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Filosofia e Scienze nel pensiero di Benedetto Croce

di Ernesto Paolozzi

Il testo che riproduciamo presenta la posizione di Benedetto Croce al mondo anglosassone su un argomento particolarmente sentito in quella cultura: Science and Philosophy in Benedetto Croce. Il saggio è pubblicato sulla "Rivista di Studi Italiani di Toronto".

 

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La questione del rapporto fra scienza e filosofia è centrale nella storia del pensiero almeno a partire dal tentativo galileiano di disegnare un metodo scientifico coerente, privo di ogni residuo irrazionalistico. A fasi alterne, si potrebbe rudemente esemplificare, lungo il tortuoso cammino della storia, le culture dominanti, le weltenshaung, hanno privilegiato l’atteggiamento scientifico ovvero quello filosofico, e quasi tutti i filosofi, criticamente differenziandosi dalle mode dominanti, hanno sognato di trovare il punto di mediazione fra le diverse sensibilità, hanno costruito sistemi gerarchici nei quali ora l’una, ora l’altra, occupasse il posto di comando.

Croce, si formò in epoca positivista, in una di quelle fasi storiche nelle quali la filosofia veniva, per tanti aspetti, screditata, la metafisica aborrita, lo spiritualismo e l’intuizionismo condannati senza appello. Sebbene il giovane studioso fosse influenzato da quel clima tanto da concepire uno scritto (che non vedrà mai la luce) sulle affinità fra la storia e la scienza, il Croce maturo si farà (con estrema vis polemica) aperto vanto di non essere mai stato positivista (Contributo alla critica di me stesso, 1915): affermerà di aver commesso tanti errori nella vita, e tanto gravi da arrossirne ancora, ma mai quello di essere stato positivista.

Questa sola affermazione (ma decine di pagine di rigorosa critica, filosofica, storiografica, estetica, lo confermano) testimonia del clima che era venuto a crearsi nei primi anni del Novecento. Croce pagò a caro prezzo, in questo caso come in altri, l’asprezza della polemica. Ancora oggi, a più di un secolo, è diffusissimo il luogo comune di un Croce nemico giurato delle scienze mentre, in effetti, egli fu irriducibile nemico dello scientismo, ossia dell’illegittimo tentativo di estendere, se non imporre, il metodo empirico o empirico-razionalistico, a tutte le altre sfere della cultura, alla vita tutta.

In realtà, l’antipositivismo del filosofo abruzzese, considerato nel suo complesso, non fu particolarmente originale nella sua epoca. La filosofia del suo tempo nacque sotto il segno di quella che potrebbe essere definita la reazione al Positivismo o, forse meglio, la liberazione dal Positivismo. In Francia fanno testo, per non citare che le più note, le posizioni di Bergson, Blondel, Boutroux e del grande amico di Croce, Georges Sorel. In Germania il movimento storiografico che comunemente definiamo Historismus, il complesso pensiero di Husserl e, di lì a poco, quello di Heidegger, rompono drasticamente e inappellabilmente con la tradizione positivista, rottura già consumata con la filosofia poetica del ribelle Nietzsche. Guadagnano, o riguadagnano, la ribalta gli Humboldt e gli Schleiermacher, i Dilthey e i Droysen, i Windelband e i neokantiani.

Il saggio di Husserl, La crisi delle scienze europee, è un vero e proprio manifesto, non solo filosofico ma etico, dell’antipositivismo, viva e nitida testimonianza di una nuova condizione spirituale. Nuovo atteggiamento, nuova mentalità che pervade la stessa cultura anglosassone, pur tanto radicata nell’epistemologia classica, nel cui orizzonte trovano posto posizioni radicalmente idealiste accanto a franche e chiare revisioni dello scientismo com’è, in fondo, quella del pragmatismo (Collingwood, Bradley). Senza contare la felice ambiguità di un Wittgenstein, nella cui opera si fondono logicismo e misticismo, l’eclettismo di un Russell, arguto pensatore che nel suo lungo percorso speculativo ha difeso or l’una, or l’altra posizione con eguale efficacia argomentativa, e tanti altri ancora che si potrebbero citare come il grande logico Whitehead che nella maturità auspicò un ritorno a Platone.

