Per una nuova democrazia |
| di Giovanni Amendola |
È la prefazione, con la quale G. Amendola presentò gli atti del 1° Congresso dell'Unione Nazionale, nel libro Per una nuova democrazia, Roma, Società Italiana di Edizioni, 1925.
E stato largamente riconosciuto - anche in partibus infidelium - che il primo Congresso dell'Unione Nazionale costituì un avvenimento politico del quale non era possibile sbrigarsi con le poche consuete battute di critica generica contro la democrazia. La ragione di questo riconoscimento è semplice, e può ricondursi al fatto che l'Unione Nazionale, mentre rappresenta la riaffermazione integrale e pienamente consapevole del principio democratico, si è proposto di far scaturire tale riaffermazione non soltanto da una lunga tradizione dottrinaria, ma altresì e sopratutto da una rivalutazione originale dell'esperienza di un secolo e da una critica rigorosa della stessa critica antidemocratica. Perciò quando il nazionalfascismo avventa i suoi strali contro il vecchio tronco che ha le sue radici nell'Enciclopedia e nella Rivoluzione francese, non soltanto non riesce a raggiungere l'anima del nascente movimento unionista, ma anzi offre in sé stesso, e nella sua totalitaria reazione al liberalismo e alla democrazia, un fenomeno storico che l'unionismo è chiamato ad intendere e ad oltrepassare.
La reazione antidemocratica, che riempie di sé tanta e così cospicua letteratura dai giorni di Joseph de Maistre fino ai nostri, ha trovato negli anni del presente dopo guerra quell'ambiente morale e sociale e quel favorevole incontro di molte fortunate circostanze che le hanno consentito di tentare, in grande stile, il rovesciamento totale delle basi su cui era fondata, da oltre un secolo, la vita pubblica delle nazioni europee. Il tentativo è in corso: dirà la storia, tra alcuni anni o tra molti anni, se esso — come noi pensiamo — non rappresenti che un ciclo minore di reazione entro la linea prevalente di un ciclo più vasto, o se esso invece - come pensano i fascisti - sia destinato a mettere al mondo una realtà nuova che sostituirà pienamente la mediocre e condannata realtà dello stupido secolo decimonono. Ma il tentativo si è operato in confronto dello spettacolo impressionante offerto da un altro fenomeno storico, che ha riempito di sé gli anni del dopo guerra: la rivoluzione bolscevica. L'immenso sovvertimento, accompagnato da sanguinose rovine, cui diede luogo, nell'antico impero degli Zax, l'ondata leninista, e l'ombra minacciosa che esso proiettò a lungo sull'occidente europeo - uscito più o meno scosso e traballante dalla grande guerra - hanno determinato una ripercussione di straordinaria intensità che si fa sentire profondamente, e si farà sentire per qualche tempo ancora, nei paesi di regime liberale e democratico. L'ondata e la sua ripercussione hanno avuto, entrambe, carattere decisamente antidemocratico, ed hanno investito con violenza le basi di quello che si suoi chiamare correntemente lo « Stato moderno ».
Non è senza significato e non può essere senza ragione il fatto che la grande guerra abbia rimesso in discussione i principii su cui si fondava, fino a qualche anno fa, la vita politica dei popoli più civili. Può sembrare, a tutta prima, che tale fatto investa in pieno liberalismo e democrazia; ma una considerazione più attenta e più spassionata della realtà dimostra che esso investe, se mai, il nazionalismo, il socialismo e la plutocrazia. Non investe, insomma, le « forme » della vita politica moderna, ma investe - se mai - le varie anime che di quelle forme si sono servite per tiranneggiare i destini dei popoli moderni.
La rivoluzione bolscevica, infatti, non c'interessa tanto come dottrina - e cioè quale conato di comunismo - quanto come fatto, e cioè come crollo dell'impero degli Zar, determinato in una certa ora da Lenin e dal suo partito, col sussidio di determinati mezzi che la storia mise loro a portata di mano. Il mezzo principale e formidabile di cui Lenin si servì fu l'avversione alla guerra e la stanchezza della guerra penetrate largamente nelle masse rurali; ed accanto a quello e dopo di quello il miraggio della terra ai contadini. Lenin promise al popolo russo di salvarlo dall'inferno; e poi, per sopramercato, aggiunse che gli avrebbe regalato il paradiso.
