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Discutendo della sinistra

Il dibattito di Ugo La Malfa con Vittorio Foa a Firenze del 28 maggio 1966

Da Discutendo della sinistra

di Ugo La Malfa

Editori Riuniti 1999



Premessa
II terzo episodio del confronto fra le posizioni della sinistra democratica e quelle della sinistra di fondamento marxista si svolse a Firenze il 28 maggio 1966, al Palazzo di Parte Guelfa. Risultò meno polemico di quello romano e più specificatamente orientato all'analisi di problemi di natura economica e di teoria politica.

Il dibattito fu aperto dall'intervento di Foa che delineò le strade da battere per realizzare un sistema alternativo sia al modello capitalistico «puro» che a una sua versione «socialdemocratica». La questione di fondo risiedeva nello spostare gli interventi riformatori dai meccanismi di distribuzione del reddito al suo processo di formazione, alla scelta produttiva. Se infatti l'origine degli squilibri del sistema produttivo non poteva ascriversi alla distribuzione del reddito, non si sarebbe potuto porre rimedio a essi attraverso una politica redistributiva come la politica dei redditi. Quand'anche essa avesse prodotto effetti positivi, sarebbero stati meramente effimeri e di breve durata, in quanto non incidenti sulla fonte vera dello squilibrio sistemico del capitalismo. Da ciò discendeva che la lotta agli squilibri del sistema non poteva non essere una lotta contro il sistema stesso, una lotta anticapitalistica.
 
La Malfa rilevò, in sostanza, che a una pars destruens articolata non faceva seguito nell'analisi di Foa una altrettanto efficace pars co struens; e contrappose l'efficacia degli strumenti correttivi da lui suggeriti all'assenza di indicazioni circa gli interventi da concentrare sul cuore del sistema produttivo. Rilevò che l'impostazione di fondo della tesi di Foa era figlia della concezione marxista secondo cui non è possibile correggere gli squilibri del sistema capitalistico in quanto essi crescono con la crescita del capitalismo. Notò che se si ammette l'esistenza di una crescita articolata non si può contestualmente affermare che siano cresciuti anche gli squilibri, pur rimanendone molti da sanare. Il problema della sinistra marxista era dunque quello di non riuscire ad accettare un 'azione riformatrice graduale, da svolgersi giorno per giorno, senza dover aspettare una fatidica «ora X».
Di questo dibattito non si sono rinvenuti testi stenografici, e si ripubblica perciò, con aggiustamenti puramente formali, l'ampio resoconto di entrambi gli interventi comparso sulla Voce repubblicana del 30 maggio 1966.
 
