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Democrazia e ingovernabilità

di Norberto Bobbio
da “Liberismo e democrazia”

 

II rapporto tra liberalismo e democrazia è sempre stato un rapporto difficile: nec cum te nec sine te. Oggi che il liberalismo sembra approdato ancora una volta, del resto coerentemente con la sua migliore tradizione, alla teoria dello stato minimo, il rapporto è più difficile che mai. In questi ultimi anni il tema principale della polemica è stato quello dell'ingovernabilità. Mentre all'inizio della contesa il bersaglio principale è stato, come si è visto, la tirannia della maggioranza, e ne è derivata la difesa ad oltranza della libertà individuale contro l'invadenza della sfera pubblica anche se regolata in base al principio di maggioranza, il bersaglio principale oggi è l'incapacità dei governi democratici di dominare convenientemente i conflitti di una società complessa: un bersaglio di segno opposto, non l'eccesso ma il difetto di potere.

II tema della ingovernabilità cui andrebbero incontro i regimi democratici, si può articolare in tre punti:

 

a) ben più che i regimi autocratici i regimi democratici sono caratterizzati da una sproporzione crescente fra il numero delle domande che provengono dalla società civile e la capacità di risposta del sistema politico, fenomeno che nella terminologia della teoria dei sistemi si dice dei sovraccarico. Questo fenomeno sarebbe caratteristico delle democrazie per due ragioni opposte ma convergenti verso lo stesso risultato. Da un lato, gli istituti che il regime democratico ha ereditato dallo stato liberale, e che, come si è detto, costituiscono il presupposto del buon funzionamento del potere popolare, dalla libertà di riunione e di associazione, dalla libera organizzazione di gruppi d'interesse, di sindacati, di partiti, alla massima estensione dei di ritti politici, agevolano da parte dei singoli e dei gruppi richieste ai pubblici poteri che pretendono di essere soddisfatte nel più breve tempo possibile, sotto la minaccia del venir meno del consenso, in una proporzione assolutamente sconosciuta ai governi autocratici dove i giornali sono controllati dal governo, dove le pubbliche manifestazioni di protesta sono interdette, dove i sindacati o non esistono o sono dipendenti dal potere politico, dove non esiste altro partito che quello che appoggia il governo o ne è una diretta emanazione. D'altro lato, le procedure predisposte da un sistema democratico per prendere le decisioni collettive, o che dovrebbero dare una risposta alle domande proposte dalla società civile, sono tali da rallentare e talora da vanificare attraverso il gioco dei veti incrociati l'iter della decisione, a differenza di quel che accade in un regime autocratico dove la concentrazione del potere in poche mani, se non addirittura in un capo carismatico la cui volontà è legge, la soppressione delle istanze come il parlamento in cui le diverse opinioni vengono a confronto e le decisioni vengono prese soltanto dopo lunghi dibattiti, e le stesse decisioni del parlamento possono essere sottoposte al controllo di un organo giurisprudenziale come la corte costituzionale o del popolo stesso attraverso il ricorso al referendum, permettono decisioni rapide, perentorie e definitive. Con una espressione sintetica si può esprimere questo contrasto tra regimi democratici e autocratici rispetto al rapporto tra domande e risposte dicendo che, mentre la democrazia ha la domanda facile e la risposta difficile, l'autocrazia rende la domanda più difficile e ha più facile la risposta;

 

b) nei regimi democratici la conflittualità sociale è maggiore che nei regimi autocratici. Siccome uno dei compiti di chi governa è quello di risolvere i conflitti sociali in modo da rendere possibile una convivenza pacifica tra individui e gruppi che rappresentano interessi diversi, è evidente che più aumentano i conflitti più aumenta la difficoltà di dominarli. In una società pluralistica, com'è quella che vive e fiorisce in un sistema politico democratico, dove il conflitto di classe è moltiplicato da una miriade di conflitti minori corporativi, gl'interessi contrapposti sono molteplici, onde non si può soddisfarne uno senza lederne un altro in una catena senza fine. Che l'interesse delle singole parti debba essere subordinato all'interesse collettivo è una formula ad effetto priva di un contenuto preciso. Generalmente l'unico interesse comune cui ubbidiscono le varie componenti di un governo democratico, di un governo in cui i singoli partiti debbono rendere conto ai propri elettori delle scelte fatte, è quello di soddisfare gli interessi che procurano maggiori consensi e sono di volta in volta interessi parziali;