Ora l'avversione alla guerra, la stanchezza della guerra che costituivano stati d'animo tirannicamente dominanti nella psicologia popolare russa durante il 1917, ci riconducono col pensiero al problema formidabile e pauroso del rapporto tra gli Stati e le Nazioni di fronte alla tremenda realtà della guerra moderna. Le vecchie guerre che potevano essere condotte con piccoli eserciti e con modesta finanza, consentivano un largo margine di libertà alle decisioni dei Gabinetti ed agli intrighi della diplomazia; la guerra di ieri, o di domani, necessariamente affidata ad immensi eserciti, anzi all'intera nazione, e sostenuta da una finanza che può ipotecare le risorse di molte generazioni, non può essere affrontata e condotta a termine senza il consenso spontaneo e consapevole, e senza il concorso tenace ed ininterrotto, di tutto il popolo. Così il fatto ha dimostrato che nei paesi a costituzione democratica, nei quali la guerra fu sostenuta dall'adesione più libera e più spontanea della pubblica opinione, la grande prova potè essere sostenuta fino in fondo con maggior successo e senza crisi politiche insuperabili per lo Stato.
La reazione - antibolscevica prima ed antidemocratica poi -ha tratto ispirazione dagli opposti stati d'animo, determinati nelle classi dirigenti del mondo occidentale dallo spettacolo dell'immenso e sterile sconvolgimento sociale, delle straordinarie distruzioni di ricchezza, e del disordine morale, giuridico e politico che hanno travolto e funestato la Russia sotto la dominazione di Lenin e del suo partito. Tali fatti apparvero — erroneamente — alla borghesia occidentale, piuttosto che come il risultato di determinate cause che si manifestarono e si sommarono nella Russia del 1917, come le estreme conseguenze di un fattore che esisteva ed operava in tutto il mondo: vale a dire l'azione del socialismo internazionale, operante sul terreno della lotta di classe. Salvare, insieme con le proprie posizioni, tutto un patrimonio di civiltà, di cultura, di ricchezza e di ordine civile, dall'assalto incessante e sconvolgente della lotta di classe apparve nel tempo medesimo alla borghesia occidentale come un supremo interesse e come un alto dovere. E poiché in quello stesso periodo il Governo parlamentare soggiaceva ad una naturale crisi passeggera di fronte ai carichi straordinari della guerra e del dopoguerra, mentre la pratica delle pubbliche libertà - affidate alla tutela di governi deboli e stanchi - appariva quasi complice necessaria dell'ondata sowertitrice che da Mosca si ripercuoteva sull'Occidente fiancheggiata dal socialismo internazionalista e classista, così si giunse rapidamente, sopratutto in Italia, alla conclusione che la difesa contro il bolscevismo e contro la lotta di classe si doveva effettuare, con assai maggiore efficacia e sicurezza, su di una linea arretrata, e che tale difesa si chiamava attacco contro la democrazia e contro i principii del governo parlamentare. Questa la genesi ideologica morale e politica dell'offensiva che il fascismo va svolgendo da tre anni contro lo Stato italiano del Risorgimento.
