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Discutendo della sinistra
Il dibattito di Ugo La Malfa con Giorgio Amendola a Roma il 27 aprile 1966

 

 

Il dibattito di Roma fra Ugo La Malfa e Giorgio Amendola costituì la prosecuzione della discussione avviata a Ravenna il 13 novembre 1965.

Quello di Ravenna fra Ugo La Malfa e Pietro Ingrao fu moderato da Eugenio Scalfari, a quel tempo direttore de “L’Espresso”. Il dibattito di Roma fu moderato da Franco Libonati del Mondo di Mario Pannunzio.

Ugo La Malfa in quell’occasione ribadì in sostanza come l’articolazione della società italiana potesse consentire, attraverso una politica di programmazione, cui partecipassero tutti gli attori del processo economico, un’azione riformista del meccanismo di sviluppo. Oggi quella politica viene indicata come concertazione fra le parti sociali.

 

 

La Malfa:

Io non ho l'abitudine di leggere, né in Parlamento, né fuori. Tuttavia, questo dibattito è di grande importanza e poiché ho la responsabilità e l'onore di aprirlo, desidero essere, sulle questioni che pongo, il più chiaro e più preciso possibile. Ecco perché, forse per la prima volta nella mia lunga vita politica, ho redatto un appunto che questa mattina ho regolarmente consegnato all'amico Giorgio Amendola. In un certo senso, ci siamo scambiati le credenziali, per questo dibattito. Del resto, mi pare che il significato profondamente democratico e civico di esso sta non solo nel farci pensare, ma nel farci progredire nella valutazione dei problemi che si pongono alla nostra vita democratica e dei problemi, soprattutto, che si riferiscono al nostro divenire sociale.

Nel dibattito del dicembre scorso con Ingrao a Ravenna, ho cercato di fissare, secondo il mio giudizio, le condizioni in base alle quali una forza di sinistra può affrontare, in una società articolata come quelle dell'Occidente, i problemi del meccanismo di sviluppo economico in essa operante e della sua modificazione e riforma, ai fini del raggiungimento di obiettivi democraticamente più avanzati e di una progressiva emancipazione dei lavoratori, nel rapporto fra i vari gruppi sociali. Mi sono sentito autorizzato a fare questa esplorazione dalla stessa nuova impostazione data dal partito comunista al problema della propria azione politica. Il partito comunista, infatti, nel progetto di tesi relativo all'ultimo suo congresso, aveva affermato che la «via italiana al socialismo si propone di dare una risposta al problema di una rivoluzione socialista in Italia ed è un aspetto della ricerca, ancora aperta, delle vie per giungere al socialismo nei paesi capitalistici sviluppati, dove il dominio politico del grande capitale non si ponga soltanto sul controllo dell'apparato coercitivo dello Stato, ma su una serie complessa di mediazioni e dove la società si articola in forme relativamente autonome».

Se il partito comunista riconosce, attraverso le affermazioni su riportate, di dover operare in una società profondamente diversa da quella estremamente arretrata e depressa sulla quale operò la rivoluzione leninista di ottobre, il discorso sul meccanismo di sviluppo e sulla sua riforma non può che divenire il nocciolo fondamentale della ricerca, intendendosi per meccanismo di sviluppo il complesso delle strutture private e pubbliche che assicurano lo svolgimento della vita economica e sociale di un paese.

Nel dibattito con Ingrao a Ravenna ho affermato che nelle società articolate dell'Occidente, nelle quali, tra l'altro, vige il sistema delle libertà politiche e della pluralità dei partiti, proprio a ragione dell'articolazione esistente, la sinistra non può mai operare presupponendo di poter erigere un nuovo meccanismo di sviluppo che nasca dalle rovine del vecchio, ma deve operare sul presupposto di un meccanismo di sviluppo in atto, che la sua azione politica può riuscire profondamente a riformare o modificare, ma mai rovesciare completamente.

Ora, nel progetto di tesi sostanzialmente approvato dalla commissione politica dell'ultimo congresso comunista, la riforma o modificazione del meccanismo di sviluppo è prospettata attraverso una lunga serie di riforme cosiddette di struttura che non rilevano nessuna scelta, nessun ordine di priorità, nessuna preoccupazione di rendere compatibile e coerente una rivendicazione o una riforma rispetto alle altre. Sicché, se attuate, non modificherebbero ma farebbero addirittura franare il meccanismo di sviluppo esistente. Ma ciò sarebbe il risultato di una azione politica incoerente, non la espressione di una consapevole volontà politica «rivoluzionaria» di distruzione.

D'altra parte, quando la commissione politica dell'ultimo congresso comunista ha criticato la tendenza ad elaborare un «modello» che sia inteso «come un astratto contropiano», o ha criticato l'argomentazione secondo cui «la definizione di un siffatto modello sarebbe pregiudiziale allo sviluppo di qualsiasi azione unitaria di lotta per obiettivi di riforma» si è servita della impropria espressione di «nuovo modello» usata da Ingrao e da altri esponenti comunisti; i quali però non domandavano un vero e proprio «nuovo modello», ma una prospettazione coerente e conseguente del sistema di riforma del meccanismo in atto. In altri termini, se la discussione sulla coerenza del programma di rivendicazioni e di riforme presentato dal Pci è aperta, nessuno di quel partito sembra partire dal presupposto della distruzione del meccanismo di sviluppo in atto, né Ingrao, né il partito nel suo complesso.

Nel dibattito con Ingrao a Ravenna ho cercato, altresì, di delineare alcune generali condizioni nelle quali una politica di riforma del meccanismo di sviluppo in atto può essere condotta con successo da forze di sinistra. Senza qui riprodurre tutte le argomentazioni che allora furono usate, ne riassumo alcune di importanza generale. Quando la sinistra si trova a dover affrontare un meccanismo di sviluppo in atto, talmente avanzato d'avere già creato una società economica sviluppata e quindi notevolmente articolata (venga essa definita, dalla sinistra, capitalista o neocapitalista), essa ha due fondamentali problemi dinanzi a sé:

  1. quello che il meccanismo di sviluppo continui a garantire la piena occupazione, se già ci si trova, o raggiunga la piena occupazione, se il meccanismo di sviluppo non ne avesse consentito già la realizzazione;
  2. quello di modificare profondamente il meccanismo in atto attraverso le riforme di struttura. La sinistra deve affrontare ambedue le esigenze, proprio per adeguare il meccanismo di sviluppo ai bisogni ed alle esigenze delle forze sociali che rappresenta. In altri termini, la sinistra deve insieme, operando sul meccanismo di sviluppo, non ridurre l'occupazione ma anzi raggiungere la piena occupazione, pur modificando, attraverso le riforme, il meccanismo stesso. Si tratta di un compito apparentemente assai complesso, ma che, nella realtà dell'azione politica, è perfettamente conseguibile e deve essere conseguito.

Non tocca adesso a me stabilire quanta di quella impostazione critica sia stata condivisa, nel corso del dibattito ravennate, dall'on. Ingrao e quanta sia stata da lui respinta. Può darsi che, su questa parte della precedente discussione, sia Giorgio Amendola a voler esprimere il suo personale giudizio. Quello che mi preme invece oggi è di portare avanti il dibattito su punti che allora non furono considerati e che sono di importanza non minore di quelli allora trattati, anche se costituiscono un seguito di essi.

E qui mi devo riferire a una importante discussione tra le forze della sinistra, che iniziatasi alla riunione di Ravenna per quel che riguarda l'Italia, ha avuto di recente uno svolgimento notevole in Francia, anche se su basi politiche generali, e non su basi cosi strettamente attinenti al meccanismo di sviluppo, com'è avvenuto nel nostro paese. Il dibattito francese si è svolto nel mese di marzo ed è passato attraverso «la settimana del pensiero marxista» organizzata dal Partito comunista francese; una interessante intervista alla televisione del segretario generale di quel partito, Waldeck-Rochet: un Comitato centrale dello stesso partito dedicato ai problemi ideologici; una risposta di Waldeck-Rochet a Mitterrand circa il programma da dare alla Federazione di sinistra.

Di tutte le interessanti cose dette in tali manifestazioni, il punto dolente, che è utile discutere, resta uno solo, e appare assai ben definito nella intervista televisiva su ricordata. Alla domanda di un giornalista di Le Monde se, nella ipotesi di una vittoria del socialismo certi partiti saranno considerati come antidemocratici e condannati a scomparire, Waldeck-Rochet ha dichiarato che il XVII Congresso del suo partito aveva «respinto ufficialmente l'idea di un partito unico per realizzare il socialismo. Da ciò deriva che noi ammettiamo la pluralità dei partiti, un regime politico di larga democrazia... In quanto al problema del futuro dei partiti in una società socialista, ciò dipenderà essenzialmente dall'atteggiamento di questi partiti. Nella ipotesi che voi fate, noi pensiamo che la maggioranza dei partiti democratici avrà il diritto di prendere delle misure per impedire alle classi spossessate di reimpadronirsi del potere».

Ora, è interessante notare che, mentre in Italia si è discusso finora del come incidere sul meccanismo di sviluppo in atto, si è discusso cioè di come si deve atteggiare una politica della sinistra per avere successo (e ciò, evidentemente, in relazione al fatto che in Italia siamo al cospetto di una politica di centro-sinistra in corso di svolgimento), in Francia si discute finalisticamente: si discute, cioè, di che cosa potrà avvenire quando «il socialismo sarà vittorioso».

