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Discutendo della sinistra
Il dibattito di Ugo La Malfa con Pietro Ingrao a Ravenna del 13 dicembre 1965

Premessa

II dibattito tra Ugo La Malfa e Pietro Ingrao si svolse lunedì 13 dicembre 1965 (alle ore 17) al Teatro Mariani di Ravenna, e fu moderato da Eugenio Scalfari, a quel tempo direttore dell'Espresso. Provocò grande interesse per la sua stessa novità ed ebbe larga eco. Le richieste di biglietti d'invito ricevute dagli organizzatori (le federazioni provinciali del Pci e del Pri) furono così alte che essi decisero di attivare due collegamenti via radio con la Casa del popolo repubblicana e con la Camera del lavoro, consentendo così una partecipazione complessiva di circa 7.000 persone a una discussione che durò alcune ore. Rilevante fu anche la presenza della stampa: accanto ai commentatori dei maggiori giornali italiani, furono presenti gli inviati di alcune fra le più importanti testate straniere, come Le Monde, The Economist, Newsweek, L'Express.

Il dibattito ebbe come tema «I problemi della sinistra nel nostro paese» e delineò alcune possibili linee di convergenza. A stimolare il confronto era stata l'impostazione politica contenuta in alcuni documenti del Pci, e soprattutto nel «Progetto di tesi» redatto in vista del suo XI Congresso. La Malfa partì appunto, nel suo intervento iniziale, dall'assunzione della consapevolezza del Pci di dover operare in una società assai diversa da quella arretrata sulla quale aveva inciso la rivoluzione leninista. La sua tesi fu che - in presenza di una società occidentale economicamente e socialmente articolata, in presenza di libertà politiche e di pluralismo di partiti - la sinistra avrebbe dovuto operare sul presupposto del meccanismo di sviluppo in atto, da riformare e modernizzare attraverso una graduale e permanente politica di riforma, senza tentare di rovesciarlo e senza provocarne il blocco con politiche contraddittorie.

 

La Malfa:

II dibattito di oggi è giustificato dal fatto che il Partito comunista italiano mostra di avere rinunciato ad operare, da molto tempo a questa parte, su l'ipotesi che sia possibile in Italia una rivoluzione comunista del tipo della rivoluzione leninista dell'ottobre 1917 in Russia. Ciò non vuoi dire che, qualora il partito comunista continuasse a muoversi sulla base di quella ipotesi, non possa esistere materia di dibattito. Vuoi soltanto dire che, in tal caso, il dibattito assumerebbe un carattere totalmente diverso. Un ideale rivoluzionario di quel tipo avrebbe diritto di esistere e sarebbe rispettabile, come qualsiasi ideale politico, ma rivelerebbe una tale immobilità nella impostazione ideologica e nell'analisi del tipo di società nel quale si opera, da rendere quasi inutile una discussione.

Manifestazioni di quella rinuncia comunista, anche se il linguaggio usato al riguardo non è ancora abbastanza esplicito (forse a causa del gradualismo necessario per ogni opera di revisione ideologica che un partito è in procinto di condurre) si trovano in molti documenti ed in ultimo nel progetto di tesi per il prossimo XI Congresso del Pci. In tale documento si legge, ad esempio, che «la via italiana al socialismo si propone di dare una risposta al problema di una rivoluzione socialista in Italia ed è un aspetto della ricerca, ancora aperta, delle vie per giungere al socialismo nei paesi capitalistici sviluppati, dove il dominio politico del grande capitale non si ponga soltanto sul controllo dell'apparato coercitivo dello Stato, ma su una serie complessa di mediazioni e dove la società si articola in forme relativamente autonome». Basta rilevare i pochi elementi distintivi della società italiana che il progetto mette in luce in tale proposizione e basta porre attenzione all'affermazione che la ricerca sulla via per giungere al socialismo «è ancora aperta», per comprendere la distanza che oggi corre da quelle che possiamo considerare le primitive impostazioni ideologiche del Pci.

D'altra parte, è da osservare che la diversa impostazione ideologica e politica comunista, ancora non completamente raggiunta ed espressa, deriva appunto dal tipo di società nel quale il Pci ha finito col constatare di dover operare. La rivoluzione leninista di ottobre operò in una società fortemente depressa e assai scarsamente articolata, in una società che si poteva definire economicamente primordiale. I partiti comunisti occidentali operano in società fortemente sviluppate e articolate, nelle quali ovviamente la via da battere, per un'azione di sinistra, non può essere la stessa seguita per una società primordiale. La rivoluzione d'ottobre non è concepibile, in paesi notevolmente articolati e sviluppati, per opera di forze autoctone che, del resto, non troverebbe mai. Quella rivoluzione potrebbe avvenire, in Occidente, non per forza interna dei partiti comunisti, ma per uno spostamento dell'equilibrio mondiale che rendesse possibile quel che scherzosamente si potrebbe chiamare una «invasione cinese».

Ma se il presupposto da cui il Pci deve ormai partire è quello che una rivoluzione di ottobre non è possibile in Italia, ne discendono alcune conseguenze, delle quali non si può ignorare la fondamentale importanza.