Gli opposti esperimenti politici che durante il dopoguerra hanno tormentato l'Europa trovano la loro comune premessa in un movimento di critica e di sfiducia che si è volto verso lo Stato liberale-democratico. Epicentro di tale moto di sfiducia deve considerarsi la guerra: di cui la rivoluzione bolscevica non fu che la grande ombra. I popoli non hanno ratificato, in definitiva, l'operato di quella direzione politica degli Stati che li condusse, improvvisamente, e senza possibilità di difesa, di fronte alla catastrofe del 1914, e che, attraverso la sanguinosa e dispendiosa gigantomachia dei quattro anni, non ha saputo poi condurli alla pace. L'istinto delle grandi masse si è rifiutato di sanzionare questo colossale non-senso che è rappresentato dalla politica europea svoltasi dall'immediato anteguerra fino ad oggi; ed in questo rifiuto oscuro, complesso e talvolta con-traddittorio, vive l'affermazione che un miglior governo debba essere fatto del patrimonio di sangue, di ricchezza e di civiltà del genere umano. Ora, dalla crisi profonda per cui l'umanità recalcitrante di fronte alla voragine '14-'18 si è avventata a ricercare le cause funeste dell'indimenticabile evento onde eliminarne l'azione temibile dal corso del suo avvenire - e di questa crisi nessuno parla oggi sebbene essa rappresenti la suprema realtà sempre presente attraverso il decennio fatale -sono scaturiti due ordini di pensiero, due opposte ispirazioni politiche, che però negano entrambi lo Stato liberale democratico, e mirano concordemente a sovvertire le fondamenta oramai più che secolari della vita politica moderna. Da un lato si nega, in radice, lo Stato liberale democratico come la grande menzogna, che dietro la facciata della sovranità popolare nasconde l'onnipotenza di ristretti ceti privilegiati e plutocratici e si mira all'internazionale comunista; dall'altro, mentre si concorda nella diagnosi della menzogna, si aggiunge che lo Stato liberale democratico non consente né la saggia direzione politica della collettività sociale, né la efficace difesa contro la sovversione della lotta di classe, e si mira all'instaurazione di uno Stato immunizzato dall'influenza del suffragio universale e reso tetragono (nella speranza) contro l'aggressione del socialismo grazie all'organizzazione statale della vita sindacale. Di fronte a codeste oscillazioni del pendolo — che non negano, ma anzi dimostrano la legge della gravita — si pone la riaffermazione unionista dei principii fondamentali su cui si regge lo Stato moderno, e che ne condizionano l'esistenza. La grande crisi apertasi nel '14 non ha dimostrato affatto che quei principii possano essere vantaggiosamente sostituiti da ritorni reazionari o da avanzate rivoluzionarie; ha dimostrato, se mai, che quei principii debbono incarnarsi, assai più profondamente che non sia avvenuto per il passato, nella vita degli Stati, onde metterla al riparo dagli impreveduti cataclismi della convivenza internazionale e della lotta sociale. Il suffragio universale significa lo Stato poggiante su larghissima base; poggiante sulla realtà del massimo possibile consenso: né si può, a questo proposito, parlare di menzogna convenzionale senza pregiudizio ideologico, perché il « massimo possibile consenso » non significa « consenso di tutti », bensì consenso di tutti coloro che hanno idoneità per esprimerlo; significa cioè assenza di limite artificiale opposto al consenso di tutti gli idonei, o al progressivo diffondersi dell'idoneità attraverso il corpo sociale. Chi potrebbe affermare che la crisi del decennio dipenda da siffatta larghezza di base assicurata allo Stato? Chi oserebbe affermare che tale larghezza di base sia pregiudizievole anche dal punto di vista dei fini « nazionali » dello Stato? Vi è qualcuno che sia in grado di dimostrare che la guerra moderna, la quale attinge paurosamente alla vita alla morte ed alle sostanze di milioni e milioni di esseri umani — uomini e donne — si possa deliberare, condurre e vincere da uno Stato poggiante su base ristretta e privilegiata: come una guerra del Roi Soleilì O vi è altri che voglia proporsi di dimostrare che uno Stato, solidamente fondato sul consenso generale e sulle libertà individuali dei cittadini - come le grandi democrazie di America e d'Inghilterra - sia meno resistente di fronte all'improvvisa offensiva del colpo di mano rivoluzionario, di quanto non lo sia uno stato fondato esclusivamente sulla forza, e costretto perciò a vivere della vittoria riconquistata ogni giorno ed ogni ora nel perpetuo duello tra la sua forza, e la forza latente e indistruttibile che mira a sopraffarlo e a disintegrarlo? Tutte codeste dimostrazioni sono ancora da dare; né le forniscono in alcun modo gli ideologi ed i riformatori dell'« èra nuova »: i quali tutti lavorano oramai a comporre una nuova monotona scolastica su di una base dogmaticamente assunta, e se dimostrano un ammirevole vigore logico nel costruire castelli in aria, non ne rivelano invece alcuno allorché si tratti di criticare solidamente quello Stato moderno, che troppo alla leggera si sono proposti di ridurre in macerie - nel pensiero e nella realtà.