Sono due posizioni che, a prima vista, appaiono assai differenti. Ma vi è, tuttavia, un profondo legame fra le due che vale la pena di chiarire. E per cominciare, si può osservare che il problema, oggetto della discussione francese, non va posto nel senso di che cosa farà il partito comunista, o di che cosa faranno i partiti socialisti in genere, nella ipotesi di una «vittoria del socialismo» (che è problema completamente astratto), ma di che cosa possa essere una vittoria socialista, o, meglio, di che cosa possa essere una vittoria della sinistra in una società articolata, dell'Occidente. Se la società articolata è posta a base della azione politica attuale, tale società, nella sua concreta articolazione, non può essere ignorata nel corso dell'azione futura, anche perché questa azione avrà come conseguenza di vieppiù articolarla. Ed è su questo punto che il discorso italiano si lega, ma con apporti molto più concreti, al discorso francese.

Cosi come è stato impostato il dibattito in Italia, anche per adesione del Pci, si può - domando - individuare un momento finale, nella evoluzione del meccanismo di sviluppo di una società articolata, nel quale si possa dire di essere passati dal «non socialismo» al «socialismo»? Da una situazione politica e storica ad un'altra? Secondo le mie personali convinzioni, e le convinzioni del movimento politico cui appartengo, la società «riformata» (fin quando una forza di sinistra, avente seria volontà di riforma del meccanismo di sviluppo, possa agire) vi sarà sempre, continuamente, e, nello stesso tempo, non vi sarà mai; e che vi sia sempre, o non vi sia mai, dipenderà dal significato che noi vogliamo dare all'espressione e al mito tradizionale di «vittoria del socialismo».

Se con questa espressione vogliamo indicare l'espropriazione totale dei mezzi privati di produzione, il riferimento alla rivoluzione di ottobre, fatta uscire dalla finestra (ed anche Waldeck-Rochet l'ha fatta uscire, quando ha dichiarato alla televisione che la Francia di oggi non si può paragonare alla Russia zarista del 1917) rientra, avvertitamente o inavvertitamente, per la porta. Poiché il cosiddetto passaggio al socialismo, che Waldeck-Rochet considera che possa avvenire, pacificamente o democraticamente, in Occidente, si può concepire quando al socialismo si pensi come sistema di espropriazione totale dei mezzi privati di produzione.

Ma nelle società articolate - come ho cercato di dimostrare a Ravenna - il meccanismo di sviluppo in atto è tale, che una sinistra, anche classista, che voglia modificarlo e riformarlo, può procedere all'espropriazione di alcuni mezzi privati di produzione (è avvenuto, di recente, in Italia, con la nazionalizzazione dell'energia elettrica); può attuare riforme collaterali di diverso genere; può fare una politica di redistribuzione del reddito e, quindi, degli investimenti e dei consumi in diverse direzioni (valendosi modernamente della politica di programmazione). Ma non può mai, per le condizioni stesse nelle quali agisce e per la indissolubile connessione che esiste fra meccanismo di sviluppo e strutture politiche, prevedere un momento storicamente determinato, che non sia una pura aspettativa mitologica, nel quale avverrà il «passaggio al socialismo», la «vittoria del socialismo». Per una forza di sinistra che sia in grado di operare da posizioni di governo il socialismo o, meglio, la riforma sociale, o è di sempre o non sarà mai. O meglio, la capacità di riformare una società non può essere mitologicamente trasportata in una «ora x» del futuro, ma opera ogni giorno, nelle condizioni dettate dal meccanismo di sviluppo e dalla organizzazione politica, e cioè dalle condizioni della società in cui si opera. D'altra parte, nel tipo di società articolate, e sempre più articolate, nelle quali si opera, e tenendo conto, appunto, del loro meccanismo di sviluppo e delle strutture politiche che le caratterizzano, a ogni estensione della proprietà pubblica a settori già di proprietà privata, può corrispondere una nuova libera creatività, individuale o associata, che può essere, a posteriori, soggetta a controllo pubblico, anche espropriata, ma non può essere, a priori impedita nel suo nascere.

Ed è proprio il congegno della società articolata, del suo meccanismo di sviluppo, delle sue strutture e sovrastrutture politiche, che porta a questo processo, che si può considerare una sorta di processo continuo, nel quale opera contemporaneamente il congegno dell'avanzamento sociale e della libertà. L'emancipazione dei lavoratori è ottenuta attraverso questa opera concreta di riforme ed il controllo economico (sindacati) e politico (partiti di sinistra) del meccanismo di sviluppo e dei suoi concreti svolgimenti, senza il riferimento al solo problema della espropriazione totale dei mezzi privati di produzione.

E allora? Allora noi dobbiamo abituarci in Occidente a considerare l'azione socialista, o più esattamente l'azione della sinistra, come azione assai diversa da come tradizionalmente l'abbiamo considerata. Se stiamo alla concezione tradizionale, nelle società occidentali non ci sarebbe mai stata la manifestazione di una politica di sinistra. Se stiamo ad una riflessione critica nuova, aderente al tipo di società nel quale viviamo, la sinistra ha avuto, in tali società, e potrà continuare ad avere nel futuro, una grande e storica funzione, che è quella di continuamente modificarne e riformarne il meccanismo di sviluppo. Non occorre perciò a questa sinistra la suggestione e la vistosità del mito finalistico, ma una forte e continuamente operante coscienza riformatrice, e il senso delle aspirazioni delle forze sociali che si è chiamati a rappresentare.

Naturalmente, tutto ciò vale in quanto una società, e quindi una società articolata dell'Occidente, si muova in virtù di forze e di impulsi propri, compresi gli impulsi classici, che essa stessa determina. Se intervengono fattori puramente esterni, anche se provocati da affinità ideologiche, tutto il discorso necessariamente cambia. Ma questo significherebbe occuparsi di problemi e situazioni internazionali, considerati anche da un punto di vista ideologico, e tale materia è stata da me, a priori, esclusa, sia per quel che riguarda il dibattito di Ravenna, sia l'attuale. Bisogna vedere chiaro nei nostri problemi puramente interni, prima di estendere lo sguardo al di là delle frontiere.

 

Amendola:

L'amico La Malfa ha ripreso il dibattito che aveva iniziato a Ravenna in dicembre con il compagno Ingrao. Ma in questi mesi i termini del dibattito si sono spostati e la situazioni oggi appare mutata, politicamente ed economicamente.

Per quanto riguarda noi comunisti, dobbiamo partire dalle conclusioni del nostro XI Congresso che si è svolto in questa sala e nel quale, dopo un confronto vivace, aperto e appassionato abbiamo realizzato l'unità del Partito attorno alla proposta di una piattaforma di riforme di struttura, economiche e politiche. Questa piattaforma ha una sua intima coerenza ed essa ci sembra confermata dall'aggravamento dei problemi che travagliano la nostra società e dalla manifesta incapacità del centro-sinistra di avviare dopo tanti discorsi una politica di programmazione democratica. Siamo a fine aprile 1966, a quattro anni dall'inizio del centro-sinistra, e non abbiamo ancora iniziato in Parlamento la discussione del progetto di programma; stiamo ancora discutendo se dobbiamo fare una legge, o una mozione, e tutto fa prevedere che è l'attuazione di una politica di programmazione dovrebbe essere rinviata a dopo le elezioni del 1968.

Non esiste perciò in Italia, a nostro avviso, un meccanismo di sviluppo che funzioni e che le proposte da noi avanzate possano mettere in crisi, come teme l'amico La Malfa. C'è, invece, un meccanismo in crisi, che non riesce a risolvere i problemi del paese e, soprattutto, non riesce ad avviare a soluzione - non dico a risolvere - il problema essenziale riconosciuto da La Malfa, quello di una politica di sviluppo, quello della piena occupazione. Tant'è che nel 1965 sono stati costretti a partire dall'Italia 310 mila emigrati, cioè un numero di emigrati superiore alla leva annuale degli aspiranti a un posto di lavoro. E perciò, è un meccanismo che va modificato per oggettive necessità nazionali: necessità che richiedono una trasformazione del nostro paese in un senso, a nostro avviso, naturalmente, democratico e socialista.

C'è nelle proposte di piattaforma rinnovatrice, avanzata da noi comunisti, una intima coerenza e anche - mi permetta La Malfa -una serie di scelte e di priorità. Naturalmente dovrebbe esserci una discussione di merito e non soltanto un giudizio sommario, come ha fatto La Malfa. Ed io penso che questa discussione di merito avrebbe potuto svolgersi con grande utilità per tutte le forze della sinistra, se si fosse tenuto o si tenesse quel secondo convegno dell'Eliseo, proposto da Lombardi, sul quale ad un certo punto sembrava che fossero d'accordo, per tenerlo, La Malfa, Lombardi, io e altri compagni dei vari gruppi della sinistra italiana.

Ma oggi il tema del nostro dibattito è più generale, e necessariamente comporta problemi di caratteri internazionale e di carattere ideologico. Non riesco a comprendere come si possano affrontare i temi di una sinistra in Occidente senza affrontare questioni che superano i limiti del nostro confine nazionale, anche se dobbiamo sempre avere bene fìsso il legame con la realtà del nostro paese nella quale operiamo.

In altri termini, per rispondere alla domanda posta, «quale sinistra in Occidente?» prima di cercare quale deve essere l'atteggiamento della sinistra di fronte ai problemi dello sviluppo economico bisogna rispondere alla questione preliminare che mi sembra che La Malfa non a caso abbia saltato. Quali sono le ragioni della crisi attuale della sinistra europea?

C'è una crisi della sinistra europea? Questo è il punto di partenza da cui dobbiamo muoverci, a mio avviso. Perché in nessun paese dell'Europa occidentale è avviato in questo momento un processo di trasformazione democratica e socialista? Perché è ancora aperta, oggi, nel 1966, la ricerca di una via al socialismo nei paesi ancora capitalistici dell'Europa occidentale? Ed è meglio precisare dell'Europa «occidentale» per dare al termine «occidentale» una sua determinata concretezza storica e geografica.