Foa
II fatto che negli ultimi anni La Malfa abbia esercitato una forte pressione critica sulle impostazioni politiche e soprattutto economi-che della sinistra è «una salutare sollecitazione a una presa di coscienza dei gravi limiti attuali della sinistra italiana, ed anche europea. Il Psiup la cui stessa esistenza è una testimonianza del travaglio critico del socialismo italiano non può che apprezzare questo impegno politico. Naturalmente, i dissensi cominciano appena si passa dalla coscienza della crisi, all'analisi dell'indicazione delle terapie e alla identificazione delle forze capaci di superare le difficoltà. Ma insieme coi dissensi, entrando nel merito, emergono anche le linee di possibili costruzioni unitarie».
Il pensiero dell'on. La Malfa suscita interrogativi ed è possibile che il dissenso si trovi anche sulla premessa del discorso. Ma il punto centrale circa la necessità e possibilità di una politica socialista (e non illusoriamente socialdemocratica) sta nel fatto che non è possibile correggere gli squilibri, che crescono con la crescita del sistema capitalistico, soltanto con misure di distribuzione del reddito. E il processo di formazione del reddito che condiziona la distribuzione. Se voglio un risultato non illusorio devo agire sulla formazione del reddito, cioè sul punto nevralgico del sistema, la scelta produttiva. Si veda, fra gli altri, l'esempio della rendita edilizia, oggi inseparabile dal profitto dell'impresa di costruzione. Si veda il grande tema dello squilibrio territoriale, su cui il meridionalista La Malfa si è cosi impegnato. Dopo la liberazione i governi italiani hanno attuato imponenti misure di redistribuzione del reddito a favore del Sud, senza risultati apprezzabili di carattere perequativo perché la genesi dello squilibrio non sta nel Sud, ma nei centri di decisione d'investimento al Nord e all'estero.
Si vedano infine le critiche di La Malfa alla disorganizzazione dello Stato e alla corruzione: esse sono il frutto, non già del potere, ma della mancanza di potere, della irresponsabilità sostanziale dello Stato, relegato a compiti subalterni redistributivi, rispetto ai responsabili reali delle scelte, che però rispondono solo di fronte al mercato e al profitto.
La politica dei redditi, come tipica politica distributiva, quando anche fosse possibile, servirebbe solo a limitare temporaneamente alcuni effetti squilibranti, lasciando indisturbata, e quindi consolidata, la fonte degli squilibri. Ed è praticamente impossibile (oltreché di impossibile definizione teorica) perché il movimento operaio, anche nella sua parte meno consapevole, resiste all'attuale meccanismo di sviluppo e lo contesta (più o meno chiaramente), e rifiuta di subirlo. Le vicende inglesi, olandesi, tedesche sono illuminanti. Della politica dei redditi resta praticamente un solo elemento, la pressione antisindacale, il tentativo di offrire al sindacato una possibilità di negoziato a livello politico, che è illusoria nel momento in cui si toglie al sindacato la sua sola arma di pressione, il movimento rivendicativo.
Si dirà che la programmazione può intervenire nel processo reale dell'accumulazione e delle scelte. Questa è diventata purtroppo una posizione ideologica, tanto remota della programmazione reale di cui si discute quanto lo era l'ideologia corporativa dalla realtà economica del fascismo. Il controllo sui profitti (e non sui soli dividendi distribuiti, che hanno scarsa rilevanza economica nelle società industriali avanzate), sulla loro formazione e destinazione, ripropone il nodo del problema, la contrapposizione di linea socialista e capitalistica, di uno od altro modello di sviluppo. Vuol ciò significare che la programmazione è impossibile e che non resta che attendere (da chissà dove) il socialismo? Per nulla al mondo.
Ciò significa che dobbiamo sapere che la lotta contro gli squilibri sociali ed economici del sistema è una lotta contro il sistema, una lotta anticapitalista. È un impegno che tende a costruire giorno per giorno, soggettivamente (nelle coscienze) e oggettivamente (nei rapporti di forza) gli elementi costitutivi del socialismo, e a costruirli nella democrazia, cioè nella partecipazione. La contrapposizione non è fra impresa pubblica e impresa privata. L'impresa pubblica burocratizzata può comportarsi ancora peggio di una impresa privata. E quando noi sosteniamo la estensione del settore pubblico dell'economia, lo facciamo per costruire un terreno concreto su cui misurare la sfida fra i due criteri dello sviluppo: quello del massimo profitto aziendale e quello della massima efficienza del sistema. Questa è per noi la sola programmazione possibile e necessaria.
 
