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Ugo la Malfa: discutendo della sinistra
Per la società in trasformazione una sinistra nuova

 

Premessa

Il sito dei Repubblicani Democratici pubblica il testo dell'introduzione che Ugo La Malfa scrisse per il volume "II dibattito della nuova sinistra" - 1966. Si tratta di una riflessione conclusiva, a carattere sistematico - nella quale i Repubblicani Democratici si identificano - sul dibattito svoltosi nei mesi precedenti con Ingrao, Amendola, Foa e Lombardi, interamente pubblicato sul nostro sito, diretto a definire le linee portanti di una politica moderna sullo specifico terreno economico-sociale.
È significativo che lo scritto qui riprodotto si concluda osservando che «l'approfondimento di questi temi è compito, nella distinzione e nella chiarezza, di tutta la sinistra. Non è compito di un giorno o di un mese; è un lungo dibattito che, forse, potrà portare lontano».

 

Questa introduzione in un certo senso sistematrice ha uno scopo ben preciso, che è quello di aiutare a stabilire cosa è una politica democratica moderna nella concezione del Pri, e come e perché tale concezione si differenzia da quella degli altri partiti. Essa ha, inoltre, l'ambizione, o la presunzione, non solo di contribuire a sostanziare la politica del Pri, ma di sollecitare la revisione critica e ideologica di altre forze politiche più massicce, che pur partecipando, e con peso numerico maggiore del nostro, allo sforzo di edificazione di una società democratica moderna, si attardano su posizioni ideologiche e programmatiche che sono, a nostro avviso, in contrasto con le esigenze fondamentali del tipo di società che si intende costruire.

L'attuale momento politico è il più idoneo per una chiarificazione e caratterizzazione del genere. Il Pri, che ha fatto il suo dovere nel periodo che si può chiamare del «quadrilatero difensivo centrista», che è stato il partito che prima, e con maggiore vigore, coerenza e tenacia degli altri, si è battuto per la svolta di centro-sinistra, che ha dato un notevole contributo all'azione riformatrice del primo governo di centro-sinistra, considera che solo tale formula, di collaborazione tra la Dc e i partiti della sinistra laica, democratica e socialista, possa oggi risolvere il problema dell'edificazione di una società democratica moderna nel nostro paese. Ma esso considera altresì, sulla base di una esperienza vissuta, che la maturazione completa del centro-sinistra sul terreno della concreta realtà italiana non è ancora avvenuta. La sinistra, tutta la sinistra laica, oscilla tuttora tra due concezioni della sua funzione: quella che discende dalle elaborazioni dottrinali, dalle battaglie, dalla cultura della scuola democratica italiana di cui la corrente repubblicana è stata grande parte, e che il Pri attuale, sia pure in posizione di minoranza, tenta di rielaborare in termini adeguati al tipo di civiltà che va maturando nel nostro paese; e quella che, discendendo dal socialismo, il Pci, col suo bagaglio tradizionale di marxismo-leninismo, tende ancora, nonostante accresciute esigenze di revisione critica interna, a ritenere valida e a monopolizzare.

È superfluo dire che il socialismo, nonostante il dispiegarsi del processo unificatorio delle sue varie tendenze, e nonostante il suo progressivo accostamento a una concezione democratica moderna, che abbandoni alcune scorie del marxismo-leninismo, continua ad oscillare tra concezioni della sua funzione e della sua azione politica molto differenti. In particolare, esso sente il valore della cultura e della tradizione democratica di sinistra, ma sente ancora l'attrazione verso vecchi schemi ideologici, che non si attagliano più, a nostro giudizio, alla realtà della società italiana, quale va maturando.