Ma il segno più forte della rottura, che si stava consumando, con la mentalità positivistica, lo si coglie proprio nella totale inversione di tendenza avvenuta nel mondo delle scienze propriamente dette. Sono gli scienziati, i matematici, gli epistemologi, che rompono, non solo con il positivismo ma con lo stesso empirismo classico e, insomma, con la fisica di Newton, regina e modello di tutte le scienze particolari. Fondamentali furono le meditazioni di Ernest Mach e Riccardo Avenarius nell’ambito di quel movimento filosofico che fu definito empiriocriticismo, contro il quale, senza comprenderne lo spirito, si scagliò perfino Lenin. D’altro canto, è la generale svolta impressa alla fisica da grandi scienziati come Einstein, Planck, Heisenberg, che scuote dalle fondamenta la tradizione scientifica, tanto che consente di dire, senza tema di scivolare nel paradosso, che “nel momento stesso in cui Planck e Einstein enunciano le loro teorie, tolgono o, meglio, annullano loro malgrado, le fondamenta su cui poggiava la fisica classica” (G.Gembillo, Neostoricismo complesso, ESI, Napoli, 1999). Tendenza che non si arresterà ai primi del secolo ma resterà viva, e si affermerà definitivamente fino alla fine del Novecento, con le analisi di Khun, dei seguaci di Popper (e in parte con lo stesso Popper) ma, soprattutto, con Prigogine e Morin, nonostante la circoscritta rinascita del positivismo ad opera del Circolo di Vienna e del cosiddetto neopositivismo logico.

Il filo rosso che attraversa queste diversissime esperienze rendendole, almeno per l’aspetto critico, omogenee è l’idea che le scienze e le matematiche non siano necessariamente vere: non sono vere, almeno, nel senso tradizionale del termine, ossia non corrispondono ad alcuna realtà oggettiva, ontologicamente data. Esse possono essere considerate utili, possono rivelarsi efficaci, possono ritenersi convenzionali, strumentali o complesse, perfino intuitive, ma gli è sottratta per sempre la possibilità di attingere al vero, sebbene, al senso comune, esse appaiano certe perché, per dirla con Heidegger, sono esatte. Esatte, non vere. Gli scienziati, forse perfino più e meglio dei filosofi, indagando le particelle elementari, l’espansione dell’universo, hanno accolto l’idea che è impossibile confrontarsi con la cosiddetta natura senza tener presente la molteplicità degli eventi, la complessità del pensiero, la temporalità come elemento fondamentale della storia e della natura. Questa nuova acquisizione, questa diversa mentalità, hanno giovato non solo all’epistemologia e alla ricerca filosofica in generale, ma sono state alla base degli innumerevoli progressi compiuti dalla scienza in ogni settore e in tutte le sue applicazioni, dalla medicina, alla chimica, alla tecnologia.

In questa nuova temperie culturale non era evidentemente più possibile il progetto comteiano di estendere alle scienze dello spirito il metodo della scienza della natura, la sociologia non era più la fisica sociale.

Lo stesso marxismo, che pure aveva, se così è lecito esprimersi, civettato con lo scientifismo, tende, tranne rare eccezioni, a privilegiare la componente storicistico-dialettica ed hegeliana pur mostrando sempre rispetto per il progresso scientifico in senso stretto e combattendo altresì anche aspramente il positivismo inteso come il travestimento ideologico della politica di affermazione della borghesia.

Qualcosa di analogo, perché accade talvolta che la storia sembri veramente ripetersi, a ciò che sta accadendo oggi, agli albori del 2000 allorché i movimenti ecologisti combattono la “mentalità” tecnologica intesa come funzionale al dominio economico di una parte dei paesi ricchi nei confronti della grande maggioranza dei paesi poveri. E, per tornare al nostro tema, non è da escludere che la sensibilità antipositivista di Croce fosse, in certa misura, tributaria anche dell’insegnamento di Antonio Labriola e, più in generale, delle letture marxiane, dello studio critico condotto dal giovane filosofo della cosiddetta economia classica e dei marginalisti, soprattutto della Scuola austriaca.

