera: la Francia contemporanea non è sorta dalla Rivoluzione Francese, spezzando tutti i legami col passato, ma anzi affonda nel passato le sue radici, e quegli istituti, quelle tendenze che paiono nuovi sono invece il prodotto di una lenta evoluzione, che da il senso della continuità tra l'antico e il nuovo. Tocqueville nemmeno si cura di quella società fastosa che apparentemente rappresenta l'antico regime. Sì e no qualche parola per necessità del discorso. Qui non si parla di Maria Antonietta, né della Dubarry, né di corte né di cortigiani! Lo scrittore rintraccia il corso di una misteriosa vena sotterranea che silenziosamente scorre sotto un terreno tanto rigoglioso e splendido. Con l'atteggiamento modesto di un agronomo ne segna il cammino sulla carta. E in un certo senso, la storia di trenta intendenti di provincia, il cui nome non è passato davvero alla storia... Eppure sono questi uomini ignoti che hanno retto le sorti della Francia, fino sulle soglie della Rivoluzione.
Confrontiamo il tono, lo stile, la struttura dell’Antico Regime con la Democrazia in America. Il metodo d'indagine, lo scorgiamo subito, è il medesimo. Ma il genio del libro, se possibile, è ancora più duro, scarno, senza misericordia. Qua e là ci si scopre perfino qualcosa di livido. È il testamento spirituale di Tocqueville, l'opera in cui le passioni gridano. Avverte: «Parecchi mi accuseranno forse di palesare un amore intempestivo per la libertà, di cui, mi si assicura, nessuno in Francia si cura più». Infatti. La "Democrazia fu scritta quando la libertà era ancora viva, seppur minacciata. L’antico Regime, invece, è di tutt'altra epoca: di quando, oramai, il despotismo di Napoleone aveva soggiogato e avvinto tutti coloro che alla libertà preferivano la carriera, all'indipendenza morale l'immagine di una potenza e di un ordine che purtroppo non abbagliavano soltanto gli sciocchi.
In realtà, tanto la prima quanto l'ultima opera del Tocqueville vorrebbero essere un modo d'azione politica, come può praticarla chi si trovi inadatto a parteciparvi direttamente. Viene fatto di pensare a Machiavelli. Entrambi si mascherano da puri politici, e profilano i risultati delle loro amare considerazioni come scienza politica. A guardar bene, però, l'apparenza scientifica nasconde a fatica una passione straordinaria. Il giudizio infatti è sempre quello del moralista, penetrante, austero, scontento delle cose presenti e ansioso delle future.
Non potendo o non sapendo Tocqueville mescolarsi alle lotte politiche con animo spavaldo e con la fiducia di sottoporre uomini e avvenimenti alla propria misura, ecco che l'attrazione, o meglio la smania che pur gliene resta, si adagia in distaccata analisi dei fenomeni sociali. Sul fondo di un'esperienza piena di disinganni imbastisce regole uniformi che vorrebbero racchiudere le ragioni profonde della condotta umana. E quanto più il suo interesse è particolare, minuto, insistente, tanto più le idee assumono un carattere generale, pietrificate in sagome gelide e monumentali. Sono davanti a lui, quelle idee madri, come bianchi edifici di marmo, ed egli le contempla con turbamento, orgoglio, meraviglia.
Quale divario tra il Tocqueville della Democrazia e dell'Antico Regime e il Tocqueville dei Souvenirs! Si ha l'impressione di ascoltare un altro uomo. Il fatto è che la fantasia di Tocqueville, di solito mortificata e come nascosta dietro le sontuose costruzioni ideologi-che, ora ha il modo di espandersi liberamente. Nella memoria i ricordi si accendono in prestigiose rappresentazioni. Sotto la rigidezza dell'ideologo appare un temperamento d'artista, finora ignorato. Come si spiega? Si spiega, forse, proprio con quello che s'è detto; lo schematismo delle sue opere maggiori non è che una maschera, un travestimento. Ma la vera natura di Tocqueville, alla fin dei conti, è proprio nelle pagine inquiete, indignate, sarcastiche dei Souvenirs che si manifesta. Sullo schermo di queste memorie sorprendenti, si animano personaggi che hanno un volto e un nome. E le loro passioni, ecco che Tocqueville le riconosce istantaneamente, lui che così bene ha analizzato le proprie. E non sono le astratte passioni, elencabili, per così dire, in un trattato di morale, ma le passioni naturali che si riscontrano nel cuore di questo o di quello, è "si chiamano a volta a volta invidia, codardia, crudeltà, intemperanza, con termini perfino troppo netti, per descrivere sentimenti confusi, che spesso combattono tutti insieme nello stesso individuo.