Qualunque sia l'evoluzione che abbia la situazione politica, rimanga la situazione politica, rimanga la sinistra al governo, nell'ambito della formula di centro sinistra, o si abbia una sua evoluzione su linee differenti, oggi imprevedibili, i due poli della sinistra che abbiamo sommariamente indicato rimarranno. E quando il partito comunista cerca, come cerca, dialoghi, colloqui o addirittura confluenze, esso deve pur sapere che i dialoghi, i colloqui e le confluenze si creano ormai su una sufficiente convergenza di idee circa i modi di affrontare i problemi della società in cui si vive, e non su un semplice problema di schieramento. Finché i due poli della sinistra sono talmente distanti da apparire quasi poli opposti, e finché uno dei poli, il nostro ad esempio, ci appare rappresentato da una forza politica esigua, ma che ritiene di intuire meglio il divenire della nostra società nazionale, ogni dialogo sarebbe dialogo tra sordi e ogni confluenza, confluenza sul nulla.

Indubbiamente nel Pci è in atto oggi un processo critico, indubbiamente nuovi fermenti animano questo partito, che non solo ha ri-nunziato alla prospettiva rivoluzionaria, ma avverte anche l'esigenza di adeguare la propria tematicità alla società italiana attuale, e cioè ad una società meno rigida, più articolata e moderna. Ma quando da queste asserzioni si passa alle determinazioni concrete del partito comunista e alla sua maniera di articolare nella realtà la lotta politica, i vecchi difetti ideologici, la vecchia astrattezza, rispetto al tipo di società in cui il partito opera, tornano a far capolino.

Non minore riserva noi dobbiamo fare sulla Dc e sulla sua capacità di contribuire ad edificare una società democratica moderna. Questo vasto partito è, attualmente, elemento fondamentale, anche se componente centrista, della politica di centro-sinistra. Ma la sua maniera di essere centrista addirittura moderato, per quel che riguarda certi fondamentali problemi di sviluppo democratico, la maniera con cui ha esercitato il potere ed ha amministrato lo Stato come partito più forte di qualsiasi coalizione, la maniera con cui anche tuttora, in piena politica di centro-sinistra, continua a interpretare i suoi rapporti con le gerarchle ecclesiastiche, interpretazione che talvolta va al di là delle stesse esigenze espresse dal fatto religioso in sé considerato, dice quanto cammino bisogna fare perché si creino più profonde convergenze, nell'ambito di un comune desiderio di progresso democratico.

Non parliamo poi del distacco ideologico col partito liberale. Tale distacco si è sempre avuto, nella storia del partito repubblicano, e se nel periodo del quadrilatero di difesa centrista esso è stato talora superato, ciò è avvenuto per necessità contingenti, e non per una qualsiasi concordanza sugli obiettivi, sugli strumenti e sui fini dell'azione democratica.

Di certi aspetti dell'ideologia del liberalismo, abbiamo sempre preso e prendiamo atto, soprattutto per quel che riguarda la maniera con cui si devono vedere i problemi dello Stato. Lo Stato non è, per noi, il meccanismo di potere che bisogna conquistare all'influenza di questo o quel partito, come sogliono considerarlo i cosiddetti partiti di massa, ma è un'organizzazione a servizio dei cittadini, che si deve servire con umiltà e disinteresse, mettendolo al di sopra di qualsiasi ragione di parte. Nella concezione repubblicana, lo Stato, come organizzazione di interessi collettivi, deve sovrastare; e noi non dobbiamo, in nessun caso, sovrastare lo Stato e le sue ragioni.

Questo è, dunque, il quadro nel quale il Pri, minoranza che esprime una preponderante esigenza critica, intende muoversi. Si tratta di una posizione che volendo essere, appunto, uno dei poli di caratterizzazione della sinistra vuole influire, con il suo esame critico spregiudicato, non solo sulla evoluzione della sinistra, ma sulla evoluzione stessa delle forze moderate. Naturalmente, questa singolare posizione, che sorprende certo ambiente qualunquista (il quale si domanda perché i quattro repubblicani debbano tanto contare, si tratti della battaglia per la svolta del centro-sinistra, o della elezione del presidente della repubblica) implica l'esame di numerosi problemi, fra cui importante quello della individuazione delle caratteristiche di sviluppo della società nazionale, di quella società alla quale l'azione dei partiti si intende riferire, e senza la comprensione della quale ogni azione politica diventa inefficiente, contraddittoria e controproducente.

