Una generazione fra due guerre |
di Mario Pannunzio - agosto 1944 |
Che cosa pensano i «giovani»? Parlo di quei giovani di venticinque, trenta e più anni, nati o cresciuti tra le due guerre o poco avanti la prima; e ne parlo con un certo malessere, ripensando alle tante parole, allettatrici e impudenti insieme, che furono dette sulla «questione dei giovani», in questi anni, per negarla brutalmente o per rimandarla, o, meglio ancora, per darla risolta con un ordine solo, obbedienza e silenzio. Oggi i giovani non hanno più voglia di parlare. Tutt'al più non possono che rattristarsi dei loro anni perduti, avendo poche speranze in quelli avvenire. Certo, la loro generazione è tra le più sfortunate che la storia ricordi. Si è formata in anni terribili, tra guerre, rivoluzioni, dittature, lotte di classe e di religione. Ora che potrebbe schiudersi davanti alla gioventù un più calmo avvenire, c'è qualcosa che impedisce di aver fiducia, qualcosa che pesa sul suo conto e che l'angustia e la tortura. Essi tacciono. Aspettano; e sul loro volto si legge un sentimento di disinganno e di repulsione. Perché?
Parliamo francamente, forse questo è il momento di dire in qualunque modo la verità. Domani probabilmente sarebbe troppo tardi. L'Italia, come il bastimento di Ibsen, porta un cadavere nella stiva. Quel cadavere è il cadavere del fascismo. I vecchi piloti della nave ignorano o vogliono ignorare. Ma l'equipaggio più giovane e più sveglio è colpito dall'orribile persistente odore che avvelena il respiro. Il fascismo è stato per i minori di quarant'anni la prima e l'unica spietata esperienza politica. Molti hanno creduto appassionatamente, altri si sono lasciati ingannare senza resistenza. Ebbene, è proprio per questo che su la maggior parte di essi pesa una con danna che toglie ogni ragione di vita. Troppi devono nascondersi, restare in disparte. Nello stesso modo che durante il fascismo era delitto l'essere stato antifascista, oggi è delitto essere stato, senza colpa, iscritto a un partito che si chiamava fascista. Nessuno si alza a parlare in nome di un'intera generazione infelice e ripudiata.
Non si pensi che vogliamo noi difendere i profittatori del fascismo e gl'insinceri. Qui si parla di una generazione di giovani, una generazione intiera che non ha bisogno di difesa. La storia stessa non chiede di essere difesa, ma di essere capita. Chi ha avvicinato quei giovani negli ultimi anni sa che il fascismo era morto nei loro cuori, e che ormai un unico sentimento li legava e li affratellava; la commiserazione, l'insofferenza, l'odio pertinace contro chi li aveva estenuati ed offesi. Il ventennio trascorso è stato per troppi come un lungo sonno. Greve, faticoso, pieno di sudore e di spaventi. La guerra servì a risvegliarli. Subito compresero che, al di là di ogni ipocrita patriottismo, quella non era la loro guerra. La vittoria sarebbe stata più dolorosa di una sconfitta. E sempre più sviluppandosi, con le sventure sopravvenute, l'odio contro il fascismo e insieme il desiderio di liberarsene, si armarono, affrontarono ogni rischio pur di lavare questa sudicia macchia. Chi non ricorda i nomi di qualcuno di questi giovani, che caddero nella lotta? Si chiamavano per esempio, Leone Ginzburg, Eugenio Colorni, Giaime Pintor, Pilo Albertelli, Mariano Buratti, che pur erano più inclinati agli studi che al combattimento. Altri per fortuna sono vivi e presenti, e lavorano uniti, anche se di idee e di partiti diversi. Molti di loro hanno avuto la «tessera», come generalmente quelli nati dopo una certa epoca.