La Malfa
Sono grato del riconoscimento della utilità stimolante che hanno avuto i rilievi critici fatti alla sinistra italiana, e spero che da questo stimolo, e dai conseguibili dibattiti, esca una coscienza politica della sinistra più aderente alla realtà dei problemi del nostro tempo.
Sul merito dei problemi, mi permetto di ricordare a Foa che a non proporsi il rovesciamento rivoluzionario del meccanismo di sviluppo esistente è la stessa sinistra con la quale ho polemizzato. È il partito comunista che ha affermato, attraverso le dichiarazioni dei suoi massimi esponenti (Longo, Ingrao, Amendola) e attraverso i suoi documenti congressuali, che l'Italia del 1966 non è la Russia del 1917, e che ad essa va applicata una politica diversa da quella che il marxismo-leninismo applicò cinquant'anni fa a quel paese. Una forza di sinistra può partire o non partire da tale constatazione, anche se, quando essa la neghi, si colloca nel mondo delle costruzioni che non hanno nessun aggancio alla realtà. Ma quando essa parte da tale constatazione, non può che tranne tutte le conseguenze: non può certo rimanere a mezza strada, come molta sinistra italiana mostra di volere rimanere.
D'altra parte, che cosa mai vuol dire riconoscere che la società italiana del 1966 non è la Russia del 1917, se non ammettere che si tratta di una società infinitamente più articolata, con un meccanismo di sviluppo assai complesso, che si può modificare, riformare profondamente, ma non rovesciare? La conseguenza circa la non rovesciabilità totale del meccanismo di sviluppo, non è affermata da me, ma da coloro stessi che dichiarano di operare in una società infinitamente più articolata della società russa arretrata e depressa del 1917. Mi limito a ricordare alle sinistre, che bisogna saper trarre tutte le conseguenze che logicamente discendono dalla premessa. Da qui le mie critiche ai comunisti: perché l'azione rivendicativa e le riforme da essi proposte contraddirebbero alle premesse, e finirebbero col far franare il meccanismo di sviluppo, senza ottenerne né la riforma, né il rovesciamento rivoluzionario, che è la tipica posizione - dispiace dirlo - di una sinistra puramente massimalista.
Foa si domanda perché le strutture democratiche dovrebbero essere inseparabili dall'attuale meccanismo di sviluppo. Ma anche qui, non sono io a fare questa constatazione, ma è la stessa sinistra con la io dissento. Sia il comunismo italiano, sia il comunismo francese, attraverso le recenti affermazioni di Waldeck-Rochet, dichiarano di accettare e rispettare il pluralismo dei partiti, ma questa accettazione non può che discendere dalla constatazione, del resto di natura prettamente marxista, che la pluralità dei partiti discende dal meccanismo stesso di sviluppo. Fatta questa constatazione, i comunisti però continuano a postulare una «ora x» nella quale la rappresentanza delle forze contrarie al socialismo debba di forza cessare. Ma in un meccanismo di sviluppo, che è continuamente riformato, e perciò non può mai essere completamente rovesciato, esiste questa «ora x ». Fu questo il particolare oggetto della domanda posta ad Amen-dola nel dibattito dell'Eur, e alla quale l'esponente comunista non rispose affatto.
Foa si domanda se il meccanismo di sviluppo si identifica col sistema di priorità; o non si identifichi piuttosto col modo di produzione, o col criterio che presiede lo sviluppo, cioè il criterio del profitto d'impresa o dell'efficienza aziendale. Se il meccanismo di sviluppo non fosse soggetto, da alcuni decenni a questa parte, in misura più o meno intensa, a un'opera riformatrice di sinistra, se esso non fosse oggetto oggi di una considerazione critica nel quadro di una politica di programmazione, allora, certo, esso potrebbe essere quello che Foa sospetta: l'espressione di un semplice rapporto di produzione, del criterio del profìt di impresa. Ma, appunto, da gran tempo non è così, il meccanismo di sviluppo non è tale.
In contrapposizione con questa constatazione di ordine storico, Foa torna alla vecchia concezione marxista e afferma che non è possibile correggere gli squilibri che crescono con la crescita del sistema capitalistico. Siamo cosi di nuovo al punto di partenza. Se affermiamo che esiste ormai una società articolata, neghiamo che si siano accresciuti gli squilibri, anche se molti ne rimangono ancora da sanare. Se il sistema capitalistico crescesse e con la sua crescita aumentassero gli squilibri, saremmo nella situazione ipotizzata da Marx. E invece non lo siamo.
Del resto, si può affermare che i meccanismi di sviluppo più avanzati, e che hanno subito una lunga opera di riforma, siano semplici meccanismi di sviluppo capitalistici? I meccanismi di sviluppo delle società scandinave, sui quali ha operato un'incessante opera di riforma di forze di sinistra, sono tipici meccanismi di sviluppo capitalistici o non sono qualche cosa di diverso, fra il carattere dei meccanismi di sviluppo di una società socialista dell'Oriente e quelli della società francese o italiana?
Foa prospetta infine una contestazione totale del meccanismo di sviluppo attuale e un rovesciamento del sistema, che non sa però, poi, come attuare. Tanto che, alla domanda che egli pone a se stesso, se non resti da attendere (da chissà dove) il socialismo, contrappone
un impegno a costruire giorno per giorno, soggettivamente e ogget-tivamente, il socialismo, e a costruirlo nella democrazia, cioè nella partecipazione. Ma l'impegno alla lotta giorno per giorno, è la lotta per la riforma del meccanismo di sviluppo, non per il suo rovesciamento: è la lotta per un progresso tendenzialmente infinito di sinistra, non la lotta per una «ora x» che dovrebbe scoccare sul quadrante della storia.
Il guaio di una certa sinistra attuale è che essa non vuole lottare giorno per giorno, proprio perché crede di dover aspettare «un'ora x» che non sa in qualche momento storicamente collocare. E invece, un certo senso, costruirebbe quella «ora x» giorno per giorno, se oggi essa sapesse bene lottare ed efficacemente operare sul meccanismo di sviluppo, con spirito concretamente riformatore e innovatore.