Una prima conseguenza si ha nei riguardi del cosiddetto meccanismo di sviluppo economico, cioè di quel complesso di strutture private e pubbliche che assicurano lo sviluppo dell'economia di un paese. La rivoluzione di ottobre sostituì a un meccanismo economico rudimentale e primordiale, quale era quello della Russia zarista, un nuovo meccanismo di sviluppo fondato non solo sulla socializzazione totale dei mezzi di produzione, ma su una visione più moderna, programmata, dei problemi relativi alla trasformazione e al progresso economico di una società. Si trattò, quindi, di un vero e proprio nuovo meccanismo di sviluppo che sorse sulle rovine del vecchio.

Nelle società articolate, quali sono quelle dell'Occidente, la sinistra non può mai operare sul presupposto di un nuovo meccanismo di sviluppo che nasca sulle rovine del vecchio, ma deve operare sul presupposto di un meccanismo di sviluppo in atto che la sua azione politica intende, più o meno profondamente, riformare e modificare. Nel suo intervento all'ultimo Comitato centrale del partito, In-grao percepì l'importanza di un discorso sul meccanismo di sviluppo, ma è sembrato che egli pensasse più a un nuovo meccanismo di sviluppo, che alla riforma o modificazione del meccanismo esistente, la sola via che una sinistra può battere. Si tratta, al riguardo, di un punto fondamentale della discussione, su cui Ingrao vorrà esprimere la sua opinione. Le esatte parole da lui pronunciate al Comitato centrale, quali risultano dai resoconti, sono le seguenti: «Esiste oggi in determinate forze politiche un processo di trasformazione della loro base sociale e della loro ispirazione ideologica. Per capovolgere questa tendenza, occorre contrastare questo processo alla radice, nel vivo della società... Ecco perché siamo tenuti a sviluppare un discorso positivo, non solo a livello delle rivendicazioni parziali, ma sull'insieme dei problemi della società e sulla prospettiva. Ecco l'importanza del discorso sul "modello", sul tipo di sviluppo che proponiamo. Non proponiamo solo un cartello dei "no", ma una unità dei "si". Questo discorso è molto importante, specialmente quando, invece di parlare di "modello" da proporre, si parli di "modello" da modificare e riformare».

Ma l'importanza del discorso di Ingrao al Comitato centrale del suo partito sta non solo nell'avere intuito che bisogna occuparsi del meccanismo di sviluppo, ma nel fatto che, per la prima volta forse nella storia del Pci, si afferma che bisogna operare in maniera da produrre un cartello dei si, invece di insistere per realizzare un cartello dei no. Con la sua proposizione, Ingrao suggerisce al Pci di rendere chiaro ed esplicito, alle altre forze della sinistra, come e in che direzione esso intende operare nei cospetti di una società articolata e sviluppata, quale è oggi la società italiana (anche se tale articolazione e sviluppo non ha raggiunto il livello altissimo di altri paesi).

Ritornando al progetto di tesi per il congresso, approvato dal Comitato centrale del Pci, e considerandolo con riguardo ai problemi che pone il meccanismo di sviluppo, troviamo che esso, per quel che concerne il cahier delle rivendicazioni, non ha dato soluzione coerente né al presupposto che abbiamo sopra citato, né al quesito posto da Ingrao: si tratta cioè di un progetto di tesi assolutamente incoerente per quel che riguarda le sue diverse parti e posizioni. Esso avanza ogni ordine di rivendicazioni parziali e totali e ogni ordine di riforme, senza nessuna scelta, nessun ordine di priorità, nessuna preoccupazione di rendere consequenziale una rivendicazione, o una riforma, rispetto ad un'altra. Se dovesse essere accolto ed attuato, determinerebbe il franamento di ogni meccanismo di sviluppo, non la sua più profonda riforma e modificazione. Il documento, in altri termini, riflette una maniera di concepire i problemi che il Pci poteva ritenere fondata all'indomani o a qualche anno dalla Liberazione, ma non oggi. È un documento nato vecchio, che serve soltanto a mal celare il profondo travaglio ideologico e programmatico nel quale si trova attualmente il partito. E ben si comprende che anche Giorgio Amendola, secondo quanto ha pubblicato un settimanale francese di sinistra, abbia trovato le tesi «troppo lunghe, troppo grevi e abbastanza noiose».

Ma più che lungo, greve e noioso, quel documento appare, appunto, incoerente, laddove si deve pronunciare sulla maniera con cui affrontare la riforma o la modificazione profonda di un meccanismo di sviluppo in atto. E qui la discussione non trova soltanto il Pci e con esso Ingrao, ma riguarda anche Lombardi, Giolitti o Libertini, cioè impegna tutto l'arco della sinistra.