Si può considerare l'avvento al socialismo non come un atto finalistico, un atto che si compie in un determinato momento, ad una certa ora. Noi, da tempo abbiamo insistito su questo carattere di processo, di avanzata, di trasformazione attraverso cui si realizza il socialismo in un paese considerato; un processo di trasformazione, di modifica del meccanismo di sviluppo.

Ma il processo deve pure esistere: deve avere un suo segno qualitativo, e deve raggiungere certi risultati.

Certo, la società capitalistica di oggi è mutata rispetto a quella di cinquant'anni fa o di un secolo fa. Ma in nessun paese capitalistico dell'Europa occidentale il potere concentrato nelle mani dei gruppi capitalistici è stato in qualche modo intaccato. Ecco il punto di partenza da cui si muove la ricerca comunista, ed è un punto di partenza, se volete, critico ed anche autocritico. Il socialismo è avanzato nel mondo per la breccia aperta dalla prima rivoluzione socialista, la rivoluzione di ottobre. È avanzato per vie aspre e dolorose, vie nuove, mai esplorate, attraverso lotte e sacrifici, drammi, errori, che possono sorprendere soltanto gli schematici e chi non sia stato educato dal marxismo a un senso della storia, vista non solo come storia delle idee ma come storia degli uomini, nella necessaria, incessante e mai sopita dialettica tra strutture e sovrastrutture. Il socialismo è avanzato ed ha portato ovunque progresso economico, cultura, salute, elevazione delle condizioni di vita delle popolazioni che vivono nei paesi socialisti. Sta trasformando paesi arretrati in paesi avanzati, capaci di aprire all'umanità ad esempio le vie della esplorazione spaziale. E alle prese con problemi nuovi determinati proprio dallo sviluppo dell'economia verso forme più articolate e complesse.

Chi avrebbe potuto dire ad esempio, prima del 1917, che l'Unione Sovietica si sarebbe portata alla testa del progresso scientifico, in gara con gli Stati Uniti, battendo paesi, che nel 1917 erano molto più avanti della Russia zarista (l'Inghilterra, la Francia, la Germania, la stessa Italia)? Ed oggi, chi può negare - lo ha affermato anche un amico repubblicano che è intervenuto al Consiglio Nazionale dell'ultima volta - chi può negare che la Cina popolare abbia assicurato un progresso e, per usare l'espressione di questo amico repubblicano, «abbia vinto la fame», mentre in India, invece, i problemi che la Cina ha superato sono ancora cosi brucianti?

Io vedo la vittoria del socialismo come un processo e non come un atto isolato: ma non si può negare che essa rappresenti a un certo punto un salto di qualità, costituito dall'avvento delle classi lavora-trici alla direzione dello Stato. Ci si può arrivare per vie diverse, attraverso la via seguita nel '17 dalla classe operaia della Russia nella lotta per la pace e per la terra; ci si può arrivare attraverso la trasformazione democratica, attraverso un processo di riforme che intaccano le strutture economiche e politiche. Ma ad un certo punto il salto di qualità si deve pure compiere, senza di che il socialismo si diluisce in quello che La Malfa non a caso ha chiamato la riforma sociale: che è qualche cosa di diverso ideologicamente da quanto noi consideriamo socialismo, che rappresenta una rivoluzione.

Sono temi di oggi, dice La Malfa, ma sono temi su cui ci siamo accapigliati da tanti anni, che hanno una loro giustificazione, che non possono essere accantonati se non vogliamo che tutto quanto si risolva, poi, in una specie di tecnica economica del processo di sviluppo, che ha un peso importante, ma anche limitato, quando la questione è di una grande trasformazione che investe problemi di giustizia, di libertà, di cultura, che investe le condizioni di vita dei popoli.

Ora, da questa trasformazione in senso socialista che è avanzata nel mondo, sono rimasti esclusi i paesi dell'Europa occidentale: proprio i paesi nei quali si era iniziato il movimento socialista più di un secolo fa, nel 1848, col Manifesto dei comunisti, la rivoluzione di Parigi, la Comune, le lotte dell'800 tra socialisti, anarchici, repubblicani, tutto il travaglio di quel grande secolo da cui è uscito il movimento socialista. Lotte nelle quali si è poi saldata, attraverso gli stessi scontri ideologici e politici, una continuità storica tra la rivoluzione francese e la rivoluzione di ottobre. Lenin aveva detto che il socialismo moderno è erede e continuatore delle grandi tradizioni del pensiero moderno: dell'economia classica inglese, della filosofia idealistica tedesca, del pensiero utopistico francese. E i comunisti russi, i grandi combattenti vittoriosi della rivoluzione d'ottobre, si sentirono sempre partecipi del movimento operaio occidentale e parteciparono effettivamente alle lotte, alle dispute della seconda Internazionale.

Ma la rivoluzione ha vinto in Russia nel ' 17, in quella determinata condizione politica e geografica, sulla base della parola d'ordine leninista di trasformare la guerra imperialista in guerra civile. Invece i popoli dell'Europa occidentale mancarono all'appuntamento della rivoluzione sia durante la guerra che nella crisi rivoluzionaria del primo dopoguerra. E di qui è derivata, da una parte, la necessità di costruire il socialismo in un paese solo: la Russia, con le sue immense risorse, ma anche con le sue strutture economiche, sociali e politiche. E di qui anche è derivata la tragedia dell'Europa: la sua divisione, il fascismo, la seconda guerra mondiale, e dopo la sconfitta del fascismo la nuova guerra fredda, le divisioni, le suddivisioni in blocchi militari, il suo arretramento economico e culturale. Per cui oggi l'Europa occidentale occupa nel mondo un posto ben diverso da quello che occupava cinquanta anni or sono o cento anni or sono, e cioè non per quel fatto positivo costituito dalla perdita dell'impero coloniale, ma per altri fenomeni estremamente gravi; ad esempio, la perdita del primato scientifico, che oggi l'Europa occidentale ha perduto di fronte alla gara sul piano scientifico fra Stati Uniti e Unione Sovietica.

L'Europa occidentale non è diventata, cioè, socialista, e per questo fatto non ha risolto i suoi problemi ed ha perso la sua posizione nel mondo. E il socialismo oggi appare non soltanto ai comunisti, non soltanto alle varie formazioni socialiste, ma, è importante, anche a gruppi di radicali, a gruppi di uomini provenienti da tradizioni di pensiero non marxiste o classiste, in quelle discussioni che si svolgono in Francia ed a cui ha alluso La Malfa, appare come una necessità se l'Europa occidentale vuoi risolvere i suoi problemi nazionali e dare un contributo degno della sua storia alla instaurazione nel mondo di un sistema di coesistenza pacifica e alla vittoria del socialismo nel mondo. Vittoria che non sarà la stessa cosa se mancherà il contributo dei paesi dell'Europa occidentale, di questo patrimonio accumulato in secoli di battaglie.

Certo e in questo noi ci troviamo d'accordo, La Malfa, il socialismo nell'Europa occidentale deve realizzarsi in condizioni diverse da quelle della Russia zarista del '17 e da quelle della Cina nel 1947. Deve tenere conto dell'articolazione economica, delle strutture sociali, delle vecchie articolazioni e cristallizzazioni accumulate in secoli di storia e di contese regionali e locali, dei ceti medi e dei rapporti tra città e campagna; (le città nell'Occidente sono qualche cosa che ha una sua caratteristica). E deve tener conto anche della concreta situazione politica, perché non c'è soltanto la struttura economica articolata, c'è anche una struttura politica articolata, frutto di questa nostra storia travagliata, derivante dall'esistenza di un patrimonio rivoluzionario e democratico, dello spirito associativo, dell'unità tra tradizione democratica e tradizione socialista, nella continuità del movimento operaio e del movimento democratico nelle sue diverse espressioni: repubblicani, libertari, socialisti, comunisti, questa continuità che rappresenta il fondo, poi, della società italiana nella quale dobbiamo operare.

Io, nella mia attività ho avuto molte soddisfazioni, ma ne ricordo una in particolare: la manifestazione a Imola per celebrare il 75° anniversario della conquista di quel Comune, nel 1889, da parte del blocco delle forze di sinistra, in cui erano repubblicani, anarchici, socialisti e radicali, guidati da Andrea Costa. Li si vede l'origine del movimento operaio italiano: la congiunzione tra movimento risorgimentale mazziniano-repubblicano, e libertari, e nuovi socialisti, che stavano formando i loro partiti in quel momento. Li si vede qualche cosa che è presente nella situazione italiana e che dà a sua volta al socialismo una sua caratteristica di cui dobbiamo tenere conto. E poi, in Italia, c'è la componente cattolica di cui non si può non tenere conto: c'è cioè un processo di avanzata democratica di masse, ieri lontane dalla vita politica, che oggi si muovono e portano con sé aspirazioni a un rinnovamento sociale, guidate dalla loro ispirazioni cristiana.