Ora, fondamento dell'aggiornamento critico della posizione del nostro partito deve essere la constatazione che, a partire dagli anni Cinquanta, la nostra società ha mostrato la possibilità concreta di un tipo di sviluppo economico e sociale, e quindi democratico, che nessuna ideologia di partito, qualunque fosse la sua qualificazione, era riuscita a prevedere ed interpretare. In altri termini, rispetto alle linee concrete di sviluppo che l'Italia ha accennato a prendere negli ultimi anni, le ideologie di tutti i partiti si sono dimostrate complessivamente inadeguate o inidonee a interpretarlo. Che i partiti fossero di destra, di centro o di sinistra, essi presupponevano, come dato di partenza, confessato o inconfessato, della loro ideologia, un'Italia a prevalente economia agricola, estremamente depressa in più di metà del suo territorio, con un grave e diffuso fenomeno di disoccupazione cronica, con una lotta sociale, e quindi politica, assai acuta, determinata da una forte ed aspra contrapposizione di classi, tipica appunto dei paesi fortemente depressi. I partiti moderati rispecchiavano questa visione pessimistica della società nazionale, con la stessa arretratezza di concezioni e di cultura con cui essi difendevano i privilegi di classe, presupponendo appunto l'impossibilità di una evoluzione diversa da quella che avrebbe condotto, prima o dopo, alla rivoluzione sociale. I partiti avanzati, partendo dalla stessa constatazione pessimistica, non potevano non cimentarsi nel proposito di ribaltamento delle strutture moderate, e vedere nel rovesciamento integrale dei rapporti sociali il riscatto di una classe sull'altra e la possibilità di un destino diverso. I partiti di mezzo, riformisti, hanno mirato a barcamenarsi fra le due concezioni, senza riuscire a considerare realizzabile un tipo di società, che segnasse l'uscita dell'Italia dalla sua arretratezza storica e dalla contrapposizione radicale delle sue forze politiche e sociali. Si può, in certo senso, affermare che la depressione e l'arretratezza, retaggio di una lunga condizione storica, siano stati i presupposti da cui partiva la lotta politica e sociale in Italia, e si rispecchiassero grosso modo nelle sue classi sociali, fossero di borghesia, alta, media o piccola, o di proletariato, nonché nel costume, e nelle difettose e incomplete istituzioni del paese.

Solo quello che è avvenuto, a partire dagli anni Cinquanta, e che ha sorpreso tutti, ha mostrato la possibilità di un destino diverso. L'apertura dell'Italia verso il grande mercato internazionale ed euro peo, la più libera circolazione di idee e di interessi che ciò ha determinato, la libertà di azione e la libertà critica seguita alla caduta del fascismo, alcune sagge decisioni dello Stato in materia di politica economica, hanno dato una impronta al movimento di trasformazione della società italiana, che nessun partito aveva saputo prevedere prima che si manifestasse. Non che mancassero preoccupazioni e, quindi, problemi relativamente a tale processo di sviluppo. Tutta la battaglia per la svolta di centro-sinistra è stata impegnata su questo terreno, della fragilità complessiva del tipo di sviluppo in atto e delle sue contraddizioni interne. E la crisi che, proprio in coincidenza con l'avvento del centro-sinistra, è scoppiata, ha mostrato proprio quanto reale fosse quella fragilità e quanti problemi bisognasse affrontare per introdurre un nuovo tipo di sviluppo.