Sainte-Beuve si sarebbe stupito. Ecco che qui lo scrittore dimentica di guardare soltanto le idee. Finalmente, non più pagine costruite come disegni di un palazzo neoclassico, non più quella prosa maestosa, secca, paludata, che sa un po' di gesso e di museo. Qui lo stile segue i moti dell'animo, è vario, pungente, accidentato. Non tanto l'«uomo» vien fuori, quanto i singoli personaggi, Thiers, La-martine, Luigi xvm, Napoleone. In mezzo a loro, Tocqueville scivola curioso, con un sorriso lieve che vuole apparire tollerante ed è senza pietà. Fermiamoci un momento. Lo scrittore sta scendendo dalla soglia di marmo e cammina nel folto della strada, voltandosi a guardare di qua e di là. I suoi occhi miopi e malinconici vedono assai lontano, con quella penetrazione che è appunto dei malinconici e dei miopi. Se l'animo non sa non essere grave e superbo come prima, qualche volta almeno il viso si accende, incontro a qualche natura amica, e il paesaggio non è sempre coperto di nuvole.
Certo, quel ch'egli dice in queste memorie, come anche nella corrispondenza, non contrasta in nulla con le idee altra volta segnate. Non è tanto che si sveli un carattere diverso, quanto una diversa applicazione dell'animo.
L'umor nero delle massime generali, delle sentenze epigrafiche, un lettore appena un po' perspicace lo ritrova sia nelle confidenze, sia nelle opere sistematiche. Soltanto, ecco, ora lo scrittore parla più a se stesso che alla storia, alle generazioni future, all'umanità. I suoi sfoghi danno il giusto accento dell'amore, mettono in luce gli stimoli effettivi, rivelano più chiaramente ed esplicitamente le idiosincrasie, le ansietà, le dubbiezze, le ambizioni. Alla resa dei conti appare anche qui una natura di moralista, ma non al modo tradizionale. Il vento romantico ha piegato e sconvolto perfino questa natura di calvinista ritardato, gettando nel fondo dell'anima qualche inquietudine e qualche ambiguità. Se l'abito morale resta dei più austeri, la mente è certo più aperta, fantastica, irrequieta. Ora siamo certi che sul tavolino di Tocqueville, accanto alle opere di Pascal e di Bossuet, di Montesquieu e di Royer Collard, figurano i romanzi di Balzac e di George Sand, i poemi di Byron e di Victor Hugo. Non possiamo dimenticare che la Democrazia è contemporanea del Pére Goriot e non di Horace o delle Oraisons funèbres.
Per di più, nel caso di Tocqueville c'è questo da osservare. Che i dubbi crescono con l'età, invece di diminuire. Le passioni lo turbano meno nei primi anni, quando pur sembra che Ja natura stessa spinga ai facili abbandoni, alle vaghe esaltazioni. «A mesure que je m'éloigne de la jeunesse, je me trouve plus d'égards, je dirai presque du respect pour les passions... Je ne suis mème pas bien sur de les detester quand elles sont mauvaises... C'est de la force, et la force partout où elle se rencontre, paraìt à son avantage». Ecco una pericolosa confessione! Com'è lontano, qui, da quel diritto di natura che i filosofi della ragione e dei lumi contemplavano come fondamento della convivenza sociale. Dappertutto, infatti, nell'opera di Tocqueville, si nota una moralistica diffidenza per le costruzioni giuridiche, per le istituzioni e gli ordinamenti che non scaturiscono dal costume e dalla morale pubblica. Odia gli uomini di legge, lui ch'è stato una volta magistrato. La concezione del diritto, in Tocqueville, è senz'altro storicista. La storia procede come un immane conflitto di forze. Gli uomini sono guidati da passioni inconciliabili; ma da quelle passioni e dalla loro inconciliabilità trae origine il vivere civile. Diritto e forza sono una cosa sola.