È tutto questo che dà alla battaglia del socialismo in Occidente la sua complessità: in Francia, in Germania, in Inghilterra. Ogni paese ha questa sua ricchezza di patrimonio storico che rende difficile la battaglia per il socialismo. Ed è per questo che quando mi si domandasse: «Ma che cosa è una sinistra?», rispondo che, a mio avviso, i confini di una sinistra debbono rintracciarsi in questa comune matrice storica, nelle comuni esperienze accumulate. Non si può fare una statistica di posizioni elettorali: tanto per cento di voti, fin qui comincia la sinistra e qua finisce; né ci si può oppure anche una stessa divisione programmatica, perché la sinistra è divisa programmaticamente. C'è, invece, una matrice comune, una esperienza comune accumulata, e tra noi italiani un certo tipo di antifascismo. Per cui, pure accapigliandoci, ci trovavamo uniti in un antifascismo militante che ha lottato nel modo in cui si doveva lottare e che ci ha portato in carcere e al confino a discutere insieme di questi problemi, in quelle condizioni.

Ora, bisogna riconoscere che il movimento operaio dell'Europa occidentale non ha saputo tracciare una strada al socialismo che tenga conto di queste condizioni soprattutto della condizione principale: del fatto nazionale. L'esistenza e l'importanza della nazione non solo non può essere sottovalutata in questi nostri paesi, ricchi di antichissima storia, ma s'impone oggi in tutto il mondo: e lo vediamo anche nel cosiddetto «terzo mondo»: il fatto nazionale, come un momento insopprimibile dello sviluppo democratico e socialista dell'umanità.

Il socialismo non ha vinto nei paesi dell'Europa occidentale. E io vorrei dare una valutazione critica di questo fatto, perché di qui può partire un discorso costruttivo sulla unità delle sinistre. Dobbiamo accontentarci di questa evoluzione dal capitalismo al capitalismo sotto la guida di governi più o meno illuminati, capaci di certe riforme settoriali? Ma questo non è socialismo. E il socialismo non ha vinto nei paesi dell'Europa occidentale, non solo perché non ha saputo affrontare i problemi dello sviluppo economico, ma per una serie di ragioni di carattere culturale, storico, politico. Spesso si sviluppano discussioni critiche sulla costruzione del socialismo nei paesi socialisti e poiché noi non possiamo fare i censori agli altri io a quelle discussioni partecipo sempre con un senso di grande imbarazzo. Non perché non si deve parlare male di questi paesi in cui vi sono partiti a noi fratelli. No, non per questo: ma per il fatto che questi partiti combattono e costruiscono in altre condizioni storiche, e non si può fare carico a loro, che lottano in quelle condizioni, delle nostre debolezze, di quello che significa il mancato apporto occidentale alla battaglia per il socialismo nel mondo. Dobbiamo quindi vedere, se siamo d'accordo su questo giudizio critico, le responsabilità di questa situazione: vederle in maniera obiettiva, vedere quelle che spettano agli altri e quelle che spettano a noi, avviando un discorso critico.

Io sono d'accordo: trasformare la società, avviarla sulla via della trasformazione socialista, considerata come un processo, non come un atto isolato. Ma questo processo deve andare avanti e qui nasce la polemica di noi comunisti con la socialdemocrazia, le cui responsabilità sono gravi. E proprio per il fatto che in molti paesi la socialdemocrazia è una forza di maggioranza nei movimenti operai. La critica comunista ha sottolineato il «crac» della seconda Internazionale, di fronte ai problemi essenziali del XX secolo: la prima guerra mondiale e l'incapacità del socialismo europeo di avere una posizione unitaria europea di lotta contro la prima guerra mondiale (cade in quest'anno il centesimo anniversario della nascita di Romain Rolland: dobbiamo riconoscere che, in quel momento, questo isolato, questo grande uomo di cultura, seppe da solo elevarsi nell'Occidente, per dire una parola di pace e raggiungere cosi le avanguardie pacifiste e internazio-naliste che lottavano in seno alla seconda Internazionale).

Fallimento di fronte alla guerra mondiale e ai suoi problemi; fallimento di fronte al fatto nuovo della creazione di uno Stato socialista; fallimento, soprattutto, di fronte alla lotta di liberazione dei popoli coloniali. Di fronte alla loro lotta la socialdemocrazia collaborò con la borghesia imperialista per reprimere questa lotta; e molti dei problemi che oggi si pongono nel mondo nei rapporti tra Europa e paesi dell'Africa o dell'Asia, nascono dalla eredità dell'azione svolta dai governi socialdemocratici per arrestare quella lotta e quel moto.

Di fronte a questa storica responsabilità, che si compendia nella rinuncia alla lotta per il socialismo e nell'accettazione della funzione di una gestione moderata del sistema (funzione che è stata anche riconosciuta in sede programmatica da molti partiti socialdemocratici, la socialdemocrazia tedesca ad esempio), di fronte a queste storiche responsabilità della socialdemocrazia, io intendo riaffermare la validità della critica comunista e anche la funzione di questa critica: che ha mantenuto viva, attraverso una azione di stimolo, di pressione, di polemica a volte espressa in forme aspre, dure (faziose a volte, nel fuoco della lotta) che ha mantenuta viva però la coscienza di un punto che ci distingue: della necessità del socialismo, come processo che arriva a certe conclusioni e che crea quindi, le premesse per altri sviluppi.

Certo, nessuno nega l'esistenza dei problemi posti da La Malfa, le riforme di struttura e la continuità del processo di sviluppo economico. Ma bisogna dire che la socialdemocrazia ha risolto questo problema nel senso di rinunciare a una trasformazione che porti alla emancipazione del lavoro, realizzando solo delle riforme settoriali compatibili col sistema. Io so che tu avrai obiezioni da presentare a questa mia affermazione e le presenterai, ma questo è il tema che vorrei fosse in discussione. E con questo non voglio negare (ricordando le responsabilità storiche della socialdemocrazia per la situazione creata in Europa occidentale) l'esigenza di un esame critico dell'esperienza dei partiti comunisti. Io ritengo che una critica in definitiva sia valida se diventa operante nei fatti, se conquista le masse, se si traduce in iniziative, in azioni, in volontà capaci di mutare la situazione: e la critica comunista alla socialdemocrazia è diventata in alcuni paesi critica di massa ed ha conquistato la maggioranza della classe operaia, in Italia, o in Francia; in altri paesi, invece, è rimasta su un piano di propaganda e non ha inciso. Questa esperienza cosi diversa del comunismo europeo va anch'essa sottoposta a un esame critico. Alla base degli insuccessi della pratica comunista sta l'insufficienza di una ricerca autonoma di vie nazionale al socialismo. E qui sta l'originalità dell'insegnamento del compagno Palmiro Togliatti: attuato in piena coerenza, dal VII Congresso dell'Internazionale comunista nel '35 fino all'ultimo documento, scritto a Yalta alla vigilia della sua morte.

Dico «vie nazionali» non vie europee, perché non bisogna dimenticare le diversità delle situazioni di diversi paesi europei. E perciò noi, mentre non proponiamo un improponibile modello sovietico in cosi diverse condizioni di tempo, sociali e geografiche, nello stesso tempo rifiutiamo l'imitazione dei modelli laburisti o scandinavi, che corrispondono ad altre esperienze. Qua si tratta, invece, di trovare una via italiana che si inquadri naturalmente nella situazione europea e mondiale.

La divisione della classe operaia ha impedito la vittoria del socialismo in Europa e ha impedito anche l'unità stessa della Europa, ha portato la divisione dell'Europa. L'unità europea può essere realizzata soltanto da una sinistra unita, sulla base di una politica di coesistenza pacifica, disarmo, neutralità e di piena collaborazione economica, su un piano di scambi economici tra tutti gli Stati europei, quale che sia il loro ordinamento sociale.

Nell'ultima Tavola Est-Ovest, che si è tenuta a Parigi con la partecipazione di uomini di tutte le correnti politiche, è stata avanzata, ad esempio, la proposta di una Conferenza economica, organizzata dalla Commissione economia europea dell'Onu. Avrebbe un grande valore, mettere assieme le forze governative, imprenditoriali, sindacali, politiche dei vari paesi europei per vedere se si può realizzare una collaborazione economica anche sul piano tecnico, e in questo modo creare, anche le premesse per un rapporto economico di collaborazione tra l'Europa e i paesi del Terzo mondo, in modo da lottare insieme contro la fame e superare quello che è il problema centrale del ventesimo secolo.

L'unità della sinistra dei paesi dell'Europa occidentale è possibile, a mio avviso, seppure difficile, su una piattaforma nuova di avanzata al socialismo che superi i vecchi motivi di contrasto e che si articoli su tre punti (sui quali poi tornerò nella seconda replica per ragioni di tempo: ora voglio soltanto fissarli nel quadro del ragionamento). Essi sono:

  1. una politica di coesistenza, di superamento dei blocchi militari, di lotta per il disarmo;
  2. una politica di riforme di strutture e di programmazione democratica che assicuri la continuità del processo di sviluppo economico (siamo d'accordo su questo); che non crei la catastrofe economica, anzi, che assicuri uno sviluppo oggi ostacolato dal peso delle posizioni monopolistiche, nel riconoscimento (anche in questo sono d'accordo con La Malfa) che non si tratta di una espropriazione generale dei mezzi di produzione: poiché in paesi di economia articolata come l'Italia è indispensabile assicurare la piccola proprietà contadina associata e l'iniziativa nel campo della piccola industria, artigianato, turismo e commercio, nel quadro di una programmazione che permetta allo Stato di imporre la volontà pubblica e la difesa dell'interesse generale sugli interessi privati;
  3. una politica di sviluppo della democrazia politica in un sistema pluralistico, fondato sulle economie, sull'autogestione, sul controllo dal basso contro ogni forma di centralizzazione burocratica sia economica che politica. Il socialismo deve assumere questi connotati, nei nostri paesi.