Ma è inutile indugiare ancora su aspetti particolari di quello che fu un atteggiamento mentale e morale di un’epoca. In questo senso Croce fu veramente figlio del suo tempo. E lo spirito di quel tempo fu infatti antipositivista e antiscientista in tutte le sue manifestazioni, dalla poesia alla letteratura, all’arte in tutte le sue espressioni, pervase da una sorta di neoromaticismo, attivismo o decadentismo, come fu definita con formula riduttiva l’intera tendenza culturale. Basti ricordare, per rimanere all’Italia, l’influenza di D’Annunzio, il dissacrante e iconoclasta Martinetti, e con lui i futuristi di tutta Europa, per cui, se qualche volta ci fu esaltazione delle scienze, fu esaltazione nata sotto il segno di un’enfatica visione iper-romantica della realtà: ciò che più si allontanava dalla aurea mediocritas tipica del filologismo positivista.

Croce dunque, per tagliar corto, non solo non fu fuori del suo tempo, non fu retroguardia, e forse nemmeno anticipatore. Fu completamente e totalmente immerso in quella epoca. Certamente non fu un comprimario. Presto divenne protagonista interpretando quello che oggi si direbbe un trend tipico di quel momento. Non vale dunque la pena soffermarsi sulle tante critiche rivolte al filosofo come presunto responsabile della crisi delle scienze o dell’epistemologia, tanto esse sono destituite di fondamento. Al contrario, come vedremo, a voler seriamente intendere il pensiero crociano, la logica di Croce, non furono le scienze il suo bersaglio fondamentale e, soprattutto se si considera il suo pensiero in relazione a quello degli altri filosofi e degli altri studiosi dell’inizio del Novecento, bisognerà ammetterne l’estremo equilibrio. La sua non fu una svalutazione delle scienze ma un’attenta considerazione del ruolo delle scienze stesse ed una loro ricollocazione nel quadro della filosofia. Documento importante ci sembra questo decisivo passaggio dell’ Introduzione alla quinta edizione della Logica: “E il distacco che vi si compie della filosofia dalla scienza non è il distacco da ciò che nella scienza è verace conoscere, ossia dagli elementi storici e reali della scienza, ma solo dalla forma schematica, nella quale questi elementi vengono compressi, mutilati e alterati; e perciò è, nel tempo stesso, un ricongiungimento con quanto vi ha di vivo, di concreto e di progressivo nelle cosiddette scienze. E se alla distruzione di qualcosa vi si mira, ciò non è chiaramente altro che la filosofia astratta e antistorica; e per questo rispetto, ossia sempre che come vera filosofia si ponga la filosofia astratta, questa Logica dovrebbe, casomai, considerarsi, piuttosto che la liquidazione della scienza, liquidazione della filosofia.”

Ma perché questa di Croce non appaia una sorta di argomentata excusatio non petita e perciò accusatio manifesta, si dovrà ammettere che il problema della veridicità della scienza è un problema che nella logica di Croce esiste. Come si è visto, le scienze, come d’altro canto dimostra lo stesso etimo della parola, sono considerate, da una lunga tradizione filosofica e ancor più dal senso comune, una forma della conoscenza.

Abbiamo mostrato sin qui come Croce, in buona compagnia dei maggiori filosofi e dei maggiori scienziati del suo tempo, abbia avuto buon gioco nel criticare l’idea che il metodo scientifico fosse il metodo conoscitivo per eccellenza. Ma la domanda che ora bisogna porsi è se le scienze conoscano veramente qualcosa, se siano effettivamente uno strumento della conoscenza.