Ma se anche le «passions mauvaises» trovano nello scrittore giustificazione, perché segni di forza, dove se ne va il criterio di giudizio, la fede e la misura morale? L'ammettere com'egli ammette che «le mond appartient à l'energie» è una constatazione che non può avere senz'altro approvazione. Il mondo delle idee non ha nulla a che fare con il mondo della forza. Evidentemente c'è un dissidio. E che cosa è questo dissidio se non la «maladie du siècle», la misteriosa infermità intellettuale che l'ottocento cercò di soffocare inutilmente nel suo corpo vigoroso? In Francia, più che altrove, il conflitto apparve drammatico, perché innaturale allo spirito francese, innamorato della clarté e diffidente delle passioni. La musa di Descar-tes vigila solenne e ammonitrice, famigliare e insieme sublime. Ma altre muse scaldano i petti degli uomini, muse inquietanti, muse che hanno voce di sirena. In Tocqueville c'è un vigore morale che sopraffa ogni impulso irrazionale. Il suo marmoreo classicismo è frutto di uno sforzo assiduo, di una specie di orgoglio di razza, dell'illusione forse di poter vivere con l'immaginazione in un'epoca che ha per lui tutti gli incanti della forza e della gravita. Ma quanti intorno a lui si abbandonavano ai deliri, ai sudori, alle angosce della straordinaria malattia che piuttosto affascinava che non atterrisse!
Tocqueville non si esalta. Denuncia soltanto certa scontentezza di un costume e di una tradizione, l'insofferenza per quel tanto di illuministico che ancora si estenua nella cultura dell'epoca e, dopotutto, anche nel fondo del suo spirito. Una mente razionalista, ma un animo romantico. Ecco, per intenderci, Tocqueville, se queste distinzioni vogliono dire qualcosa. Naturalmente, il suo romanticismo non è quello dolciastro, languido, strabocchevole, che si annuncia in una generazione troppo facile agli entusiasmi. In quella natura schiva, il romanticismo è una fiamma che non da luce, ma che sembra anzi bruciare sommessamente la propria stessa sostanza. Il freno agli slanci del cuore lo trova senz'altro nel proprio orgoglio. È di quegli uomini che hanno per così dire consumate nell'immaginazione le volontà smodate, le torbide chimere della mente, gl'impulsi violenti del sangue.
Siccome però sa bene come quelle passioni dolgano, quando sono soffocate, è il primo a riconoscere come esse contino nella vita civile. È per via razionale che ce le descrive tanto più violente quanto meno ragionevoli. L'epoca sembra incoraggiarle, per non dire addirittura venerarle. Non più ironia, non più quel fare altezzoso e superiore di chi crede che la conoscenza sottometta a se stessa l'oggetto della conoscenza. Gli uomini possono conoscere razionalmente le loro passioni, ma continuare nello stesso tempo a esserne vittime. Oramai chi legge più l'Enciclopedia? La cultura della Restaurazione (e, più tardi, del Secondo Impero), è contro i lumi, non solo, ma tinta perfino di un vago misticismo che viene da oltre Reno. Gli intellettuali leggono Hegel; il popolo Fourier e Proudhon. Se il Terzo Stato aveva conquistato il potere armato di logica e di astrazioni, il Quarto Stato, le classi proletarie, si affacciavano sul palcoscenico con ben altre armi nelle mani, e non parlavano di principi, ma di proprietà, non di libere istituzioni, ma di miseria, di lavoro, di salari.
I filosofi che una volta studiavano le «passioni», presumendo di dominarle, ora cedono il posto a coloro che, senza protervia, le ritengono irresistibili, e mettono ogni impegno nel cercar di frenarle, ossia equilibrarle contemperandole. Tocqueville, di tutti, appare il più angustiato. Esclama: «Il me paraìt désormais un fait qu'un gouvernement peut avoir la prétension de régler, mais d'arrèter non. Ce n'est pas sans peine... que je me suis rendu à cette idèe». E, in un famoso discorso alla Camera, quasi alla vigilia della rivoluzione di febbraio, si abbandona a un'acre eloquenza: «Non intendete [...] che la divisione dei beni del mondo fatta finora è ingiusta, che la proprietà riposa su basi che non sono eque? [...] Io credo che noi ci addormentiamo nell'ora presente su un vulcano [...] Non sentite voi che il suolo trema di nuovo in Europa? Non sentite nell'aria un vento di rivoluzione? Questo vento non si sa dove nasca, dove venga, né, credetelo pure, chi porterà via...».