No: l'esperienza della guerra e del dopo guerra non ci autorizza a nessuna conclusione contro lo Stato a larga base, contro lo Stato del suffragio universale. Autorizza, se mai, a concludere che tale Stato fu nel passato, imperfettamente organizzato e non sempre bene governato; e ch'esso tollerò colpevolmente accanto a sé, in alto e in basso, larghe zone di arbitrio e di disordine, nelle quali hanno germinato cause temibili di sovversione e di avventura, e dalle quali trassero origine, in definitiva, i vari colpi di mano che hanno funestato l'Europa attraverso il dopo guerra. I conservatori occidentali che guardano con orrore al destino della Russia, fìngono di non vedere o di dimenticare che l'avvento bolscevico fu attuato sulla base della negazione democratica, e rappresentò « l'altra alternativa » che rimane sempre possibile allorché lo Stato sia fondato esclusivamente sulla forza. I fascisti italiani, che rievocano ad ogni ora i fantasmi del cataclisma sociale e della negazione patriottica, per collaudare la loro politica, dimenticano o fingono di dimenticare che l'Italia è risorta dalla secolare disgregazione come Stato liberale, ed ha potuto affrontare e vincere la guerra come grande democrazia; fingono sopratutto di non vedere che alcuni inconvenienti passeggeri verificatisi nel funzionamento dello Stato e del Governo parlamentare, in conseguenza del surmenage bellico, non coinvolgono in alcun modo i principii fondamentali che avevano consentito alla nazione italiana di riscattarsi, dopo quattordici secoli, a libera unità statale, e di procedere con passo sicuro fino a Vittorio Veneto.
Il problema, dunque, non consiste nell'eliminare il responso legale della collettività nazionale dalla direzione dello Stato, bensì nell'organizzarlo più saldamente onde siano definitivamente escluse le possibilità dell'avventura e del colpo di mano; e nell'assicurare alla volontà generale, sicuramente ed organicamente manifestata, lo strumento di un Governo agile e forte, legittimo nel suo fondamento ed energico nella sua azione. Ecco perché l'unionismo si concentra e si riassume in una duplice affermazione di legittimismo democratico e di capacità esecutiva del Governo. L'avvenire della civiltà moderna è legato non già alla negazione della democrazia, bensì alla soluzione dei problemi interni della democrazia. Un secolo di esperienza, e dieci anni di prova suprema, ci mettono in condizione e ci impongono il dovere di affrontare un simile compito. Nessuna delle preoccupazioni che hanno dominato il dopoguerra, anche nelle sue correnti più radicalmente democratiche, ci è estranea, come non ci è estranea, o lontana, la comprensione dei problemi cui esse corrispondono; ma la suggestione di tali preoccupazioni non può dominare il pensiero, e non può deviarlo da quella linea di equilibrio la quale, pur mantenendosi sensibile e docile a tutti gli ammaestramenti dell'esperienza, esso rimane padrone di sé stesso e capace di dominare — com'è suo compito — la realtà politica e sociale. In un periodo di passionali sconvolgimenti, di isteriche commozioni, e di avventurose convulsioni, l'unionismo si propone di « intelligere » con virile freddezza, e di agire con vigorosa fermezza, in vista dell'avvenire. Vedremo se, in definitiva, la vita delle nazioni obbedirà al Governo degli « uomini », oppure resterà soggiogata dalla pazza e sovreccitata tregenda attraverso la quale, nonostante qualsiasi mito di ordine e di stabilità, persiste tuttavia, ed opera tenacemente ancora, la psicosi post-bellica!