Ebbene, nel complesso dei suoi scritti, Croce lo nega. La scienza empirica fondata sul metodo sperimentale non può darci una conoscenza certa. Il discorso crociano, in buona sostanza, non si distacca troppo da quello inaugurato dal genio di David Hume giacché il filosofo scozzese pose fine al movimento filosofico al quale egli stesso apparteneva. L’empiria fonda la propria validità conoscitiva sul principio di causa-effetto, sull’idea della uniformità della natura, sulla certezza delle leggi naturali inferite dall’induzione. Fra causa ed effetto non c’è rapporto logico ma solo consuetudinario, abitudinario. Che il sole sorgerà ogni mattina è una previsione che si fonda sul dato di fatto che sino ad ora è stato così. Non vi è nessuna prova logica per cui questo fenomeno naturale debba ripetersi all’infinito.

Il procedimento scientifico di tipo empirico, sostiene Croce, è puramente descrittivo, non ha capacità di cogliere l’essenza delle cose. In effetti, pur partendo da dati concreti, se vogliamo storici, esso astrae arbitrariamente concetti e leggi i quali poi finiscono col diventare tautologici per cui, come scrive nella Logica, la legge biologica del lupo altro non è che il lupo stesso. Oppure è il lupo in generale, così come non lo si incontrerà mai nella realtà perché nella nostra esperienza incontriamo soltanto esemplari individuali, non mai il lupo in generale. In questo senso la scienza opera attraverso pseudoconcetti o finzioni logiche. Ma anche le scienze matematiche, che sembrano potersi sottrarre alla critica che investe le scienze empiriche e la fisica in quanto regina di queste scienze, non colgono la concretezza della realtà. Esse infatti sono analitiche, come la geometria, o assiomatiche, come alcuni principii matematici, della stessa geometria e della logica formalistica di tipo aristotelico. Nel loro carattere attrattivo-discorsivo, non conservano, anzi cancellano, ogni aspetto del reale, ogni aspetto individuale. Se alla fisica manca l’universale, alla matematica manca l’individuale. E se anche si pensasse la matematica, come qualche filosofo ha inteso, come fondata sull’intuizione, non si tratta, in questo caso, dell’intuizione della fantasia ma di una sorta di visione che somiglia all’idea platonica nel suo etimo greco che deriva dal verbo vedere, afferrare con un’idea. Si aprirebbe, in questo caso, una discussione di diversa natura. Ma la matematica a cui pensava Croce era quella intesa in senso tradizionale.

Eppure, soprattutto al senso comune, le scienze appaiono vere, fondamentalmente, come si è detto, per il carattere di esattezza che le connota e perché risultano, nella vita quotidiana efficaci, operative, utili, pratiche. Ma, come si vedrà, è proprio questo che Croce cercherà di dimostrare: le scienze non sono dei meri errori, dei camuffamenti della verità, delle pure finzioni, giochi linguistici più o meno arguti. Esse possono essere dannose quando intendono sostituirsi alla filosofia, alla storia. Ma, di per sé, non sono né errori né inganni. Esse svolgono, secondo Croce, una funzione propria, necessaria, insostituibile: appartengono al mondo dell’utilità e il loro progresso non può non essere celebrato che come il progresso dell’umanità stessa.

Le scienze dunque appartengono, secondo Croce, al mondo della prassi più che non al mondo della teoresi. Non perché esse siano, per così dire, immediatamente azione ma perché sono uno strumento (Popper parlerà dello strumentalismo come di una specifica posizione speculativa sostenuta dai maggiori scienziati del Novecento) e, in quanto strumento, esse non sono né vere né false, tanto meno buone o cattive: possono essere solo utili o inutili, efficaci o inefficaci. E il giudizio morale o anche politico che sulle scienze è pur lecito dare non riguarda, a ben vedere, le scienze in sé e per sé ma soltanto l’uso che delle scienze si può fare e dunque delle scienze nelle loro relazioni con le altre attività umane.

 

La natura: metodo naturalistico e metodo storico

Ma l’aspetto sicuramente più originale e più fecondo della riflessione di Croce sulla questione della conoscenza scientifica, e perciò stesso più gravido di conseguenze e di possibili innovazioni, riguarda l’idea di natura.