 

 

 

Editoriale di Francesco Compagna - "Nord e Sud", numero 200 - luglio 1971

Editoriale di Nord e Sud – numero 200 – luglio 1971

Di Francesco Compagna

Quando cominciammo a pubblicare «Nord e Sud» ci proponevamo di approfondire ed aggiornare la conoscenza della realtà,meridionale del nostro paese, nelle sue uniformità, nelle sue varietà, nel suo immobilismo tradizionale e nelle modificazioniche fin d'allora avevano cominciato ad investirla: “la nostra rivista — scrivevamo nell'editoriale del dicembre 1954, numero1 di «Nord e Sud» — si propone appunto di contribuire alla valutazione dei nuovi dati della realtà meridionale e di esercitare una pressione costante per adeguare a questi dati l'orientamento dei governi, dei partiti, della stampa, deigruppi qualificati di pubblica opinione”.
Giudichino i lettori fino a che punto abbiamo saputo far fronte al compito che ci eravamo proposti; e giudichino, altresì, se siamo riusciti a portarci e a restare all'altezza “di quella tradizione di cultura meridionale che storicamente si è realizzata soprattutto come tramite fra la moderna coscienza civile dell'Europa e l'arretratezza della società meridionale”;di quella tradizione liberale, “la sola tradizione di cui l'Italia meridionale possa trarre intero vanto”, alla quale ci siamo sempre riferiti, per tradurne sul terreno politico “la continuità e la vitalità”. Noi ci sottoponiamo con serenità a questo giudizio, perché riteniamo di essere stati coerenti: coerenti soprattutto con il nostro impegno anticonformistico,fatto valere polemicamente sia contro il conformismo di destra, che è stato dilagante negli anni '50 e nella prima metà degli anni '60, e che potrebbe tornare a manifestarsi con invadenza negli anni '70, sia contro il conformismo di sinistra, che ha contaminato negli ultimi anni quello spirito critico che dovrebbe essere il connotato permanente della sinistra, e che comunque è l'orgoglio della sinistra seria e politicamente responsabile, quale che sia la sua specifica matrice etico-culturale, crociana, salveminiana o gramsciana.
D'altra parte, a questo giudizio dei nostri lettori, noi ci sottoponiamo nel momento in cui ci è consentita la constatazione di aver pubblicato duecento numeri della rivista. Ed è certo motivo di intima e legìttima soddisfazione, per i fondatori di una rivista, poter constatare che alcuni dei collaboratori e parecchi dei lettori frequentavano ancora la scuola elementare quando, fra molte speranze ad altrettante apprensioni, essi, i fondatori, riuscirono a pubblicare il primo numero.
Si sono voluti ricordare i fondatori perché due di essi sono presenti soltanto nella nostra memoria con ricordi incancellabili l'uno di essi non ha visto pubblicato il numero 100 e l'altro non vede pubblicato il numero 200; ma senza l'uno e senza l'altro, “Nord e Sud” non sarebbe nata e non sarebbe cresciuta; e senza di loro è stato ed è molto difficile tenersi all'altezza della dignità culturale e pubblicistica che la rivista aveva raggiunto quando poteva avvalersi di contributi come quelli che le assicuravano Renato Giordano e Vittorio de Caprariis.
Con i fondatori, nel momento in cui pubblichiamo il duecentesimo numero di “Nord e Sud”, vogliamo ricordare con gratitudinetre amici che ci sono stati sempre molto vicini: Ugo La Malfa, che ha, per così dire, tenuto a battesimo la nostra rivista (e non solo quando ha scritto l'articolo di fondo del primo numero, ma prima, quando disse a Raffaele Mattioli, che a sua volta lo disse ad Arnoldo Mondadori: “questa rivista s'ha da fare”); Aldo Garosci che, così come ci ha elargito preziosi consigli, non ci ha risparmiato i suoi sempre intelligenti rilievi critici (e degli uni conte degli altrie è testimonianza eloquente l'articolo che pubblicammo proprio nel numero doppio che commemorava Vittorio de Caprariis, un anno dopo la sua scomparsa);Manlio Rossi Doria, che dai lontani giorni del 1945 ha insegnato a noi come “dipanare” quello che Guido Dorso chiamò «il mitico filo d'Arianna della questione meridionale» e che poi, anno dopo anno, lo ha «dipanato» insieme a noi, mai facendoci mancare il suo contributo di scritti, di idee e più ancora di sentimenti.