Il fascismo — costretto a ciò dalla sua « volontà di credere » rivoluzionaria — ha finito per orientare tutto il suo giuoco di « affossamento » dello Stato liberale, verso la sostituzione della rappresentanza « organica » alla rappresentanza del suffragio universale. È perfettamente inutile stare a ridire come e perché tale sostituzione appaia assurda ed insostenibile, sia dal punto di vista dello Stato moderno come da quello, opposto, dello Stato assoluto; ma invece mette conto di stabilire come il conato fascista risulti del tutto sterile dal punto di vista dei fini di conservazione sociale che esso evidentemente si propone. Giacché il disegno è, senza dubbio, il seguente: assicurare all'attuale costituzione sociale una efficace difesa permanente, in primo luogo col sopprimere quello Stato liberale che sembrava inventato apposta per assicurare libertà di preparazione e di azione a tutti i suoi nemici, ed in secondo luogo col vincolare alla nuova organizzazione statale quelle forze medesime che i nemici dell'attuale società solevano guidare minacciosamente contro di essa: e cioè le forze del lavoro. Questo è, per certo, il concetto informatore che sta dietro a tutti i disegni di rappresentanza organica coi quali si mira a stroncare lo Stato del suffragio universale, ed a costringere permanentemente le forze del lavoro dentro la disciplina del nuovo Stato. Di fronte a siffatta concezione appare formidabile, per realistica vigoria di pensiero e per maturità di esperienza, la diagnosi marxista. La costituzione economica della società presente, e cioè il capitalismo, rappresenta una realtà massiccia, al confronto della quale certe costruzioni soloniche sono destinate a svanire come leggende dorate del medioevo aleggianti nel sogno, intorno alla marmorea cattedrale, o meglio come fumi di nebbie mattutine di fronte all'ascesa trionfale del sole. Il sindacato operaio sta al capitalismo moderno, come la corporazione stava alla economia medioevale: ci vuole ben altro che un moto di difesa, nato dall'istinto di conservazione della società borghese scossa dalla grande guerra, per spostare i termini di un simile rapporto! Se volete, come volete, il capitalismo, dovete rassegnarvi al sindacato ed alla lotta di classe: se volete il fuoco non potete evitare il fumo, o la luce, a seconda dei casi. E perciò, mentre è concepibile che il movimento sindacale possa, in determinate circostanze, arrestarsi o retrocedere, e possa perfino rassegnarsi temporaneamente alle condizioni meno favorevoli, è semplicemente assurdo il pensare che si possa conservare e rafforzare l'organizzazione capitalistica della società, sopprimendo il massimo fenomeno che l'accompagna: e cioè l'organizzazione unitaria e la contrattazione « economica » degli interessi del lavoro. Il grande problema del mondo moderno non sta nella soppressione, o nell'assoggettamento del sindacato, ma sta invece nella sua conciliazione con l'ordine politico della società. Ora non è già il sindacato, come tale, ma è l'impiego sistematico del sindacato ai fini della rivoluzione sociale che è inconciliabile con l'ordine politico della società attuale. E « ordine politico » non significa, in questo caso, difesa aprioristica e dogmatica del capitalismo e del datore di lavoro; ma significa invece mantenimento e tutela delle garanzie che lo Stato democratico assicura a tutti i cittadini, a tutti i ceti ed a tutti gli interessi. La democrazia sola ha capacità di garantire i diritti del lavoro e di porre, nel tempo stesso, il limite della legge e dell'interesse generale della società ai diritti del lavoro. La democrazia è incompatibile col metodo di Lenin, e con l'espropriazione rivoluzionaria dei diritti politici e privati, mentre lascia aperta la via del diritto a qualsiasi trasformazione sociale che possa e sappia attuarsi nelle forme legali. La democrazia sola ha virtù sufficiente per mantenersi sul terreno della realtà moderna, e per costringere tutte le forze che operano sul medesimo terreno ad accettare il limite della legge. Di fronte al principio democratico la « rivoluzione sociale » o la « dittatura del proletariato » possono farsi valere — se lo Stato, non abbia saputo