Croce intende, di fatto, superare definitivamente, anche in questo caso come in tutto il suo sistema, il dualismo tra spirito e natura che ha tormentato l’intero corso della storia della filosofia e delle scienze. Problema che si presenta ancor più grave nelle filosofie idealistiche, proprio perché esse avevano, per così dire, il dovere di risolverlo sciogliendo la natura nello spirito, l’oggetto naturale nel soggetto spirituale. Dualità centrale nel pensiero kantiano, soprattutto dell’ultimo Kant della Critica del giudizio , opera nella quale, come si è tante volte già accennato, attraverso il giudizio teleologico la natura, separata dal soggetto, è in qualche modo ricomposta o ricondotta ad un principio unitario, non senza che ciò sia costato molto travaglio al grande filosofo tedesco. Meno ancora per Croce il problema è risolto nel pensiero hegeliano e schellingiano che anzi, da questo punto di vista, sembra a noi segnare un passo indietro rispetto al filosofo delle Critiche giacché la natura non è descritta e compresa empiricamente, come accade nelle scienze classiche, e non è compresa filosoficamente, perché dalla filosofia è soltanto inglobata in una visione metafisica o romantica. Cosicché il pensiero di Hegel e Schelling, pur così profondo e indiscutibilmente centrale per il prosieguo della filosofia, quando si picca di dialettizzare la natura, di spiritualizzarla, di animarla o idealizzarla, oscilla fra la pedanteria e il ridicolo. Croce, allora, assume un punto di vista completamente diverso. La natura ha la sua storia, afferma il filosofo (La storia come pensiero e come azione, 1938), storia che non è dato agli uomini scrivere. E come, dunque, potremmo chiedere a Croce, sappiamo che la natura ha la sua storia se per noi essa è inconoscibile? E’ probabile che Croce si sia espresso solo metaforicamente, alludendo a ciò che tutti sappiamo, ossia che ciò che chiamiamo natura è soggetto a mutamento, e condannato ad essere immerso nella temporalità, per cui non appare più paradossale la nota affermazione secondo la quale anche un filo d’erba ha la sua storia. In certo qual modo la natura scrive da sola la sua storia: lascia le sue tracce, per fare semplici esempi, nelle società costruite da api e formiche, nelle esperienze che si tramandano gli animali, nelle modificazioni di quelle esperienze che ogni naturalista, scienziato o ambientalista potrebbe facilmente descrivere, così come potrebbero testimoniare che ciò che ci appare come un dato oggettivo, statico, immobile e uniforme, la natura appunto, è dotata invece sempre del carattere di una irriducibile individualità e, dunque, possiede una sua particolare storia: la storia di un bosco che non è uguale alla storia di un altro bosco, la particolarità di una parete rocciosa che non è uguale a nessun’altra, l’originalità di un fondale marino che non è mai lo stesso e che non ha eguali in nessun’altra parte del mondo. Ognuno di noi sa che un qualsiasi gatto, o cane o cavallo ha un proprio carattere distintivo, una propria personalità la quale, proprio come nell’uomo, non è solo un dato “materiale” ma è anche un dato storico perché è anzi la sua stessa storia.

Ciò che noi possiamo quindi percepire della natura è la sua temporalità, ma non la storicità in senso proprio, perché coglierne la storicità significa coglierne l’aspetto etico, politico, se così vogliamo dire, insomma umano. E se a volte sembra che nella natura stessa operino queste categorie è perché in realtà siamo noi che le imprestiamo alla natura o, meglio, è perché la natura entra a far parte della nostra storia, in certo qual modo è da noi dominata e sottomessa, entra a far parte della nostra progettualità anche quando, ancora una volta, sembra che sia lei a dominarci come nelle grandi sciagure naturali. Ma è evidente che terremoti e maremoti, uragani e tempeste sono tali solo e soltanto in riferimento all’umanità che ne subisce gli effetti.

L’ambientalismo, l’ecologismo, che hanno oggi un’importanza fondamentale, ci hanno insegnato, fra le altre cose, che l’ambiente in cui viviamo è parte fondativa della nostra storia e che la nostra storia è impensabile senza l’ambiente poiché, se volessimo, come dobbiamo, portare ad estreme conseguenze questo giusto concetto, dobbiamo eliminare la distinzione di comodo, empirica, linguistica, fra ambiente e società, natura e storia perché, in realtà, essi sono due aspetti dialettici dell’unica concreta realtà che è la vita.