E possibile giungere a questa unità? Mi sembra possibile anche se è diffìcile. La discussione che si svolge in Francia e che ha ricordato La Malfa, dimostra che dei progressi si vanno compiendo, se è vero che in questo momento sta lavorando una commissione ideologica composta da tre membri del Comitato centrale comunista e tre membri del Comitato centrale dello Sfio. E malgrado i contrasti che vi sono su molti problemi, come il Patto atlantico, questa commissione ha tuttavia continuato i suoi lavori.

Perché, vedete, vi è una crisi nella socialdemocrazia, della politica della socialdemocrazia. Vi è una crisi che si esprime in molti paesi nella rottura della tradizionale alleanza tra socialdemocrazia e democrazia cristiana (Belgio e Austria) e negli arretramenti della socialdemocrazia (in Danimarca e Norvegia): c'è invece una avanzata della socialdemocrazia in altri paesi scandinavi, che sono fuori dal Patto atlantico, e che praticano perciò la politica di disimpegno e di neutralità.

La lotta per realizzare l'unità delle sinistre su questa piattaforma comporta una partecipazione di massa alla discussione e questo è il senso di questo dibattito. Non siamo qui per presentarci già d'accordo, questo dibattito lo affrontiamo fraternamente, con lealtà; sta-mani ci siamo scambiate le credenziali, come ha detto La Malfa. Veniamo qui a carte scoperte, sapendo già di dover rendere edotti tutti quelli che si interessano a questi problemi dei termini in cui noi poniamo i problemi, naturalmente con tutti i diritti all'errore che comporta questo tipo di discussione. Poiché noi pensiamo - questa è la posizione del nostro partito - che cresce oggi in Europa la coscienza del danno che all'Europa reca l'attuale situazione.

È uscito in Francia un articolo interessante, di un sociologo di grande valore, che critica i socialdemocratici europei per l'asservi-mento dell'Europa agli Stati Uniti d'America, e questa critica viene avanzata non soltanto per quanto riguarda le basi militari (che è un problema importante), ma su un altro piano, quello dell'assoggettamento economico dell'Europa nei settori dell'industria che riguardano l'avvenire, l'energia nucleare, l'elettronica, la petrolchimica, agli investimenti di capitale americano: per cui, a un certo punto, dice l'articolista, non si ha nemmeno una associazione tra Stati europei e Stati Uniti d'America, in cui ciascuno contribuisce a reggere una direzione comune. No, abbiamo uno Stato guida e degli Stati satelliti. E questa è una coscienza che è già avvertita nelle classi operaie, nelle classi intellettuali, e si fa largo la coscienza della necessità di trovare una via che, assicurando l'unità in tutta l'Europa, permette all'Europa di affermare una sua posizione nel mondo. Questo è possibile soltanto se si realizza una collaborazione che permetta a ciascun paese di scegliersi il governo che più corrisponde alla sua volontà ed alle sue condizioni senza intervento esterno, né della rivoluzione né della controrivoluzione, ciascun paese in piena indipendenza e capace di determinare il proprio avvenire e il proprio assetto politico e sociale.

Ed è in questa prospettiva di unità delle sinistre dei paesi capitalisti dell'Europa occidentale per avviare un processo di trasformazione democratica e socialista, che debbono poi essere affrontati i problemi della trasformazione della società italiana dopo il fallimento del centro-sinistra, il problema della formazione di una nuova maggioranza e della costruzione di una nuova unità politica della classe operaia.

 

La Malfa:

Mi pare che l'amico Giorgio Amendola abbia voluto sfuggire al rigore con cui ho posto certi problemi ed abbia voluto estendere il dibattito. Cercherò di seguirlo anche in questo. Però riferendomi all'inizio del suo discorso, devo dichiarare che ho già ammesso a priori che il meccanismo di sviluppo, quale esso è, ha bisogno di riforme; e quindi non l'accetto quale è. È in atto, produce certe conseguenze, dà occupazione, produce reddito, non soddisfa certe situazioni ed esigenze: bisogna riformarlo.

Come intende riformarlo la sinistra? A Ravenna, Ingrao aveva accennato a una scelta; mi dispiace dire che Amendola, qui, rispetto a quello che mi pareva avere constatato a Ravenna, ha fatto un passo indietro. Egli si è riferito alle conclusione del congresso comunista che io già conoscevo come progetto di tesi, ed afferma che esse sono coerenti. Non sono affatto coerenti: se le leggiamo, ci sono tutte le riforme possibili in tutti i campi e in tutti i settori. Praticamente, se quelle riforme operassero, porterebbero al franamento del meccanismo di sviluppo. E da questo punto di vista non facciamo un progresso. Un meccanismo di sviluppo controllato da forze moderate non ci può dare il risultato che noi attendiamo; ma se la sinistra, per modificarlo, mette sul tappeto una quantità di problemi incompatibili, peggiora la situazione. Per cui la conseguenza negativa del funzionamento di un meccanismo di sviluppo è in parte attribuibile, a mio giudizio, alle forze che lo controllano attualmente; è in parte attribuibile, se vuole Giorgio Amendola, alle deficienze del governo di centro-sinistra; ma in parte è attribuibile anche alla maniera con cui l'opposizione di sinistra pone gli stessi problemi.

Cioè, noi siamo in una crisi di fondo. Rispetto a un meccanismo di sviluppo quale esso agisce, con tutti i suoi inconvenienti e i suoi errori, la sinistra non sa prospettare una riforma coerente. E questo riguarda tutti. Anzi, - e insisto su questo - proprio il partito comunista ci pone il quadro di una riforma cosi vasta di questo meccanismo che, ripeto, non ci fa raggiungere un bel nulla. E devo dire a proposito della disoccupazione - mi riferisco a una lettera che ho già scritto all'Unità - che due anni fa prevedemmo che, se non avessimo inquadrato tutti i problemi, compreso quello delle rivendicazioni, avremmo avuto un aumento della disoccupazione che è frutto non solo dei cosiddetti errori di governo o della pressione dei moderati, ma anche degli errori che la sinistra commette nelle sue impostazioni.

È in questo campo che noi dobbiamo approfondire i problemi, caro Giorgio, perché noi - e l'ho ripetuto mille volte - noi abbiamo la responsabilità di un paese che ha ancora la disoccupazione, che ha sottoccupazione, che ha zone depresse. Abbiamo la responsabilità di non fare durare un giorno di più una situazione che considero ancora troppo arretrata. Il fenomeno della disoccupazione è un fenomeno di arretratezza che dobbiamo cercare di superare al più presto. Questo per quanto riguarda i nostri problemi.

A questo punto il discorso di Amendola si allarga, ma come si allarga? Riferendosi all'esperienza del mondo comunista e condannando l'esperienza socialdemocratica. In tutto il mio discorso, a Ravenna, non sono mai entrato a sindacare l'esperienza del mondo comunista. So benissimo che la rivoluzione di ottobre, rispetto al regime zarista, ha rappresentato una rivoluzione moderna di quel paese. Non entro, quindi, a criticare una esperienza storica che si è svolta su presupposti diversi da quelli che riguardano il nostro paese e l'Europa occidentale.

Cosa è avvenuto, nel frattempo, in Occidente? Amendola ci dice che, in Occidente, ha fallito la socialdemocrazia. Ma io cito degli esempi su cui egli non si è intrattenuto: gli esempi di una sinistra che non ha visto la crisi ideologica, che ha avuto la sinistra in certi paesi dell'Europa occidentale, come l'Italia e la Francia, divisa fra comunismo e socialdemocrazia. Come si fa a svalutare quello che il Partito laburista ha fatto in Inghilterra o quello che la sinistra ha fatto nei paesi scandinavi? Come si fa a dire, che quello che là è stato fatto non ha nessun valore? E l'opera di una sinistra che ha agito in una società articolata. D'altra parte, nonostante la nostra depressione e la nostra insufficienza, noi siamo più vicini a quel tipo di società articolate, che al tipo di società nel quale agi la rivoluzione di ottobre.

Ora, la sinistra che ho citato ha avuto la consapevolezza di come si opera sul meccanismo di sviluppo di quei paesi. Non ha fatto grandi riforme il laburismo inglese? Ma il laburismo inglese è l'esempio maggiore che ha dato il mondo occidentale della capacità di una sinistra moderna di incidere sul meccanismo di sviluppo in atto, attraverso riforme successive.

Dove è la crisi vera della sinistra? La crisi vera della sinistra è nei paesi continentali, in cui essa invece di studiare i problemi concreti della società nella quale opera, si è dilettata di problemi ideologici e si è indebolita, sia come comunismo che come socialdemocrazia. Essa è rimasta astratta rispetto ai problemi concreti di quelle società, dei rispettivi meccanismi di sviluppo.

È a questo punto che Amendola, dopo essere uscito dal problema vi rientra, e vi rientra dichiarando: dobbiamo aderire ai problemi della società. Ma aderire ai problemi della società, in Francia e in Italia, significa risolvere, il primo luogo, una crisi ideologica, significa uscire da un'astrazione tale che non riesce a vedere i problemi della concretezza del meccanismo di sviluppo e quindi non riesce a percepire come questi meccanismi vanno riformati. Egli citava il grande dibattito francese, che, a mio giudizio, è più arretrato del dibattito italiano. Esso, infatti è un dibattito esterno, su come si devono combinare le forze, su come si deve vedere il socialismo. Ma il laburismo inglese non incide sulla società inglese con una discussione ideologica, ma individuando i punti precisi del meccanismo di sviluppo sui quali deve incidere. Ecco perché, fra l'altro, il Partito laburista ha puntato sulla politica dei redditi: perché la considera uno degli strumenti della riforma sociale. Quel partito, in quella società, ha una funzione di sinistra concreta e storicamente determinata. Mentre noi continuiamo a vagare nell'incertezza o nella confusione ideologica, che è poi duramente pagata dalle classi operaie che vogliamo difendere. La nostra sinistra è astratta rispetto ai problemi della nostra società e, in un certo senso, con questo suo essere astratta, apre la via al permanere del dominio delle forze moderate. Per espropriare le forze moderate dal controllo del meccanismo di sviluppo, bisogna sapere come incidere, come modificarlo pezzo a pezzo.