Oltre all'angoscia, si scopre in queste righe la rassegnazione. L'atteggiamento di Tocqueville è di religioso terrore, di sgomento e di pena impotente, incontro a un destino che sopraggiunge implacabile e insieme misterioso. Avverte molto bene a che mirano le nuove dottrine, o meglio le nuove passioni. Riconosce che la divisione dei beni del mondo è ingiusta, ma non ha l'intrepidezza di difendere coloro che la vogliono più giusta, né la caparbietà di sostenere che tale ingiustizia in qualche modo sia necessaria. L'animo è sospeso: per tradizione, per educazione, per cultura non può accettare quel che pure la mente propone come giusto. Si capisce che molti lo considerino un reazionario. Mentre in realtà non lo è affatto. Questo tutt'al più si può osservare: che vedendo il pericolo qualcosa di meglio meritava fare, che non gemere e torturarsi. I gemiti, si sa, a nulla servono nella lotta politica. Sono un po' come quei consigli dei vecchi che, diceva Vauvenargues, «éclairent sans échauffer, comme le soleil d'hiver». Ma Tocqueville non è tanto un uomo politico, l'abbiamo visto, quanto un moralista; e i moralisti, come gli uomini di religione, fermi a indagare le ragioni eterne del cuore, sono inclinati a considerare immobile la realtà, a guardarla un po' troppo dall'alto. Delle società studiano i sentimenti, piuttosto che gli interessi. La religione e la morale cristiana, per esempio, accettano le disuguaglianze sociali; se gli uomini non sono eguali tra loro sulla terra, lo saranno dinanzi a Dio. È Dio, se così si può dire, che ristabilisce l'equilibrio, ripaga le offese, ricompensa delle sofferenze, della miseria, della schiavitù. Chi ascolta questi insegnamenti non può avere animo di rivoluzionario. Tocqueville sembra che l'abbia ascoltato.
Della morale cattolica accoglie essenzialmente la pratica. Lo attrae la difesa che il cattolicesimo ostenta della personalità umana, della dignità, della indipendenza, della responsabilità. «Dieu nous a fait indépendents et par là mème responsables». Niente più ripugna a Tocqueville quanto la cieca obbedienza, la sottomissione a un potere che offenda il senso intimo della libertà. La libertà è un sentimento che ha del religioso, «est une obligation à laquelle nous ne pouvons nous soustraire». Quasi un contratto tra uomo e Dio.
La fede di Pascal l'ha certamente toccato. Pascal è per lui una guida, l'autore prediletto. E infatti l'atteggiamento del moralista, nel Tocqueville, ha un'intonazione che si può dire ed è stata detta giansenista. Ma, a differenza di Pascal, nella religione non cerca una risposta a dubbi ultramondani. I misteri dell'ai di là lo lasciano irresoluto. Della religione ha una concezione un po' vaga. Poco inclinato agli studi filosofici, non indaga le corrispondenze e le ahtinomie tra fede e ragione. Sopra ogni cosa, s'interessa dell'aspetto sociale del Cristianesimo e vuoi immaginare la Chiesa capace di accogliere le dottrine liberali.
«L'un des mes rèves, le principal, en entrant dans la vie politi-que, était de travailler à concilier l'esprit liberai et l'esprit de réli-gion, la société nouvelle et PEglise». Come si vede, siamo su un terreno strettamente politico. Nella Democrazia in America considera la religione utile, non solo, ma necessaria alla società. Sulle vere e profonde questioni della religione non ha che dubbio e disperazione. In una lettera esclama quasi con sgomento: «La vue du problè-me de l'existence humaine me préoccupe sans cesse et m'accable san cesse. Je ne puis ni pénétrer dans ce mystère, ni en détacher mon oeil. Il m'excite et m'abat tour à tour». Dove c'è ancora speranza, se non fiducia. Ma in un altra lettera, malinconicamente confessa: «J'ai fini par me convaincre que la recherche de la verité absolue et dé-monstrable... était un effort vers l'impossible». Si noti: cercava una verità dimostrabile. Altrove dichiara addirittura: «Je suis mécreant». La morte, ch'egli aspettò con animo tranquillo, testimonia invece che quella verità, anche se non dimostrabile, l'aveva finalmente trovata, proprio in seno alla religione cattolica.