Tuttavia, il problema di fronte al quale sono state poste le forze politiche, è se quel tipo di sviluppo, corretto nei suoi aspetti negativi e consolidato nei suoi aspetti positivi, potesse darci la struttura di una nuova società o se, espressione effimera di un certo momento della vita nazionale ed internazionale, esso sarebbe stato costellato nella realtà che ci ha fatto intravedere e nelle speranze che ha acceso, riportandoci alle condizioni di arretratezza storica, rispetto alle quali vecchie ideologie politiche ritornano ad avere tutta la loro validità. È evidente che il paese avverte, anche al di fuori di una precisa consapevolezza delle vie da battere, che il processo di sviluppo degli anni Cinquanta, acquisito nei suoi aspetti positivi, e superato nei suoi aspetti negativi fino a divenire un nuovo processo di sviluppo, debba essere ripreso fino a determinare la trasformazione e la modernizzazione completa della società italiana. Ma è evidente, altresì, che questo non può avvenire senza quella coraggiosa revisione ideologica, che il tipo di sviluppo coerente alla nuova realtà sociale italiana richiede e di cui il paese, in quanto continua ad esprimere forze politiche arroccate su terreno tradizionale, non ha, per questa parte, piena coscienza.

Del resto, lo stesso punto di partenza che i repubblicani si accingono a scegliere, è il punto di partenza scelto da Ingrao, in un recente articolo su Rinascita, per iniziare, come noi cerchiamo di fare, la sua opera critica ed autocritica in campo politico. «L'Italia è arrivata

negli ultimi decenni a cimentarsi - egli ha scritto - con i problemi di una moderna civiltà industriale. Stiamo affrontando questi problemi con un quadro di istituti e di formazioni politiche che per una larga parte sono legati a una Italia del passato, a condizioni remote rispetto a quelle del 65. E comprensibile che una intelaiatura per tanta parte contradditoria oltre che vecchia scricchioli e faccia acqua da tutte le parti: accadrà ancora di più se non ci si mette mano».

Le vecchie ideologie che, muovendo dai loro schemi precostitui-ti, pretendevano di racchiudere e sintetizzare la realtà in quegli schemi, sono ormai inadeguate a ricomprendere i nuovi fermenti, i nuovi valori, le diverse componenti, insomma, di una società più ricca e più dinamica; solo muovendo dalla concreta analisi della realtà, ricercando i nuovi compiti, i nuovi contenuti di un partito moderno, armonizzando tra di loro i diversi elementi del sistema per operarne consapevolmente la trasformazione, solo sforzandosi di trovare nella società stessa le ragioni e gli strumenti dell'azione politica, è possibile adeguare un partito - nella sua impostazione ideologica e nelle sue scelte immediate - al tipo di società che si è affermato in Italia durante questi anni.

Ora, mentre i repubblicani cercheranno di portare la loro revisione critica fino alle estreme, logiche e coerenti conseguenze, prendendo le mosse dal punto di partenza più sopra sommariamente illustrato, i comunisti, e anche Ingrao, non riescono a fare lo stesso, preoccupati di dover abbandonare completamente il vecchio, incerti se abbracciare il nuovo.

Il tipo di sviluppo che abbiamo sperimentato negli anni Cinquanta, e che dobbiamo rivedere fino a farne un nuovo tipo, è quello che può portare, nonostante la condizione storica di arretratezza da cui l'Italia unita è partita, a una società fortemente industrializzata, a relativamente alti consumi di massa ed a piena occupazione, con equilibrio di interessi nelle sue diverse parti. Non importa se, a chiusura del cosiddetto miracolo, ci siamo appena affacciati a questo tipo di società, fra mille contraddizioni e incongruenze. Importa che quel tipo di società si sia delineato, che per la prima volta, in certe regioni, il problema della disoccupazione non sia più esistito, che i consumi abbiano superato il livello delle essenziali necessità di vita. Importa, soprattutto, aver potuto constatare che quella società non era una società semplice, con lineari contrapposizioni di classi, ma risultava una società estremamente articolata con stimoli i più diversi possibili, che non potevano essere condotti a una misura uniforme e a nessuna organizzazione di tipo autoritario. Il passaggio da una democrazia formale a una democrazia sostanziale sarebbe stato reso necessario da questa articolazione estrema di una società sulla via del benessere.