Voi credete che il fallimento del centro-sinistra sia l'effetto dell'azione dei dorotei; è l'effetto della insufficienza della sinistra, soprattutto. Se la sinistra sa dove andare batte gli avversari. Quanto è incerta è battuta.

La lotta contro i moderati, da parte della sinistra, vuole una strategia della sinistra.

Amendola dice: non ci deve interessare l'esperienza dei laburisti, ognuno ha le sue esperienze nazionali. E giusto, ma noi dobbiamo trovare la politica di sinistra per il nostro paese e definirla in tutti i suoi momenti concreti, per progredire. E vale, a questo proposito, più l'esperienza della sinistra anglosassone, che l'esperienza sovietica. In quanto al problema dell'Europa, caro Giorgio, so benissimo che esiste questo problema. Mi ricordo che, nel '49, quando parlai sul Patto atlantico, concepii la costruzione europea come il tentativo di creare una grande entità sovranazionale, autonoma. Un'Europa sovranazionale avrebbe potuta diventare indipendente dai blocchi, perché l'indipendenza dai due grandi blocchi non deriva dal fatto che noi permaniamo, come i Balcani nell'anteguerra, fra l'impero austro-ungarico e la Russia. Questo non crea una indipendenza dai blocchi. L'Italia non era indipendente dalla Francia e dall'Austria, quando era divisa. È diventata indipendente quando si è unita. Nel '49, parlando sul Patto atlantico, dicevo che bisognava costruire l'Europa perché questa sarebbe stata la sola maniera attraverso la quale si sarebbe alleggerita la responsabilità americana nella difesa dell'Europa.

Ma come si fa, oggi, a considerare favorevolmente l'azione di De Gaulle? £ vero si, rompe il blocco; ma lo rompe sulla posizione vecchia, non sulla posizione nuova: egli disgrega l'Europa e quindi finisce con l'asservire l'Europa al gioco delle grandi forze. La verità è che noi non possiamo creare un Europa, anche qui, con parole; ma la dobbiamo creare, come grande organizzazione su un vasto territorio, attraverso un'opera paziente. E solo quando nascerà tale grande entità, territoriale, economica, politica, sociale, avremo quella indipendenza autonoma che è il frutto di una azione. L'indipendenza dell'Italia fu il frutto dell'azione per creare l'unità italiana. Ma non si poteva parlare di indipendenza dell'Italia senza avere perseguito prima l'unità delle nazione italiana. Stiamo attenti a non far precedere le parole ai fatti politici, le ideologie ai problemi concreti, che prima bisogna esaminare e risolvere.

A mio giudizio, se noi riusciamo ad approfondire i problemi che ci stanno davanti, daremo alla sinistra dei paesi occidentali ed alla sinistra del nostro paese, una capacità di azione concreta a risolvere i problemi del progresso e delle riforme. Ogni riforma è un passo avanzato verso un grande avvenire sociale: ma la riforma concreta, non l'aspettativa della riforma.

 

Amendola:

Non ho voluto sfuggire al tema del meccanismo di sviluppo e delle sue modificazioni, dei pericoli di rottura ecc: ho voluto invece rispondere al tema posto in questo dibattito, che non può essere ridotto unicamente al discorso sul meccanismo di sviluppo. Né io ritengo che la debolezza della sinistra europea sia soltanto imputabile a non aver risolto sul piano teorico questo problema. La lotta politica, la lotta delle classi, la lotta dei paesi, verrebbe cosi ridotta in una angusta visione di un economicismo che mi sorprende in La Malfa. Perché io sono nutrito di una passione morale che è poi la sostanza della nostra politica ed è la sostanza della nostra battaglia per il socialismo. Ora, la concretezza che si domanda a forze politiche responsabili sui problemi e l'indicazione delle soluzioni da dare, non può mai, questa concretezza essere sterilità, e perdere quel rigurgito di passioni, di visioni ideali, che fa la tensione ideale di un paese e che rende per esempio l'Italia, in questo momento, paese cosi politicamente vivo, per cui siete qui tanti presenti, appassionati a questa battaglia non soltanto per discutere sopra quello che può essere domani il modo in cui noi realizziamo questa o quella riforma, ma per affrontare il problema generale del posto che le singole riforme hanno in un processo di trasformazione che tende a dare all'uomo la sua posizione nella società.

Quando noi parliamo del programma e del modello di sviluppo, La Malfa e io ci poniamo in due posizioni diverse. Egli pensa che, se la sinistra riesce a mettere a punto sul piano teorico un meccanismo di sviluppo, nel quale le successive trasformazioni siano collocate in una serie capace di non provocare guasti, ma di assicurare un progresso all'economia, la partita è guadagnata. Abbiamo fatto questo bel programma e si tratta poi di convincere gli italiani che noi abbiamo ragione. Ora, io non rifiuto mai, non mi sono mai rifiutato a un esame di merito di questo meccanismo di sviluppo e delle soluzioni che dobbiamo indicare. E ripeto, in piena convinzione, che nelle conclusioni del nostro congresso abbiamo indicato delle soluzioni concrete per i problemi che travagliano il nostro paese. Ma (anche proprio per la mia posizione marxista) sono anche abbastanza convinto del fatto che bisogna capovolgere questa impostazione. Prima vengono le forze e gli interessi che muovono i meccanismi di sviluppo perché è sulla base di queste forze ed interessi che si costruiscono poi rapporti che ne permettono la modificazione. Quando si lotta per trasformare un meccanismo di sviluppo dominato dalle forze di conservazione (tu riconosci che oggi avviene e che bisogna essere capaci di trasformarlo), il problema è come si battono queste forze della conservazione. I dorotei. Tu dici: è evidente, la colpa è delle sinistre, non sono abbastanza forti per battere i dorotei e le destre presenti nel governo, nella Democrazia cristiana, nel centro-sinistra, entro e fuori del governo. Ma il problema è di sapere come si battono, queste forze. E si battono se abbiamo idee chiare, ma se dietro alle idee chiare abbiamo le forze capaci di tradurre queste idee in realtà.

Allora, capovolgendo questa impostazione io guardo prima al paese; e che cosa vedo? Vedo l'Italia del 1966. Una Italia che nel ventennio scorso ha fatto un grande progresso economico, sociale e culturale, che si è trasformata sulla spinta della vittoria antifascista e della repubblica, che ha spezzato i vecchi legami autarchici corporativo; attraverso battaglie continuate, in cui la classe operaia ha riaffermato la sua iniziativa nelle lotte per l'occupazione, per la riforma agraria, per i diritti e la libertà, contro tutti i tentativi di ricacciarla indietro. Noi vediamo questo paese che nel suo progresso, dopo venti anni, e proprio per effetto del suo progresso, ha problemi ancora più brucianti. Quando venti anni fa parlavamo di pianificazione (e ne abbiamo parlato, La Malfa, nei programmi del '46), nessuno ci ascoltava: perché era necessario che la stessa esperienza del popolo italiano facesse comprendere come è necessaria, ad un certo punto, una programmazione democratica, capace di imporre la volontà pubblica sugli interessi privati. La riforma della scuola. Ma la riforma della scuola oggi è resa più urgente dal fatto che vi è stato un progresso, un milione di nuovi studenti, nelle scuole medie. E il problema dell'alimentazione? Oggi si mangia meglio di venti anni fa, ma proprio questo fatto, il miglioramento dell'alimentazione, pone il problema di una riforma agraria, non soltanto per dar giustizia ai contadini ma per dare al popolo italiano le risorse di cui ha bisogno nel quadro di uno sviluppo economico, equilibrato. E via di seguito.

Le grandi trasformazioni del nostro paese, avvenute sotto la direzione delle forze monopolistiche, hanno comportato massicce emigrazioni. Quindici milioni di italiani hanno cambiato domicilio da un comune all'altro; ogni anno un milione di italiani vaga da un comune all'altro; due milioni emigrati all'estero, intere regioni spopolate. Sono problemi che rendono oggi la programmazione qualche cosa che corrisponde alla esperienza del popolo. E d'altra parte, questi problemi mettono in moto forze che non si muovevano venti anni fa.

Quando il problema della mutualità assume la crudezza di questi giorni, è perché vi è un 90% della popolazione che ha diritto all'assistenza. Ma questa assistenza poi, per trasformarsi da diritto in realtà, esige una riforma del sistema previdenziale, esige un servizio sanitario. Cioè, le riforme diventano qualche cosa che corrisponde a forze che si muovono. Quando le donne entrano nella produzione (e oggi le si vuole ricacciare indietro), è tutta una vecchia struttura della famiglia che è messa in crisi. Ecco che i problemi del divorzio si pongono sulla base di questa nuova esigenza, di una nuova comprensione dell'istituto famigliare. Cioè, le riforme non vengono dal cielo, né da una mente illuminata, ma nascono dalle esperienze, dalle lotte, dai bisogni, dalle grandi masse popolari: e cosi nasce anche la forza capace di imporre queste riforme agli avversali che non la vogliono.