Ma la cercò egli mai veramente questa verità, con slancio mistico, con dedizione completa? Non crediamo! Siamo portati piuttosto a pensare che era una verità «utile», e non disinteressata, quella che cercava. Uno spirito veramente religioso, la verità la trova nel momento stesso in cui la cerca. Tocqueville sente che i veri beni sono quelli di questo mondo. Vuole verità che si attaglino alle esigenze terrene degli uomini. Anzi, è perché troppo ama i beni terreni, ed è come bruciato da tutti i desideri e da tutte le passioni terrene, che si angustia di non saperli, quei beni, né acquistare né meritare. Ha una'voglia smodata di primeggiare, e invece vive come in esilio, amareggiato, insieme a una moglie silenziosa dai denti gialli... Si dispera insomma per la mancanza di quelle qualità che occorrono per misurarsi nella vita pratica. Di lì a confessare che sono i disinganni della propria natura a dargli una visione tanto nera delle cose, non c'è che un passo. «Mes efforts journaliers tendent à me garantir de l'invasion d'un mépris universel pour mes semblables». Dovremo noi farlo, dunque, questo passo? Non si tratta proprio d'altro, nel suo caso, se non di ambizioni deluse, di vanità ferite, d'insufficienze pratiche?
Non possiamo crederlo. Per grandi che siano le ambizioni, Toc-queville ha un sentimento del dovere e della misura che basta per non diventarne la vittima. Tocqueville non è La Rochefoucauld. «Il y a qui regardent le mond comme une salle de bai, et moi je suis sans cesse tenté d'y voir un champ de bataille, où chacun se presente à son tour pour combattre, recevoir des blessures et mourir. Et je crois, je le crois en verité, que cela me donne pour aimer une energie que nont pas les autres hommes».
Tocqueville, lo si vede, è di quelle nature che vogliono amare, che anzi amano. E perché ama che atteggia il volto a un'espressione così delusa. Dell'uomo, Tocqueville onora certe qualità, certe virtù che gl'impediscono il «mépris universel», quantunque siano così poco diffuse. Non diamogli troppo retta quando appare scoraggiato. Le confidenze dei politici sono sempre tinte di nero. Quelle di Machiavelli per esempio erano terribili: non vedeva che male nel presente. Ma i politici costruiscono i loro edifici non per il presente, sebbene per il futuro. Nel fondo di ogni uomo politico, anche tollerante, si nasconde un despota che vorrebbe obbligare gli uomini ad essere così e così per farli migliori.
Il despotismo di Tocqueville, se fosse mai stato possibile, si sarebbe limitato ad obbligare gli uomini ad essere liberi. Voleva una libertà «regolare e moderata». Una libertà che non snervasse gli uomini, ma anzi li spingesse a dirozzarsi, a educarsi, a combattere. Purtroppo, quella libertà ch'egli sospira come qualcosa di religioso, di sacrosanto, di universale, è come non mai in pericolo, minacciata da tutte le parti, irrisa, umiliata. Restaurarla, negli animi, ecco quel che bisogna. Ascoltiamo lo scrittore. Il senso di tutta l'opera è racchiuso in queste poche parole: «Indiquer aux hommes ce qu'il faut faire pour échapper à la tyrannie et à l'abàtardissement en de-meurant démocratique, telle est l'idèe generale dans laquelle peut se resumer mon livre [la Démocratie] et qu'apparaitra à toutes les pa-ges de celui que j'écris en ce moment [YAncien Regime]. Travailler dans ce sens c'est à mes yeux une occupation sainte, et pour laquelle il ne faut épargner ni son argent, ni son temps, ni sa vie».
Che la passione per la libertà si scontri in ogni tempo, ma specialmente nel mondo moderno, con la passione dell'eguaglianza, ecco l'origine d'ogni male, il fatto che determina l'inevitabile sovvertimento della società. Tocqueville non cessa di studiare e di esporre i mezzi che, a suo vedere, abbisognano per contemperare uguaglianza e libertà. Si dichiara democratico, e studia nondimeno con asprezza i profitti e gli svantaggi della democrazia, fingendo un'impassibilità da giudice istruttore. Lo sviluppo della democrazia in Francia non si può evitare. Dunque lo si accetti, con i rischi e le avventure che comporta. Ma si badi bene, proclama senza tregua, la democrazia diffondendosi porta con sé nuove abitudini, nuovi costumi, nuovi vizi. Essa corrode inesorabilmente i vecchi ordinamenti, schiaccia ogni sorta di autonomia, unifica e disperde istituti storici. Equiparando le condizioni economiche, toglie ogni forza ai singoli e ai gruppi associati. In una società dove gl'individui tendono a diventare sempre più eguali, il potere dello Stato va sempre più accentrandosi, a scapito dei poteri secondari, quelli della provincia, del comune, che erano un po' le roccaforti della libertà. Potentissi-mo appare uno stato cosiffatto: un mostro dal cranio enorme su un corpo smilzo e infiacchito. L'eguaglianza prepara il despotismo, perché consegna gli uomini deboli e disarmati nelle mani di un solo. Il despotismo è inevitabile. Esso solo da garanzia di quell'ordine uniforme che ricercano i caratteri molli. Esso, inoltre, cercando di conservare certe condizioni di fatto, sembra permettere una lenta, comoda evoluzione che sgombra l'animo dai terrori delle scosse subitanee, dei sommovimenti violenti.