organizzarsi, com'è suo stretto dovere, contro ogni tentativo di sovversione — come forza, come colpo di mano, o come avventura; ma debbono rinunziare a farsi valere come diritto. Invece, di fronte allo Stato fascista esse valgono come « forza » e come « diritto ». Lo Zar e Lenin si equivalgono in quanto a fondamento giuridico del rispettivo potere e del rispettivo ordine. Al confronto delle nuove esigenze e dei grandi problemi di questi anni, la democrazia deve riordinare i propri istituti rendendoli capaci di fronteggiare la realtà determinatasi attraverso la guerra e il dopo guerra, e facendo tesoro di una secolare esperienza ideologica e politica. Essa deve, sopratutto, sottrarsi alla fluttuazione esteriore - spesso capricciosa e quasi sempre instabile - della volontà popolare, per interpretare invece, attraverso i suoi rinnovati istituti, le direttive essenziali e permanenti che da essa promanano. Deve circondare di solide garanzie i principii costituzionali della vita dello Stato; deve limitare e rafforzare i vari poteri nei quali lo Stato si realizza; deve collocare al disopra di ogni organo della vita statale il supremo controllo della giustizia; deve saper riorganizzare la vita politica del Paese onde rendere più chiaro, più regolare, più facilmente intelligibile da parte della pubblica opinione, il funzionamento dei partiti, con le responsabilità che esso comporta. Deve, infine, circondare lo Stato di libertà individuali e locali così forti e così resistenti che esso trovi in tali libertà un limite insuperabile; ma trovi in esse altresì la fo~rza straordinaria che gli deriverà dall'essere lo Stato degli uomini liberi,spontaneamente aderenti, per coscienza e per interesse, al vincolo statale, e non già lo Stato paternalisticamente adagiato sulla passività indifferente ed inerte di una folla di servi. L'energia spirituale che anima lo Stato dei liberi è incomparabilmente più grande, e più produttiva, in tutte le fasi della storia, di quella che può animare lo Stato dei servi: così agli effetti della vita interna dei popoli come agli effetti delle competizioni internazionali. Il fascismo, invece, crede sul serio di costruire un'Italia stabile ed « imperiale », facendoci retrocedere precipitosamente verso la passività stagnante dell'assolutismo paternalistico!
La verità finale, con la quale può concludersi questa breve disamina, è semplice ed impreveduta: il fascismo, nonostante il suo carattere reazionario, obbedisce tuttavia al dogma, nato col giacobinismo, dello Stato-Leviatano, della cui vita le vite individuali sono momenti subordinati e trascurabili. Il tremendo falansterio, che costituì l'ideale cui obbedirono ugualmente la Prussia imperiale ed il socialismo di Marx, ha tentato di incarnarsi ancora una volta, così nel bolscevismo come nel fascismo. Il fascismo rappresenta, sopratutto, l'esagerazione parossistica e monomaniaca dell'ingerenza del potere esecutivo in tutta la vita statale e sociale; il capovolgimento acrobatico dei rapporti normali tra Stato e Società, in virtù del quale la Società esiste per lo Stato, e lo Stato per il Governo ed il Governo per il partito; in una parola al regime del « Commissario » instaurato in ogni campo della vita e sostituito a tutte le leggi della vita. Lungi, quindi, nonostante il suo carattere di reazione antidemocratica, dal rappresentare un capovolgimento effettivo della vita politica moderna, esso ne rappresenta invece soltanto l'esasperazione malata e fantastica. Se è vero che nell'esistenza dei popoli moderni il « privato » ha costantemente indietreggiato dinnanzi al « pubblico » e la vita spirituale dell'individuo è stata progressivamente insidiata ed impoverita dal cancro della politica, bisogna pur riconoscere che il fascismo rappresenta la massima accentuazione di tale malattia, e corrisponde al massimo impoverimento della spiritualità individuale. Quei cattolici che tanto esultano per l'onore reso dal fascismo alla Chiesa Cattolica, con la sua assunzione ad imtrumentum regni del littorio, si sentiranno un giorno o l'altro annunziare la nomina di un R. Commissario per le orazioni o per i sacramenti, o magari per la vigilanza alle porte del Paradiso!