Croce, pur scontando, a nostro avviso, una persistente ambiguità, giunge ad una parziale soluzione del problema nel momento in cui dissolve il concetto ontologico di natura per riconfermarlo sul terreno metodologico. Storia e natura, spirito e natura, sono dunque due aspetti dell’unica realtà e la vera diversità risiede nel modo di identificare questi aspetti. C’è un metodo di indagine storico e un metodo di indagine naturalistico che si applicano sia per conoscere quella che chiamiamo storia sia quella che chiamiamo natura. Possiamo studiare la storia naturalisticamente e la natura storicamente, per cui, in definitiva, non si tratta di contrapporre due realtà ma due metodi di indagine di un’unica realtà. E’ il grande progresso che Croce compie anche rispetto alla distinzione classica, compiuta da Windelband fra scienze della natura e scienze dello spirito secondo la diversità dell’ oggetto da indagare. Lo storico tedesco della filosofia riteneva infatti che le scienze dello spirito si distinguessero dalle scienze della natura perché indaganti le prime il mondo mobile della storicità, le seconde l’immobile oggetto della natura. Windelband così si contrapponeva all’ormai decadente positivismo il quale, con la fisica sociale, aveva sognato di poter ridurre il metodo delle scienze dello spirito a quello delle scienze naturali.

Ma, come si è visto, la posizione del filosofo tedesco, certamente più acuta di quella positivista, non risolveva il problema perché vittima di un residuo realista di probabile origine kantiana, di quel Kant che aveva poi, come si è accennato, modificato la propria posizione cercando di superare quel residuo nella formulazione di un giudizio che potesse superare l’irriducibile barriera del noumeno peraltro già considerato come un problema più che come realmente esistente.

 

Funzioni e teorie scientifiche

La suggestiva posizione di Croce riconduce ad un modello interpretativo l’intera questione. In questa nuova prospettiva molti equivoci si dissolvono e qualche problema si risolve. In effetti noi possiamo indagare il mondo della storicità, del fluire dell’assoluta originalità, con un metodo che naturalizza, per così dire, quella mobile realtà nel senso che esso tende ad astrarre e ad immobilizzare per costruire leggi utili ma non necessariamente universali, strumentali ma non necessariamente vere. Separiamo infatti la storia dividendola in epoche (mondo antico, medioevo, età moderna, età contemporanea) e la suddividiamo ancora secondo periodizzazioni (fine dell’impero romano, inizio della restaurazione, compimento del risorgimento e così via). Allo stesso modo, per non dilungarci troppo, operiamo nel mondo dell’arte inventando, anche in questo caso, generi, poetiche, stili e così via e, con lo stesso linguaggio, astraendo dalla viva realtà del parlare e dell’espressione, creiamo norme e regole provvisorie, quelle delle grammatiche, dell’oratoria, dei linguaggi televisivi, cinematografici, pittorici, musicali, architettonici e chi più ne ha più ne metta. Nella stessa filosofia procediamo con utili ma arbitrarie distinzioni e separazioni: logica, metafisica, gnoseologia, filosofia della pratica, della politica, del diritto, della morale, del linguaggio, dell’arte e via, enumerando all’infinito. Croce è molto esplicito su questo punto. Anche l’opera d’arte più innovativa e creativa risente dell’impostazione pratica ed è soggetta, in qualche modo, al metodo naturalistico. E noi chiamiamo d’arte quell’opera perché, avverte Croce, l’aspetto artistico è preponderante, l’intenzionalità essenziale di quell’opera tende alla creazione artistica. Dunque anche nell’opera d’arte convivono elementi storicistici ed elementi naturalistici.

Il filosofo è meno chiaro sul versante dell’opera scientifica, nella citazione della Logica riportata, ad esempio, egli accenna al fatto che anche la scienza contiene elementi storici (e dunque di verità) e si fonda su giudizi veri, non solo su pseudogiudizi, e così accenna, ma non chiarisce fino in fondo la sua posizione.