Le terribili giornate di febbraio, la guerra civile nelle strade di Parigi, la folla che invade il Parlamento fin sotto i banchi dei rappresentanti della Nazione, tutto questo mette come un'accelerazione in tutti i sentimenti e in tutte le idee di Tocqueville. Quei disordini egli li aveva previsti e proclamati imminenti. Ma nessuno gli aveva dato retta. La sua voce rimase senza eco. Del resto, si può immaginare una Cassandra in Parlamento, che geme alla tribuna, tra deputati in redingote e cravatta bianca, distratti, indifferenti, vanitosi, loquaci? I grandi affari del momento sono quelli di tutti i giorni, la politica estera di Guizot, la riforma elettorale, il liberalismo di Pio ix, le virtù domestiche della regina. A Tocqueville non resta che osservare malinconicamente come gli avvenimenti si svolgano secondo le sue immaginazioni. Ha l'atteggiamento di un astronomo che si abbandoni a certi suoi calcoli sul movimento di un astro, il quale, egli prevede, finirà per cozzare contro un altro astro, fra qualche migliaio di anni. Una conflagrazione di astri come può commuovere gli animi? Così, l'annuncio di prossime devastazioni e rivolte appare irrilevante come una conflagrazione di astri; non commuove né con-• vince i tranquilli borghesi, che immaginano il regime di Luigi Filippo e di Guizot poggiato su un piedestallo di granito. Eppure, una mente riflessiva avrebbe dovuto avvertire i segni dell'imminente catastrofe. È singolare come Tocqueville sia stato quasi il solo ad intenderli. L'origine di tante sue angosce va ricercato proprio in questa sua condanna a capire meglio degli altri e a fantasticare del futuro immagini senza splendore. Sa che l'epoca e il paese hanno quasi per tradizione il gusto per la sommossa; delle sommosse conosce l'andamento vertiginoso, impaziente, incendiario. Ha osservato che, nella lotta, i ribaldi, i furiosi, i prepotenti insegnano i metodi della violenza e della caparbietà perfino ai pacifici, e li spingono ad assumere un volto altrettanto minaccioso. La borghesia commerciante e un po' sciocca del quarantotto, scampata miracolosamente alla distruzione, non poteva non irrigidirsi, impiegando ogni mezzo, anche il più sanguinoso, perché il fuoco non venisse riappiccato. Quali difese approntare? Le libertà, il parlamento, la costituzione, cosa potevano, quando le disordinate e immani passioni delle classi nuove tendevano non a riforme e a libere istituzioni, ma al sovvertimento stesso della società e alla sua ricostruzione su basi d'eguaglianza e di giustizia sociale?
Soltanto un governo accentrato, un potere preponderante, autocratico, vigilante e insieme senza scrupoli, poteva dare le garanzie di quell'ordine che ogni classe al potere esige, difendendo gli interessi comuni, oltre a certe libertà, tra le quali principale quella di far quattrini. Benché non apertamente invocato, il despotismo era nelle speranze di molti. Una società che teme della sua stessa esistenza è pronta a darsi nelle mani di chiunque si impegni a salvaguardarle il supremo bene, la vita.
Le stravaganti agitazioni della seconda repubblica accesero vieppiù il desiderio di un ritorno alla quiete. Memorie prestigiose furono suscitate a bella posta intorno al nome dello squallido erede di Napoleone. Venne il colpo di stato, l'impero. I conflitti di classi, di ideologie, di ambizioni persero vigore e quasi si spensero come se l'impacciato despota dovesse chiudere un'epoca, risolvendone di colpo tutti i problemi, mentre in realtà ne apriva una in cui quei problemi avrebbero preso un risalto e una consapevolezza maggiori. Si ebbe, finalmente, l'ordine. Ma intanto fu perduta la libertà. Sembrava che tutti l'avessero amata, questa libertà, quando esisteva. Ora che era perduta, pochi la rimpiangevano. La vita non vale più della libertà?