Ma quali vecchi modelli ideologici, una società di questo genere, ai primi passi della sua formazione, finiva implicitamente col respingere a priori? Essa respingeva, da una parte, il modello ideologico liberista, attraverso il quale la borghesia aveva creduto di esercitare il suo potere assoluto e incontrastato, ma parimenti respingeva il modello socialista tradizionale, che al modello liberista si era voluto contrapporre. Quel tipo di società non pareva, dai suoi inizi, potersi e doversi fondare né sulla concezione della gestione privata dei mezzi di produzione, né su quella della gestione pubblica. La vecchia e ottocentesca controversia tra due tipi di sviluppo, l'uno e l'altro caratterizzato dal tipo di proprietà con cui si gestivano i mezzi di produzione, si accingeva a uscire dalla realtà storica concreta. Un alto sviluppo si poteva raggiungere attraverso imprese pubbliche, imprese private ed attività dello Stato, e la combinazione tra questi fattori rimaneva un dato di esperienza concreta, non un modello ideologicamente astratto cui adattarsi. Tuttavia il riconoscimento di tale realtà, con tutte le conseguenze che se ne devono trarre, se non c'è a destra, tra le forze moderate, c'è meno che mai a sinistra, tra le forze socialiste. Mentre esso, per le conseguenze che comporta, rappresenta una profonda modificazione ideologica nel mondo degli indirizzi politici. Se il problema dello sviluppo non rimane legato al tipo giuridico che assume la proprietà dei mezzi di produzione, che cosa possono dire il comunismo o i partiti socialisti, legati a tale vecchia ideologia? O l'ideologia rimane un residuato a cui nessuno crede, o, se ad essa si crede, si possono commettere errori, fatali per il risultato di una politica di sviluppo. Lo sviluppo di una proprietà pubblica, non legata alla realizzazione concreta di un migliore rendimento sociale, rispetto alla proprietà privata, può portare a intralciare le linee di un progresso economico, non a favorirlo.

L'utilizzazione dello spirito imprenditoriale del privato ai fini dell'interesse pubblico, e quando questo interesse pubblico possa essere garantito, è uno degli elementi caratterizzanti, non di una società da considerare capitalistica o neocapitalistica, ma di una società tecnicamente o democraticamente moderna, che non si vuole arrestare di fronte al problema della proprietà privata o pubblica dei mezzi di produzione. Ma se questo è vero, anche la polemica classista perde di significato e valore. Non si può cercare di utilizzare, in una società democratica, lo spirito imprenditoriale del privato, considerando ideologicamente tale esercizio di spirito imprenditoriale come contrario all'interesse pubblico e collettivo. La tradizionale polemica socialista su questo terreno, e la ancora più violenta e dogmatica polemica comunista, perdono di significato e scopo. Non conta più, quindi, la battaglia frontale di una classe rispetto all'altra (ciò che ha caratterizzato certo tipo di azione politica), ma la capacità di fare servire l'opera di tutte le classi ai fini pubblici e all'interesse della collettività. Già una serie di errori deve essere corretta in questo campo, e l'aclassismo e l'amarxismo dei repubblicani non significa affatto interclassismo o spiritualismo, ma significa soltanto capacità di un'azione politica di far servire una società articolata agli scopi dell'elevazione della collettività. Ciò non vuol dire nemmeno che il detentore privato di mezzi di produzione, nella nuova società, sarà libero di atteggiarsi come vuole. La programmazione e la politica dei redditi gli impongono di seguire una certa strada, ed egli soltanto allora adempie alla sua funzione sociale, con un ordinamento della proprietà diverso da quello che discende dal principio collettivizzatore.

Naturalmente, questa nuova posizione, rispetto all'impresa privata non implica che, in settori particolari, non si possa porre il problema della sostituzione di una proprietà pubblica a una proprietà privata, ma questa sostituzione non deve avvenire più, ormai, in base a una ideologia generale, ma come espressione di una valutazione particolare. Se nelle economie collettivizzate si comincia a discutere del come attivare lo spirito imprenditoriale, e l'idea del profitto ad esso conseguente, appare antistorico ignorare questo problema in una società non ancora collettivizzata.