Né ci si stupisca che questi tre nomi richiamino oggi tre partiti politici della maggioranza democratica di centro-sinistra: sono quei partiti che insieme, e sia pure in una controllata concordia discors, dovrebbero assicurare sul versante laico l'equilibrio democratico e che comunque, sommandosi, danno luogo alla massima consistenza possibile della componente laica di questo equilibrio; e sono tre nomi che ritornano tutti nella cronaca e nella storia del Partito d'Azione come nei sommari del «Mondo» di Mario Pannunzio. Ecco: “Nord e Sud” ha sempre riconosciuto nel Partito d'Azione un suo fondamentale punto di riferimento, come sempre riconosciuto nel “Mondo” di Pannunzio; ed ha sempre sentito il problema dell'equilibrio politico in Italia come problema di equilibrio fra la componente laica e la componente cattolica dello schieramento democratico, adoperandosi per l’unita d’azione fra i laici e contro le divisioni che troppo spesso e troppo dolorosamente l’hanno insidiata o addirittura compromessa.
Perciò, quando abbiamo deciso di dare al nostro duecentesimonumero un'impostazione che valesse, per così dire, a ricordare, se non a celebrare, la nostra anzianità, e proprio pensando ai più giovani fra i nostri collaboratori e lettori, abbiamo scelto i nomi di LaMalfa, di Garosci, di Rossi Doria, per aprirne il sommario. Ed accanto a questi nomi, abbiamo naturalmente collocato quelli dei due, fondatori: un articolo di Renato Giordano su Guido Dorso ed un articolo di Vittorio de Caprariis su Francesco De Sanctis: due articoli che dicono molto, proprio se si accostano i nomi degli autori rispettivamente a quello di Dorso (del quale Renato Giordano, giovanissimo, fu segretario di redazione) ed a quello di De Sanctis (le cui opere de Caprariis aveva frequentato molto intensamente quando aveva scritto il suo libro su Guicciardini).
A completamento di questo sommario del nostro duecentesimo fascicolo, abbiamo quindi scelto contributi che alla rivista hanno dato Nello Ajello, Giuseppe Ciranna, Rosellina Balbi. Nello Ajello, oggi vicedirettore dell'“Espresso”, è stato il primo redattore-capo di “Nord e Sud” e, quando emigrò al Nord, fu Giuseppe Ciranna, venuto da Potenza, a succedergli. Da quando Ciranna si è trasferito a Roma, dove dirige le “Edizioni della Voce", è infine Rosellina Balbi che regge il peso redazionale della rivista, aggravato negli ultimi tempi dalle assenze del direttore ed alleviato dalla soddisfazione di veder continuata ed arricchita una funzione etico-politica che consiste anche, se non soprattutto, nel cercare nuovi “talenti” e lanciare nuove «firme».
A questo proposito, alcuni anni or sono, in una “autobiografia” della rivista, scritta dal direttore e dal condirettore(Francesco Compagna e Giuseppe Galasso, Autobiografia di “Nord e Sud”, gennaio 1967), scrivevamo che con giovani e nuovi amici avremmo tentato di “continuare”. Ci siamo riusciti e tocchiamo ora il traguardo del duecentesimo numero; e più che mai contiamo di poter andare anche oltre questo traguardo, grazie ai nuovi talenti, grazie alle nuove firme. Ma sempre ancorati saldamente alla collocazione politico-culturale che abbiamo scelto e definito nel dicembre del 1954: alla confluenza dei due grandi filoni che hanno concorso a qualificare ed a nobilitare la moderna cultura politica in Italia; alla confluenza, cioè,del filone che da Francesco De Sanctis conduce a Benedetto Croce con il filone che da Carlo Cattaneo conduce a Gaetano Salvemini.