Ma per Tocqueville, occorre dirlo?, la libertà vale quanto la vita perché è la vita stessa. S'essa si perde, tutto è perduto. Da ogni sua pagina si leva questo grido, anche se soffocato dal pudore e dal ritegno. Cosa sia questa libertà, egli, benché ragionatore scrupoloso, non vuole chiederselo, non vuoi definirlo. Scrive: «Qui cherche, dans la liberté, autre chose qu'elle-mème est fait pour servir. Ce qui, dans tous les temps, lui a attaché si fortement le coeur dés hommes, ce sont ses attraits mèmes, son charme propre, indépendentement de ses bienfaits; c'est le plaisir de pouvoir parler, agir, respirer sans contrainte, sous le seul gouvernement de Dieu et des lois [...] Ne me demandez pas d'analyser ce goùt sublime, il faut l'éprouver. Il entre de lui mème dans les coeurs que Dieu a préparés pour le recevoir; il les remplit, il les enflamme».
La libertà non si definisce, insomma, si sente, si vuole. Non è un'idea, un concetto, ma una passione. Ansiosamente cerca di scoprire come la si conserva, ma il discorso ha per necessità un che di empirico e nello stesso tempo di astratto, perché si fonda su una passione morale più che su una realtà politica. Razionalismo e illuminismo, d'altra parte, anche gli ingombrano la mente. Come Mon-tesquieu, come Constant, come i «dottrinari», tratteggia anch'egli le garanzie della libertà, i contrappesi al potere dello Stato, ma non si rende conto, nello stesso tempo, che queste garanzie, questi contrappesi non si possono determinare al tavolino, con una semplice operazione mentale.
Perché la libertà, o meglio le «libertà», vivano, occorre un animo teso a farne il premio di una battaglia, e non tanto a difenderle, ma a conquistarle di volta in volta, come qualcosa di sempre nuovo e necessario. In altre parole, la libertà non si alimenta con le vaghe aspirazioni, essendo il frutto di formidabili esigenze, oltre che del costume, del carattere e delle tradizioni di un popolo.
In realtà Tocqueville, benché un po' meno dei suoi maestri, guarda più al passato che al presente, e vede la libertà come un prolungamento, e magari anche un ristabilimento, delle libertà di una vol ta, quando esse ancora si confondevano con i privilegi. Non si può negare. Tocqueville è uomo di un'altra epoca. Ha animo, educazione, inclinazioni aristocratiche. Si dichiara democratico, è vero, ma son ben altri i sentimenti che bruciano nel suo cuore. In un appunto, ritrovato per caso, è scritto: «J'ai pour les institutions democra-tiques un goùt de tète, mais je suis aristhocratique par l'instinct, c'est-à-dire que je méprise et crains la foule. Je hais la demagogie, l'action desordonnée des masses, leur intervention violente et mal éclairée dans les affaires».
È una dichiarazione che ha l'aria di voler essere definitiva e estremamente sincera. Ma si tratta piuttosto di uno sfogo che di un'affermazione razionale. I termini del proprio disamore per la democrazia sono prospettati con acredine. Parla di istinto, dichiara di odiare la folla, la demagogia, il disordine. Insomma, odia non tanto la democrazia quanto le deviazioni della democrazia stessa. L'esperienza di tre rivoluzioni, che hanno sconvolto la Francia, lo ha ammaestrato. Sa bene cosa c'è da aspettarsi dalle passioni popolari. Conosce il gonfio fanatismo, la violenza crudele, le sciocche esaltazioni degli uomini, quando la legge è spezzata e tutto è lecito a chi piace osare.
Nei Souvenirs troviamo pagine di una rara efficacia che rappresentano come una società possa subitamente essere scossa e sovvertita. Le rivoluzioni nascono quasi per caso, si sviluppano senza un disegno. È un fuoco che si appicca qua e là, e a un tratto divampa, poi sembra spegnersi, ma si riaccende all'improvviso e maggiormente avanza dove sembra che trovi ostacoli, con un andamento tortuoso, avvolgente, imprevedibile. Durante le rivoluzioni, uomini ignoti ed inesperti appaiono, e sono loro che determinano mutamenti inaspettati. Poi ritornano nell'ombra, e nemmeno ci si rende conto quanto una loro parola, un loro atto, abbiano influito sul corso degli avvenimenti.