Se ben si riflette, per l’opera scientifica vale quel che si è detto dell’opera d’arte e per tutte le opere umane, grandi o piccole che siano. Quando analizziamo una cosiddetta teoria scientifica scorgiamo in essa, come lungamente dibattuto recentemente all’interno della corrente epistemologica nata dalla filosofia di Popper, elementi intuitivi, elementi storici, qualche volta metafisici, e, preponderantemente, elementi empirici o di puro calcolo tipici del metodo che si è definito naturalista o scientifico.

Bisogna dunque distinguere, ed è questo un passaggio fondamentale, fra le concrete opere e le funzioni le quali, se è lecito esprimerci così, creano l’opera e sono a fondamento della unitaria e concreta opera: la funzione astraente e la funzione veritativa, come potremmo denominare, per questo caso specifico le categorie crociane della prassi e della teoresi. Per taluni aspetti potremmo ipotizzare che una moderna e attuale riconsiderazione della distinzione hegeliana fra intelletto astratto e ragione concreta diventa così plausibile. A patto, dal nostro punto di vista, che tale fondamentale distinzione non ci riconduca a prospettare una gerarchia di valori, di funzioni, di categorie.

In questa prospettiva un’altra distinzione che è utile operare, soprattutto all’interno di un orizzonte più propriamente epistemologico, è quella fra la cosiddetta “scoperta” scientifica (in realtà non si tratta di una scoperta ma una costruzione di verità) e teoria scientifica. Quando infatti ci si trova ad osservare, ad analizzare, una data, storica teoria scientifica essa appare sempre, per taluni aspetti, intrisa di elementi non conoscitivi. Ed è per questo motivo che le teorie scientifiche entrano in competizione fra loro e sono storicamente superate. Se si superasse l’elemento conoscitivo che esse contengono bisognerebbe ammettere che in realtà esse erano false, perché non è possibile opporre due verità. Si giungerebbe infatti al paradosso, al quale peraltro sono arrivati molti epistemologi post-popperiani, secondo cui la storia della scienza non è la storia del progresso della verità ma un semplice susseguirsi di teorie accolte per svariati motivi dalla comunità scientifica e civile. Se, invece, teniamo ferma la distinzione fra elementi conoscitivi ed elementi estranei alla conoscenza presenti in ogni singola, storica teoria, ci accorgeremo che a cadere, ad essere sorpassati nella storia non sono gli elementi di verità ma quelli che Croce avrebbe definito allotrici, gli elementi metafisici, psicologici, sociali, perfino politici dei quali nemmeno il più puro ed asettico scienziato può liberarsi.

Da questo punto di vista il pensiero crociano, lungi dall’essere un ostacolo alla comprensione delle scienze può essere di grande aiuto anche per superare l’ impasse nel quale la moderna epistemologia si è venuta a trovare.

 

Riduzionismo e indifferentismo morale

In conclusione, bisogna fermamente porre l’accento sulla questione che ogni forma di scientifismo o scientismo o meccanicismo o determinismo o, come oggi si dice con efficace termine, riduzionismo scientifico, conduce inevitabilmente allo scetticismo morale, quindi ad una sorta di indifferentismo che investe, prima o poi, anche la sfera politica.