Eppure - ripetiamo - di questo si fa loro colpa. Ed essi dovranno portare chissà per quanto tempo questa specie di condanna alla morte civile, ricattati forse da chi può avere interesse ad accusarli, esclusi dalle pubbliche gare che la libera lotta politica reclama, perché colpevoli di non aver rifiutato ciò che la generazione precedente aveva offerto come il migliore dei cibi.
Ora c'è questo da dire. Quei giovani, ma non soltanto loro, sentono che l'Italia si va a mano a mano trasformando in una grigia aula di tribunale. Chi deve giudicarli è spesso colui che non ha saputo assicurare per tutti una vita libera. Vengono da ogni parte, questi giudici dagli occhi crudeli, e col metro di una loro non sempre inviolata purezza, misurano le colpe e le pene. L'aver creduto, l'essere stati ingannati, in una età così facile alle illusioni è dunque un peccato senza via di remissione? Non abbiamo letto in un giornale di questi giorni: «Se Dio vuole, finita quella ipocrita tregua dovuta forse alla reciproca paura di buttarsi addosso le colpe antiche e recenti la lotta politica va riacquistando la cattiveria necessaria perché tutto il male serpeggiante nel corpo sociale sia messo a nudo [...]. Saranno mesi, forse anni di lotta tremenda, di caccia all'uomo. E ben vengano»?
Tornano alla mente le parole disperate di Lutero: «Non c'è possibilità di fuga, non v'è conforto, né dentro né fuori, ma soltanto accusa e dannazione».
Noi neghiamo a questi giudici il diritto di mostrarsi inflessibili. Molti di costoro vissero in un'epoca in cui si poteva godere della libertà, e pure la vendettero per non so quale smania di ordine. Gli imputati sono forse migliori dei giudici. L'esperienza della libertà è stata per essi progressiva, illuminata, pertinace. Soltanto chi li conosce da vicino non ignora quale avvio all'antifascismo sia stato il fascismo. La dittatura ha «educato» la gioventù a odiare la dittatura stessa, con il suo triste corteggio, la corruzione, l'incompetenza, la rettorica. La generazione sorta tra le due guerre oggi è assai più moderna, preparata, vigilante degli uomini che, portati su da un'onda di rancore, compaiono a reclamare disumane vendette. I giovani tacciono e aspettano. Non hanno nulla da temere. Ma i loro sguardi inquieti, disincantati e severi trafiggono fino in fondo gli animi dei veri colpevoli. Come non potrebbe sfuggire la boria senile di qualcuno di questi, il gusto di far rumore intorno a sé, di richiamare gli applausi, quasi l'affanno di arrivare troppo tardi e di perdere il treno?
I «giovani» sentono quasi che le parti si sono invertite: loro, di pochi anni e di breve esperienza, appaiono in genere così assennati, privi di ambizioni e, ahimè di illusioni; alcuni degli anziani, invece, sorridenti di fittizia giovinezza, eccoli che si agitano frenetici, senza ritegno e senza pudore, cercano astutamente consensi e clientele, dando uno spettacolo più triste che eccitante.
Ebbene, più che gli altri, i liberali, i giovani liberali, sentono il dovere di parlare anche in nome di chi un giorno fu tradito e oggi è condannato.
Che cosa ha atteso questa generazione, negli ultimi mesi di speranza? Forse imprecisati e caotici esperimenti sociali? Forse, a volta a volta, ha tremato e odiato perché, per esempio, la grande industria del Nord non era abbastanza statizzata? O perché nelle aziende il fascismo non aveva costituito le commissioni di fabbrica? No; aveva atteso soltanto la libertà, il primo formidabile strumento di vita. E questa libertà non è proprio quella stessa dei nostri genitori, così poco amata e difesa, ma bensì quella più pura e più profonda di chi l'ha conosciuta magari soltanto con l'immaginazione, o in qualche libro sfuggito alla censura, quando la vita di tutti pareva per sempre doversi racchiudere nei sinistri comandamenti di un sol uomo, e ogni cosa era arbitrio, violenza, ipocrisia, fanatismo.
| Mario Pannunzio |
| agosto 1944 |

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