Forse soltanto Manzoni ha eguale penetrazione nel riconoscere e nel raffigurare le azioni della folla, con gli ondeggiamenti delle volontà e degli impulsi. Tocqueville, in certe descrizioni, ha il talento di un romanziere. Una immaginazione eccitabile sembra contrarsi in un tratteggiare rapido, che ricorda certe pagine dei Promessi Sposi (e in certo senso delYEducation sentimentale di Flaubert). Ecco, per esempio, come descrive i primi segni della sommossa di febbraio: «Discesi subito e non appena ebbi messo il piede nella via respirai per la prima volta l'aria delle rivoluzioni: il centro della strada era vuoto, le botteghe erano aperte; non si vedevano né vetture né gente a passeggio; non si sentivano le solite grida dei venditori ambulanti; davanti alle porte i vicini discorrevano a mezza voce con visi smarriti tutti con espressione stravolta per l'inquietudine e la collera". - E in un altro punto: - Tutti quei quartieri risuonavano di una musica diabolica, miscuglio di tamburi e di trombe, i cui suoni striduli, discordanti e selvaggi mi erano sconosciuti; era la prima volta, in realtà, che li sentivo, né dopo l'intesi mai più; era il segnale dell'adunanza che si era stabilito di suonare solo negli estremi pericoli, per chiamare tutti alle armi in una sola volta».
Si scopre in queste pagine quell'estatica aspettazione dell'animo, che avverte quasi l'avvicinarsi di qualcosa di terribile; una singolare sottile angoscia, quasi un senso d'intima lacerazione, uno sgomento che non è paura e non viltà, ma soltanto tristezza dinanzi ad avvenimenti ineluttabili che recano con sé il male, l'inganno, la scelleratezza.
Tocqueville, durante quelle brevi intense giornate che portarono alla caduta della monarchia, seppe conservare, quasi per un orgoglioso puntiglio, la mente calma, guardando come uno spettacolo i sommovimenti e i sussulti di una società impazzita dall'odio e dallo spavento. Tra tante teste folli, si direbbe che si trovi a suo agio nell'osservare, nel riflettere, e nel ricordare. Sembra un naturalista che esplori il cratere di un vulcano in eruzione. Quella apparente freddezza d'animo che ci ha irritato in tante sue pagine, qui miracolosamente gli serve per ritrarre uomini e avvenimenti. Come guarda ora gli uomini, senza per questo dimenticare le idee! Sainte-Beuve avrebbe esultato.
Ecco per esempio come sa cogliere gli atteggiamenti di certi personaggi nei momenti di crisi. E il primo giorno della sommossa. I rivoluzionari hanno invaso la Camera. Per l'aula è diffuso un senso di sbigottimento. Nei banchi dei deputati c'è chi si agita, chi invece se ne sta immobile, come si dice si debba fare quando ci si trova in mezzo a un branco di bestie feroci. Il momento è grave. Tocqueville sa come gli altri che la sua vita è in pericolo. Ma la passione d'osservare prevale sopra ogni altro sentimento. C'è quasi un gusto aspro e malevolo a studiare sul volto dei compagni i segni dello spavento. Il suo sguardo calmo va di banco in banco e si ferma sulla tribuna del presidente. «Il presidente - leggiamo nelle memorie - dichiara che la seduta è sospesa e vuole secondo l'uso mettere il cappello; e poi venne a mancare. Ma Tocqueville aveva una natura profetica: sapeva che appunto il giorno in cui sarebbe mancata, i migliori l'avrebbero di nuovo ricercata. Perciò voleva difenderla a ogni costo, finché c'era tempo, senza metterla a repentaglio. Le cose seguirono proprio secondo le sue più amare profezie. L'esperienza napoleonica venne a dargli ragione. Ma gli animi erano volti ad altre cure e ad altri interessi per riconoscergli apertamente il suo intuito, o per fare atto di contrizione. Bisognava aspettare un'epoca più propizia perché gli occhi si riaprissero e si cominciasse a rendere, a Tocqueville, quell'omaggio che per tanti anni gli era stato lesinato.