 

c) nei regimi democratici il potere è maggiormente distribuito rispetto ai regimi autocratici; vi si ritrova, in contrasto con quel che accade nei regimi opposti, quel fenomeno che oggi si chiama del potere «diffuso». Una delle caratteristiche della società democratica è quella di avere più centri di potere (donde il nome che bene le spetta di « poliarchia »): il potere è tanto più diffuso quanto più il governo della società è a tutti i livelli regolato da procedure che ammettono la partecipazione, il dissenso, e quindi la proliferazione dei luoghi in cui si prendono decisioni collettive. Oltre che diffuso il potere in una società democratica è anche frantumato e di difficile ricomposizione. Quali siano le conseguenze negative di questa frammentazione del potere rispetto al problema della governabilità è presto detto: la frammentazione crea concorrenza tra poteri e finisce per creare un conflitto tra i soggetti stessi che dovrebbero risolvere i conflitti, una specie di conflitto alla seconda potenza. Mentre il conflitto sociale è entro certi limiti fisiologico, il conflitto tra poteri è patologico, e finisce per rendere patologica, esasperandola, anche la normale conflittualità sociale.

 

La denuncia della ingovernabilità dei regimi democratici tende a suggerire soluzioni autoritarie, che si muovono in due direzioni: da un lato, nel rafforzare il potere esecutivo e quindi nel dare la preferenza a sistemi di tipo presidenziale o semipresidenziale rispetto a quelli parlamentari classici, da un altro lato, nel porre sempre nuovi limiti alla sfera delle decisioni che possono essere prese in base alla regola tipica della democrazia, la regola della maggioranza. Se la difficoltà in cui versano le democrazie deriva dal «sovraccarico», i rimedi infatti possono essere essenzialmente due: o un miglior funzionamento degli organi decisionali (in questa direzione va l'accrescimento del potere del governo rispetto a quello del parlamento) oppure una drastica limitazione del loro potere (in questa direzione vanno le proposte di limitare il potere della maggioranza). Tutte le democrazie reali, non quella ideale di Rousseau, sono nate limitate, nel senso già chiarito che alle decisioni che spettano alla maggioranza sono state sottratte sin dall'inizio tutte le materie riguardanti i diritti di libertà, detti appunto «inviolabili». Una delle proposte che vengono avanzate da una corrente di scrittori neo-liberali consiste nel chiedere che sia limitato costituzionalmente anche il potere economico e fiscale del parlamento in modo da impedire che la risposta politica alla domanda sociale sia tale da produrre un eccesso di spesa pubblica rispetto alle risorse del paese. Ancora una volta il contrasto tra liberalismo e democrazia si risolve nell'accettazione da parte della dottrina liberale della democrazia come metodo o come insieme di regole del gioco, ma parallelamente nello stabilire di volta in volta i limiti in cui possono venire usate queste regole.

Quando nel secolo scorso si manifestò il contrasto tra liberali e democratici la corrente democratica ebbe la meglio ottenendo gradualmente ma inesorabilmente la eliminazione delle discriminazioni politiche, la concessione del suffragio universale. Oggi la reazione democratica nei riguardi dei neo-liberali consiste nel chiedere l'estensione del diritto di partecipare alla presa delle decisioni collettive in luoghi diversi da quelli in cui si prendono le decisioni politiche, nel tendere a conquistare nuovi spazi alla partecipazione popolare e quindi nel provvedere al passaggio, per usare la descrizione delle varie tappe del processo di democratizzazione, fatta da Macpherson, dalla fase della democrazia d'equilibrio alla fase della democrazia di partecipazione.

Per chi esamini questa costante dialettica di liberalismo e democrazia da un punto di vista di teoria politica generale, risulta chiaro che il contrasto continuo e mai definitivamente risolto, anzi sempre destinato a spostarsi a livelli più alti, tra le richieste dei liberali di uno stato che governi il meno possibile e quelle dei democratici di uno stato in cui il governo sia il più possibile nelle mani dei cittadini, rispecchia il contrasto tra due modi d'intendere la libertà, che si sogliono chiamare libertà negativa e libertà positiva, e tra i quali si danno, secondo le condizioni storiche ma soprattutto secondo il posto che ognuno occupa nella società, giudizi di valore opposti: coloro che stanno in alto preferiscono di solito la prima, quelli che stanno in basso preferiscono di solito la seconda. Siccome in ogni società ci sono sempre stati sinora e gli uni e gli altri, il contrasto benefico tra le due libertà non è di quelli che si possano risolvere una volta per sempre e le soluzioni che esso riceve sono talora soluzioni di compromesso. Sfortunatamente tale contrasto non è sempre possibile; non è possibile nei regimi in cui al posto della prima c'è un potere senza limiti, al posto della seconda un potere al di sopra di ogni controllo. Ma contro l'uno e contro l'altro, liberalismo e democrazia si trasformano dì necessità da fratelli nemici in alleati.

 

Norberto Bobbio

 

da “Liberismo e democrazia”

 

 

 

 

 
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