Io mi rendo conto che, tra la conservazione ed il rinnovamento, la conservazione ha sempre la partita facile: si tratta di non mutare, basta rinviare. La borghesia italiana è poco disposta a cedere qualche cosa; è una borghesia molto, molto ristretta, che non comprende neanche che certi momenti conviene cedere qualche cosa, persi-no pagare le tasse. Pagare le tasse in Italia la borghesia non vuole, non sa neanche fare quello che fa in Inghilterra e in Scandinavia.

Quindi, c'è questa maturazione e ci sono queste forze che si muovono. Per questo noi, nella nostra piattaforma indichiamo i problemi e le soluzioni dei problemi. Si dice: cartello dei «no». Ma anche ogni cartello dei «no» è anche una affermazione dei «si». Cosa dovremmo dire di questo malcontento che c'è nel paese? Lasciarlo disperdere per dimostrare che siamo saggi e illuminati? O raccoglierlo per evitare che vada a destra, come è andato in altri momenti a destra? E tutto sotto forma di qualunquismo e sotto forma anche di opposizione fascista. Ecco la funzione di un grande partito di opposizione come il nostro, che è partito di opposizione e anche di governo, perché nel momento stesso che raccoglie le forze messe in moto dalla crisi della società italiana, indica le soluzioni, e indica soluzioni che si inquadrano in un processo di trasformazione in direzione del socialismo.

Naturalmente, si tratterà poi di fare una discussione di merito sui rapporti tra le varie riforme, sulle varie priorità. La Malfa dice che questo è un problema preliminare. I laburisti, finché erano all'opposizione, ci davano l'esempio di come si fa l'opposizione: non concedendo mai nulla al governo in carica. Perché la funzione della opposizione è di fare l'opposizione e di non sostenere i governi che sono in carica. Direi che è proprio una funzione democratica, questa: ciascuno faccia la parte sua. C'è un governo che ha la maggioranza e c'è una opposizione. Ebbene, essa compie la sua funzione di esprimere le esigenze delle masse, il malcontento, e lo esprime in forma responsabile, come facciamo noi in forma organizzata attraverso una elevazione culturale del movimento popolare: non istigando sentimenti faziosi o settari; ma l'opposizione deve combattere con vigore, senza di che si farebbe schiacciare dal rullo governativo. E invece il governo faccia la sua funzione e rispetti l'opposizione in un rapporto democratico tra governo e opposizione.

Per cui, quando si parla del fallimento del centro-sinistra, e tu ne hai parlato e ne hanno parlato comunque al Consiglio del partito repubblicano (e se non si vuole parlare del «fallimento» per non usare parole che possono provocare reazione parliamo del non adempimento degli impegni assunti nel 1962), ebbene, questo non dipende da tutta la sinistra. Questa è una responsabilità che non possiamo prenderci. Perché mi sembrerebbe molto strano: il centro-sinistra non realizza una certa politica di programmazione e la colpa sarebbe di tutta la sinistra. Ma c'è sinistra e sinistra: c'è la sinistra del centro-sinistra e c'è la sinistra tenuta fuori dal centro-sinistra. Non si può volere la botte piena e la moglie ubriaca. Non si può imporre una maggioranza di centro-sinistra sulla delimitazione assoluta, sul rifiuto del concorso delle opposizioni, sullo discriminazione, e poi fare carico a questa sinistra, forte di 8 milioni di voti, della debolezza della parte della sinistra che è al governo.

Noi facciamo la nostra funzione, e mi sembra che la facciamo molto bene, in modo che suscita il consenso. Forse anche questo, La Malfa, è un punto che ci divide. Io so la tua passione democratica, ma vi è un aspetto della democrazia che è la ricerca del consenso. Io conosco il gusto delle posizioni aristocratiche, impopolari, che viene da lontano, dalla vecchia destra; ma conosco anche i difetti di questa posizione aristocratica. Perché una posizione politica si costruisce nella misura in cui si sollecita il consenso attorno a questa posizione, senza di che resta soltanto una posizione intellettuale e non diventa una posizione politica capace di tradursi in forza e in realtà.

Orbene, noi il consenso lo stiamo conquistando. Nelle elezioni del '46 noi eravamo il terzo partito, superati dai socialisti che erano tra di loro uniti. Oggi, in questi anni, piano piano, passo dopo passo con fatica e lavoro costante, siamo arrivati a una nuova posizione, abbiamo raddoppiati i voti e li abbiamo maggiorati in percentuale di 6 punti. Questa non è una previsione elettoralistica per dire che, a un certo punto, arriveremo al 50%. No, ma dimostra come la nostra azione corrisponde ad un processo che ha luogo in seno al paese.

Ultima cosa per quanto riguarda la situazione internazionale europea. Ebbene, io non ho mai sottovalutato la forza del Partito laburista. E un partito inglese, molto inglese, che corrisponde a un tipo di lotta che in Inghilterra si svolge, ha avuto un vigore di opposizione. Ricordavo prima il rifiuto della politica dei redditi finché era all'opposizione, mentre adesso che sta al governo la discute, e tuttavia si guarda bene dall'applicarla. C'è tutta una polemica con i sindacati. A parte questo, si tratta di un tema su cui la discussione è ancora aperta.

Quello che io nego è il carattere socialista dell'attuale azione del governo laburista. Ecco, è il punto che ho voluto affermare, e non a caso, nella mia introduzione: il socialismo che cosa è? Spogliamolo dal suo aspetto mitico, finalistico (anche se questo non è cosa da poco perché anche i miti, anche le passioni, anche le credenze corrispondono a forze reali: e in fondo, quando al tempo dei nostri padri si diceva che era «il sol dell'avvenire», si trattava di una affermazione, se volete religiosa, nella fede nel socialismo. E con questi sentimenti si è costruita una grande società socialista nell'Italia centrale, nei Comuni conquistati all'inizio del secolo, nelle cooperative, nei sindacati, in quel periodo «socialista» da cui siamo venuti anche noi e di cui siamo orgogliosi).

Non disprezziamoli i miti, perché sono parte della realtà di un paese che ascende. Ma può il socialismo essere soltanto un fatto di riforme settoriali? Possiamo porla come ideale all'umanità, la situazione che si è realizzata nei paesi scandinavi? Quella grigia apatia? Quella mancanza di tensione? In questi paesi c'è un servizio sanitario che assicura certe previdenze, ma nelle fabbriche domina ancora la volontà del padrone e la classe operaia si trova inquadrata in un certo sistema che non realizza nulla di quello che il socialismo era agli occhi di chi il socialismo voleva, gli utopisti dell'ottocento, se volete. Ossia, un regime nuovo di giustizia e libertà, in cui l'uomo sia il metro della società e dominatore della società. La Scandinavia è uno dei paesi dove c'è minore passione politica. E anche la stessa Inghilterra ha una percentuale di partecipanti al voto molto bassa, per cui ad un certo punto le possibilità del socialismo inglese dipendono da milioni di astenuti dal voto. E una assenza di passione politica che si esprime nella non partecipazione alle assemblee e non alla non-partecipazione al voto. Gli inglesi hanno il loro sistema, il loro metodo, la loro flemma, però, quando si va in quei paesi si trova qualche cosa di diverso da quello che noi pensiamo debba essere il socialismo: cioè una civiltà umanistica, un rigoglio di nuove forze che vogliono il miglioramento della condizione umana; che partano da posizioni laiche, o da posizioni cattoliche, ma siano unite in questa fede nell'uomo. Ecco l'elemento umanistico che è alla base del nostro socialismo. Ecco perché il socialismo non si può ridurre a un discorso sul meccanismo di sviluppo, ma investe problemi di civiltà; ossia di una creazione di una società nuova in cui l'uomo possa avere davanti a sé un avvenire non limitato dalla ricerca del profitto e dalla occupazione o da un sistema che lo soffoca.

E per quanto riguarda l'unità dell'Europa, il Patto atlantico fu causa della divisione dell'Europa. Fu approvato con la scusa della minaccia dell'aggressione sovietica. Oggi tutti vedono che questa minaccia non c'è. Nessuno contesta la volontà di pace dell'Unione Sovietica. Quindi l'argomento su cui fu costruito il Patto atlantico è caduto, mentre aumentano invece i pericoli che derivano dalla possibilità di implicazione dei paesi europei in avventure che sono conseguenze della politica americana. Il deperimento del Patto atlantico, quindi, è un fatto reale; ed è un fatto che deve trovare la sinistra preparata alla sua scadenza. De Gaulle ha preso una certa iniziativa, anche i socialisti francesi hanno preso una iniziativa, dipendente anche molto dalla politica interna, dalla polemica con i comunisti. Comunque sia, c'è un problema che si pone davanti a noi, quello delle scadenze. E noi indichiamo una prospettiva, che non è il mantenimento delle attuali divisioni in blocchi, ma il superamento dei blocchi in una Europa unita perché disarmata, che possa, quindi, affermare nel mondo la sua funzione di civiltà.

 

La Malfa:

Penso che ormai i termini del dibattito siano ben chiari e, quindi, ci possiamo avviare rapidamente alla conclusione.

Vorrei dire all'amico Amendola, che, a mio giudizio, l'impegno morale nell'esercizio dell'azione politica si manifesta nel sapere raggiungere gli obiettivi della propria azione, non sbagliando tali obiettivi. E da questo punto di vista, la responsabilità del partito comunista rispetto alla responsabilità del partito repubblicano è certamente molto maggiore, proprio per il peso che il Pci ha e per le adesioni che ottiene. I condottieri di un grosso esercito hanno il dovere di portare il loro esercito alla vittoria. E, perciò, hanno molta più responsabilità di un piccolo esercito e dei comandanti di tale piccolo esercito.