Questa terribile malattia del mondo moderno, che trova nel fascismo la sua manifestazione più impressionante, deve richiamare vigorosamente l'unionismo su quella che dovrà essere la linea maestra del risorgimento democratico. La rinnovata democrazia di domani attuerà, sopratutto, la libertà degli uomini, e relegherà nei musei della Storia lo Stato Leviatano. L'organizzazione stabile e regolare della sovranità popolare e del potere politico insieme con la limitazione della sfera di influenza dell'esecutivo, e con l'affrancamento della spiritualità umana dalle pesanti catene della politica onnipresente: ecco i compiti che la democrazia deve affrontare dopo un secolo e mezzo di indimenticabili esperienze. L'unionismo nasce con questa ispirazione fondamentale nel bel mezzo della fornace ardente di questi anni di prova. Il cataclisma iniziatosi nel '14 darà al mondo la sua luce: ma non sarà la luce artificiale del fascismo. Sarà la luce solare della libertà e della democrazia moderna, incarnate in forme più perfette e più degne di quelle che il passato conobbe, e liberate dall'opprimente pregiudizio dello Stato-falansterio, della collettività umana regolata in ogni attimo della sua esistenza dal potere politico. In verità quello Stato, pericoloso carcere piuttosto che asilo della vita umana, si precipitò ciecamente nella voragine del 1914: e finirà, dopo vani tentativi di risurrezione, per restarvi sepolto.
Nessun tormento potrà mai essere paragonato al tormento di quegli italiani, i quali si trovarono a possedere la maturità di una coscienza moderna, e la visione lucida di un disegno politico quale è quello adombrato in queste pagine, allorché piombò sul loro paese la prova del fascismo. Ma attraverso questa prova - infinitamente più dura per lo spirito di quanto non lo sia stata sul terreno politico - la fede negli ideali di una rinnovata democrazia della libertà e del lavoro, si è ritemprata, si è sublimata, si è fatta incrollabile. Nasceva essa da una ispirazione profondamente religiosa, ed ha assunto la potenza e la lucidità di una vocazione religiosa. Gli uomini che si trovano su questa linea possiedono una coscienza della loro destinazione etica e della loro partecipazione alla sovranità dello Stato, che è totalmente
assente dalle folle che obbediscono al solido richiamo del randello, oppure alla suggestione inebbriante del gesto partigiano o delle grida faziose. Essi sentono lo Stato non già come angustia tirannica e cieca del potere esecutivo, bensì come vasta organizzazione spirituale e legale della Società, vivente nella razionale autonomia degli individui, e sulla quale poggia solidamente il Governo: reso potente così dalla limitazione dei suoi compiti, come dalla meravigliosa moltiplicazione delle libere energie individuali che lo circondano e lo sorreggono
Due ideali sono in conflitto: ed il loro conflitto da significato e carattere alla vita italiana di questi anni e degli anni che verranno. L'« Unione Nazionale » ha scelto di rappresentare, con la massima consapevolezza e con la più energica decisione, uno dei due ideali: quello cui tocca oggi l'onere dell'oppressione, ma a cui toccherà, indubbiamente l'onore dell'avvenire. E si è accinta, nell'ora più oscura e difficile, ad incarnarlo in idee chiare, ed in un solido organismo d'azione. Perciò il suo primo Congresso non è passato inosservato; perciò la sua volontà politica è stata avvertita dal Paese.
Ed il Paese, bisognoso sopratutto di forza morale, di carattere e di coscienza, già trae inestimabile vantaggio da questo soltanto: che un ideale sia nobilmente servito, con dignità e con sacrificio, da uomini integri e saldi, senza via di ritorno.
Occorre il lavoro di molte vite - a fondo perduto - per gettare le solide fondamenta dell'Italia di domani. Noi doniamo quello di cui siamo capaci: senza calcolo e senza rimpianto.
Roma, 10 luglio 1925
Giovanni Amendola
da “La Nuova Democrazia”
discorsi politici (1919-1925)

|