Certo, da un punto di vista storico, il progresso scientifico e la ricerca epistemologica che ad esso si legava si sono spesso ancorati a movimenti etico-politici di stampo liberal-democratico o socialista-democratico, come nel caso dell’Illuminismo prima e del positivismo poi. Fenomeni storici che di per sé non mettono in discussione l’assunto logico-filosofico di base per il quale una concezione della vita fondata sull’idea che esista una realtà immodificabile, una materia meccanica le cui leggi vanno solamente “scoperte” (scoprire significa togliere il velo a ciò che è già costituito e perfetto in sé) implica l’impossibilità, da parte di chicchessia di modificarla. Se una data condizione è immodificabile perché risponde a leggi scientifiche, fisiche o matematiche, perché mai ci si dovrebbe impegnare nel cercare di modificarle, novello don Chisciotte? Chi si sognerebbe di incriminare un sasso che, cadendo da un balcone, abbia ucciso un passante? Il sasso non può violare la sua natura, la sua legge scientifica, oggettiva, certa, sperimentata, che è quella di tendere al basso, di cadere. SI può incriminare un uomo che ha lasciato per superficialità cadere il sasso, perché l’uomo ha responsabilità, libertà di scegliere, capacità di riflettere e di decidere. Risponde ad una legge che non è meccanica, non è determinata, non è naturale, ma libera, spirituale, creativa. Egli può valutare se quel sasso tenuto sul balcone rappresenti o meno una minaccia per l’incolumità del prossimo.

Se, dunque, per uscir di metafora, si ritiene che le leggi della natura e quelle che regolano la società siano leggi oggettive, vere e immutabili, perché mai ci si dovrebbe, con l’azione etica e politica, impegnare a modificarle ove esse si dimostrassero contrarie alla libertà, alla giustizia, al benessere di uomini e donne?

Sembra dunque evidente che il riduzionismo scientifico, anche quando, talvolta, all’apparenza può sembrare democratico, nella sua stessa essenza è un atteggiamento totalitario. Naturalmente ciò non significa che il progresso della tecnica, strettamente legato all’accrescimento della cultura scientifica, non sia, in sé e per sé, quasi sempre connesso anche al progresso morale e civile dell’umanità. Nessuno vorrà negare che la scoperta degli antibiotici e la sua messa in circolazione abbia costituito un grande progresso e che, in certo qual modo, abbia giovato soprattutto ai più poveri, ai meno abbienti. Questo è evidente e ciò spiega anche, poiché la storia merita sempre rispetto, perché sia spesso accaduto che ai movimenti progressisti e rivoluzionari si sia accompagnata una fede nei progressi delle scienze. Se ritorniamo col pensiero all’Illuminismo e allo stesso positivismo, possiamo spiegarci il perché dell’enfasi nei riguardi delle scienze tipica di quelle epoche. In quei momenti storici, e soprattutto nell’Illuminismo, il progresso delle scienze significava lotta all’oscurantismo, una delle tante forme di emancipazione del pensiero rispetto ad un certo dominio della Chiesa nei confronti delle tante superstizioni che impedivano la libera crescita dell’umanità. Vorremmo dire che in quelle epoche più che trionfo delle scienze vi fu trionfo dell’ideologia delle scienze, di ciò che la mentalità scientifica significava. E per questo motivo l’esaltazione della scienza si coniugò con l’esaltazione etico-politica della libertà, dell’uguaglianza, della giustizia, della democrazia. Esaltazione che giungeva al punto di contraddirsi in se stessa divenendo fede, acritica fede nella scienza la quale andava ad occupare il posto delle detronizzate autorità del mondo antico e medievale. Non è un caso che, sia in epoca illuministica che in epoca positivistica, si siano prodotti generi letterari e filosofici tendenti ad accreditare l’idea di una vera e propria religione della scienza, e non è un caso che anche in quelle epoche gli spiriti più critici ed attenti, gli stessi progressisti più avveduti, abbiano apertamente preso in giro quelle tendenze fanatiche che nella sostanza non si distinguevano troppo dal fanatismo religioso che si voleva combattere.

Per questo motivo non deve far scandalo l’idea che una credenza cieca nella possibilità delle scienze, nel loro progresso e, soprattutto, in quella ideologia che è il riduzionismo scientifico, contenga in sé stessa i terribili germi del totalitarismo. La difesa rigorosa dell’utilità delle scienze dev’essere accompagnata dall’altra rigorosa difesa della distinzione delle scienze e delle altre attività umane, prima tra tutte la critica ricerca filosofica. In questa distinzione consiste il nocciolo della difesa teorica della libertà.

 

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Ernesto Paolozzi
*Professore presso l'Università degli Studi
“Suor Orsola Benincasa” di Napoli

 

 

 

 

 

 

 

 

 
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