Il problema di fronte a cui ci troviamo è appunto di portare avanti la società italiana in termini di riforme concrete, il che è un ideale, oltre che politico, morale; e di non perdere i tempi dell azione riformatrice, proiettando sempre nel lontano futuro la realizzazione degli ideali e lasciando che le cose in concreto non cambino. A tale proposito, Amendola ha fatto un discorso contraddittorio, perché egli ha rivendicato i progressi che negli ultimi anni la società italiana ha compiuto attraverso le lotte, il che vuoi dire che non tutto è stato poi negativo. E d'altra parte ha iniziato il dibattito, condannando tale società, la sua organizzazione politica e lo stesso centrosinistra per le sue insufficienze.

Sono d'accordo sulle insufficienze. Ma voglio dire che se la marcia è stata ritardata, noi non possiamo dire che essa è stata ritardata solo per responsabilità di quelli che hanno governato questo paese per tanti anni. Ma dobbiamo farne risalire la responsabilità anche all'atteggiamento che ha l'opposizione. Se è vero che il Partito laburista ha combattuto il governo conservatore inglese, il suo successo elettorale è in relazione alla coerenza con cui quel partito ha presentato il suo programma, che è un programma gradualistico, ma inesorabile nella sua funzione di programma riformatore di sinistra.

Ricordo di avere letto tempo fa, sull'Unità, una critica ai laburisti perché avevano abbandonato la nazionalizzazione dell'acciaio. Ho scritto allora sulla Voce repubblicana che, parendomi di conoscere i laburisti, essi avrebbero ripreso l'obiettivo della nazionalizzazione, ma dopo aver convinto l'opinione pubblica inglese della loro capacità di governare la società inglese in maniera coerente. Non si riforma una società, senza presentare un programma coerente.

Ora, amico Amendola, il problema che ho posto al partito comunista, è questo: presenta esso alla società italiana un programma coerente? Secondo me, no. Esso può accrescere le sue forze, ma non ha risolto questo problema.

E quando l'amico Giorgio Amendola dice: ma noi in venti anni abbiamo aumentato le nostre forze, io devo rispondergli che (questo non è un appunto) venti anni fa il partito comunista era unito al partito socialista e oggi non lo è più. C'è un suo indebolimento politico che non è ripagato dal vantaggio dell'espansione delle sue forze elettorali.

Spiegate quali sono le ragioni di questo fatto. Perché il partito comunista che era alleato con un altro grande partito operaio ora si trova isolato? Perché? Perché i socialisti sono diventati tutti cattivi? Perché evidentemente, nella politica del partito comunista c'è qualche cosa che deve essere riveduto: ed è il problema della sua adesione ai problemi reali della società in cui esso opera.

Quelli che espongo sono problemi che ci angustiano, ci travagliano. Nessuno può avere per sé la verità, e siamo qui per discutere. Ma mi pare, e lo dico con estrema calma, amico Giorgio Amendola, che nell'affrontare il problema dell'azione del loro partito con una società dell'Occidente, i comunisti abbiano un occhio all'esperienza storica della Russia sovietica, e un occhio ai problemi reali dell'Occidente. E questa doppia anima del partito comunista è una ragione della crisi della sinistra italiana. Dovendo agire in una società occidentale, ed avendo davanti a sé questo fatto enorme della rivoluzione di ottobre, l'azione del partito è scissa e, in un certo senso, indebolita da questa doppia condizione. Con questo, non ho voluto fare un processo morale, ma una semplice constatazione politica. Capisco il travaglio del comunismo italiano, perché, ripeto, la rivoluzione d'ottobre è stata un grande fatto storico. Ma, secondo me, essa fa testo per determinati paesi; non per paesi come il nostro, che non è la Russia, anche se non è la Scandinavia.

Dobbiamo trovare la politica di una sinistra aderente ai problemi del paese, alla sua situazione economica, agli sviluppi che noi auspichiamo. E finisco col dichiarare: è facile affermare che la Scandinavia si annoia; è facile dire che non c'è più tensione politica in quel paese. Ma, amici miei, in un paese come l'Italia che ha ancora vaste zone di sottosviluppo, che ha disoccupazione, che ha sottoccupazione, che ha servizi sanitari e scuole insufficienti, bisogna saper arrivare ai traguardi maggiori di una società occidentale. Quando li avremo raggiunti, avremo sempre di che annoiarci, ma non prima di averli raggiunti.

 

Amendola:

No! Abbiamo le nostre responsabilità e le abbiamo di fronte al paese e le abbiamo proprio in funzione della forza che ci siamo conquistata e che non ci è venuta dal cielo, che abbiamo conquistata nelle lotte prima sotto il fascismo e poi in questi venti anni.

Io ricordo, che nel '45 e '46 si diceva che noi godevamo di una posizione di vantaggio conquistata durante la lotta antifascista. Ce la eravamo conquistata a caro prezzo. Poi il vantaggio è aumentato durante questi ultimi venti anni nel quadro delle lotte condotte durante tutti questi anni e tutto questo movimento di forza io l'ho voluto indicare, non per altro, se non per significare che questo consenso cresce, ed il significato politico di questo consenso. Di qui ci viene la nostra responsabilità. Ed io ho voluto rispondere a La Malfa: c'è responsabilità e responsabilità. Finché una lotta si svolge nell'ambito di questa società divisa in classi e con questi schieramenti è evidente che noi abbiamo li il compito di avviare un processo di trasformazione aderente alle condizioni della società italiana. Uomini come Granisci e Togliatti ci hanno insegnato a conoscere, a studiare la realtà nazionale; ma lo facciamo sempre con questa volontà, con questo animo, con questa tensione che si può ben chiamare rivoluzionaria, anche se per noi la rivoluzione non è un momento che avverrà a un'ora X fatidica, ma è qualche cosa che si realizza giorno per giorno, con la mobilitazione permanente delle forze della classe operaia.

Ecco la nostra posizione. Ed è una posizione in cui noi ci troviamo non con una doppia anima (penso che tu lo hai detto senza nessuna volontà di offendermi o di portare elementi estranei). Ma quel carattere per noi non è affatto contraddittorio, ma è pienamente coerente, di partito che è assieme nazionale e internazionale. Perché in questo è la nostra forza. Perché siamo un partito nazionale, che affonda le sue radici nella realtà italiana, studiata e conosciuta, e dall'altra parte siamo un partito, collegato internazionalisticamente con questo grande movimento che sconvolge il mondo e porta avanti il socialismo nel mondo. Direi che anche qui è una delle ragioni della nostra forza, questa realtà internazionalista che ha i suoi problemi, i suoi drammi, le sue discussioni, ha dei momenti difficili (il XX Congresso) tuttavia afferma questa funzione.

Per questo io ritengo che il nostro programma è adeguato alla nostra funzione. È una certa piattaforma di governo, è una piattaforma di azione di lotta per mobilitare le masse attorno ad alcuni obiettivi che devono essere raggiunti. C'è coerenza fra questa piattaforma e quella che potrebbe essere l'azione di governo che noi svolgeremmo, ove sulla base di queste ondate di lotte arrivassimo al governo? Io credo che c'è questa coerenza e tu non puoi limitarti ad una condanna: «Non c'è coerenza». La coerenza ci sta perché i problemi sono complessi e una riforma della società italiana è fatta di tanti anelli, e guai a saltarne qualcheduno, guai a lasciare qualcheduno in disparte perché è poco importante. Lo vediamo: ogni questione, agraria, industriale, regionale, Mezzogiorno, tecnica, riforma scientifica, si collegano in una visione di rinnovamento della società nazionale. Ma per attuare questo rinnovamento ci vuole una forte tensione.

Io non ho detto che in Scandinavia ci si annoia, ho detto qualche cosa di peggio; è l'abbassamento della tensione morale, della tensione ideale, della tensione culturale. È qualche cosa che per noi è importante perché questa nostra battaglia l'abbiamo condotta e la conduciamo perché siamo animati da questa tensione. E se c'è una delle cose più gravi che io critico della politica governativa attuale di centro-sinistra, e qualche cosa che penso debba turbare te, è quello che è stato chiamato lo «sfìlacciamento» del senso morale dello Stato. Questa ondata di discredito che circonda il centrosinistra, questa ondata di condanna del sottogoverno, dei piccoli arrangiamenti e dei piccoli compromessi. Il senso di condanna da che cosa nasce? Nasce dalla forza della tensione antifascista che voleva fare dell'Italia qualche cosa non solo di diverso nel suo contenuto morale, di un paese rinnovato attraverso il sacrificio dei suoi figli migliori. Ma questo patrimonio, che è il patrimonio sul quale abbiamo edificata la libertà e la liberazione del nostro paese, dobbiamo dimenticarlo? Ed è per questo che io ritengo che una politica rinnovatrice è sempre allo stesso tempo una politica di sviluppo democratico che sollecita la mobilitazione democratica delle masse latine.

Ed io penso che, naturalmente, il dibattito non finisce qui. Tu hai parlato, io ho parlato, adesso gli amici repubblicani, i compagni comunisti, e tutti i presenti rifletteranno. Rifletteremo tutti, ognuno di noi riflette: io e te, riflettiamo. Sono quaranta anni che continua fra noi questa polemica e sono lieto che la possiamo condurre ancora perché in questo elemento c'è un valore biografico, che ha anche un altro valore. Trenta anni fa ci dividemmo, prendemmo due strade diverse; e quando le prendemmo sembrava che non ci dovessimo più incontrare. Poi, invece, ci siamo incontrati, in tanti momenti, anche nella guerra di liberazione, anche adesso. E penso che questa è la forza della sinistra italiana, che ci deve permettere di andare avanti.

 

da “Discutendo della sinistra”
di Ugo La Malfa
Editori Riuniti 1999

 

 

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