Ma se il tipo di proprietà dei mezzi di produzione non decide più del carattere più o meno avanzato di una società, ma rimane legato a esperienze storiche particolari di questo o quel tipo di società, alla sua maggiore o minore depressione, alla sua maggiore o minore arretratezza, è chiaro che una visione di questo genere, dando diversa configurazione del ceto imprenditoriale, e tendendo a farlo operare nell'interesse della collettività, deve assegnare diverso compito alla classe operaia, e alla sua organizzazione sindacale.

In una visione tradizionale dei problemi dello sviluppo economico, tale sviluppo era comandato dal capitalismo privato, corretto dallo Stato e tallonato dalle forze sindacali della classe operaia, le quali avevano lo scopo di correggere questo processo di sviluppo, in attesa del rovesciamento totale della situazione. Se accettiamo, come accettiamo, una nuova linea di sviluppo delle società articolate, il nuovo meccanismo di sviluppo della società non può né deve essere opera del capitalismo corretto dall'intervento dello Stato e tallonato dalla azione sindacale. Esso deve essere il risultato del disaccordo-accordo tra categorie economiche, forze sindacali dei lavoratori e volontà politica espressa dalle istituzioni statuali. Il sindacato, in questo nuovo tipo di sviluppo, è innalzato a protagonista di esso, insieme all'altra grande forza economica, e non è forza di semplice tallonamento e condizionamento. L'attaccamento del sindacato operaio al vecchio tipo di azione rivendicativa è indice di quanto esso sia stato rimorchiato da un processo di sviluppo, rispetto al quale non è mai assurto a forza motrice, e di come le classi operaie abbiano trovato compenso a questa posizione, affidandosi a partiti che teorizzavano la palingenesi sociale. Quel che noi vogliamo è, invece, l'innalzamento del sindacato a forza motrice originaria, a pari titolo della classe imprenditoriale, del processo di sviluppo economico. La lunga polemica sui sindacati e sulla loro posizione nella programmazione, che ci ha fatto financo accusare di essere avversari dell'autonomia sindacale, ci trovava, invece, esaltatori di tale autonomia, che va ormai esercitata sul terreno proprio alle società moderne. E il passaggio dall'agitazione di fabbrica alla presenza nelle determinazioni centrali della politica economica, indica il grado di rivoluzione che noi intendiamo introdurre nel processo di sviluppo attraverso la presenza della classe operaia e dei sindacati che la rappresentano.

Tutti i problemi relativi al processo di sviluppo di una società, al rapporto tra occupati sottoccupati e disoccupati, al rapporto tra occupazione e ammodernamento tecnologico delle attività produttive, al rapporto fra meccanismo di sviluppo e riforme di struttura, distribuzione del reddito ecc, possono essere coordinati in una visione globale e unitaria quando la programmazione sia opera dei reali protagonisti del processo economico.

Le conseguenze che discendono da questa nuova maniera di vedere i problemi di sviluppo di una società articolata sono imponenti in ogni campo, ed eccedono la sfera puramente economica e sociale, per entrare in quella dei problemi più strettamente politici ed istituzionali. La funzione del Parlamento, del governo, degli organi di controllo tecnico e amministrativo, la funzione dell'ordinamento autonomistico dello Stato, la stessa funzione della scuola e della cultura, vengono modificate, quando lo schema di sviluppo della nostra società abbia luogo su basi più ampie, e avendo per protagoniste forze più estese di quelle del passato.

Riflessioni più ampie su questi problemi, se pure legate alle concrete circostanze politiche, si trovano nelle pagine di questo volume, e toccano anche problemi di altra indole e natura. Tali riflessioni indicano, anche nella loro incompletezza, l'incidenza che una nuova visione della società, quella che ormai comunemente si chiama una «idea della società», ha nei più diversi campi. Ma l'approfondimento di questi temi è compito, nella distinzione e nella chiarezza, di tutta la sinistra: o almeno di quella parte della sinistra che voglia veramente incidere sullo sviluppo della società italiana. Non è compito di un giorno o di un mese; è un lungo dibattito che, forse, potrà portare lontano.

 


da “Discutendo della sinistra”
di Ugo La Malfa
Editori Riuniti 1999

 

 

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