Quando la sinistra si trova a dover affrontare un meccanismo di sviluppo in atto, talmente avanzato da avere già creato una società economicamente sviluppata e quindi notevolmente articolata (venga essa definita, dalla sinistre, capitalista o neocapitalista), essa ha due fondamentali problemi dinanzi a sé: 1) quello che il meccanismo di sviluppo, continui a garantire la piena occupazione, se in regime di piena occupazione già ci si trova, o di raggiungere la piena occupazione, se il meccanismo di sviluppo non ne avesse consentito già la realizzazione; 2) quello di modificare profondamente il meccanismo in atto attraverso le riforme di struttura. E la sinistra deve affrontare di sviluppo che nasca sulle rovine del vecchio, ma deve operare sul presupposto di un meccanismo di sviluppo in atto che la sua azione politica intende, più o meno profondamente, riformare e modificare. Nel suo intervento all'ultimo Comitato centrale del partito, In-grao percepì l'importanza di un discorso sul meccanismo di sviluppo, ma è sembrato che egli pensasse più a un nuovo meccanismo di sviluppo, che alla riforma o modificazione del meccanismo esistente, la sola via che una sinistra può battere. Si tratta, al riguardo, di un punto fondamentale della discussione, su cui Ingrao vorrà esprimere la sua opinione. Le esatte parole da lui pronunciate al Comitato centrale, quali risultano dai resoconti, sono le seguenti: «Esiste oggi in determinate forze politiche un processo di trasformazione della loro base sociale e della loro ispirazione ideologica. Per capovolgere questa tendenza, occorre contrastare questo processo alla radice, nel vivo della società... Ecco perché siamo tenuti a sviluppare un discorso positivo, non solo a livello delle rivendicazioni parziali, ma sull'insieme dei problemi della società e sulla prospettiva. Ecco l'importanza del discorso sul "modello", sul tipo di sviluppo che proponiamo. Non proponiamo solo un cartello dei "no", ma una unità dei "si". Questo discorso è molto importante, specialmente quando, invece di parlare di "modello" da proporre, si parli di "modello" da modificare e riformare».

Ma l'importanza del discorso di Ingrao al Comitato centrale del suo partito sta non solo nell'avere intuito che bisogna occuparsi del meccanismo di sviluppo, ma nel fatto che, per la prima volta forse nella storia del Pci, si afferma che bisogna operare in maniera da produrre un cartello dei si, invece di insistere per realizzare un cartello dei no. Con la sua proposizione, Ingrao suggerisce al Pci di rendere chiaro ed esplicito, alle altre forze della sinistra, come e in che direzione esso intende operare nei cospetti di una società articolata e sviluppata, quale è oggi la società italiana (anche se tale articolazione e sviluppo non ha raggiunto il livello altissimo di altri

paesi).

Ritornando al progetto di tesi per il congresso, approvato dal Comitato centrale del Pci, e considerandolo con riguardo ai problemi

che pone il meccanismo di sviluppo, troviamo che esso, per quel che concerne il cahier delle rivendicazioni, non ha dato soluzione coerente né al presupposto che abbiamo sopra citato, né al quesito posto da Ingrao: si tratta cioè di un progetto di tesi assolutamente incoerente per quel che riguarda le sue diverse parti e posizioni. Esso avanza ogni ordine di rivendicazioni parziali e totali e ogni ordine di riforme, senza nessuna scelta, nessun ordine di priorità, nessuna preoccupazione di rendere consequenziale una rivendicazione, o una riforma, rispetto ad un'altra. Se dovesse essere accolto ed attuato, determinerebbe il franamento di ogni meccanismo di sviluppo, non la sua più profonda riforma e modificazione. Il documento, in altri termini, riflette una maniera di concepire i problemi che il Pci poteva ritenere fondata all'indomani o a qualche anno dalla Liberazione, ma non oggi. È un documento nato vecchio, che serve soltanto a mal celare il profondo travaglio ideologico e programmatico nel quale si trova attualmente il partito. E ben si comprende che anche Giorgio Amendola, secondo quanto ha pubblicato un settimanale francese di sinistra, abbia trovato le tesi «troppo lunghe, troppo grevi e abbastanza noiose».

Ma più che lungo, greve e noioso, quel documento appare, appunto, incoerente, laddove si deve pronunciare sulla maniera con cui affrontare la riforma o la modificazione profonda di un meccanismo di sviluppo in atto. E qui la discussione non trova soltanto il Pci e con esso Ingrao, ma riguarda anche Lombardi, Giolitti o Libertini, cioè impegna tutto l'arco della sinistra.

Quando la sinistra si trova a dover affrontare un meccanismo di sviluppo in atto, talmente avanzato da avere già creato una società economicamente sviluppata e quindi notevolmente articolata (venga essa definita, dalla sinistre, capitalista o neocapitalista), essa ha due fondamentali problemi dinanzi a sé: 1) quello che il meccanismo di sviluppo, continui a garantire la piena occupazione, se in regime di piena occupazione già ci si trova, o di raggiungere la piena occupazione, se il meccanismo di sviluppo non ne avesse consentito già la realizzazione; 2) quello di modificare profondamente il meccanismo in atto attraverso le riforme di struttura. E la sinistra deve affrontare le due esigenze, proprio per adeguare il meccanismo di sviluppo ai bisogni ed alle esigenze delle forze sociali che la sinistra rappresenta. In altri termini, la sinistra deve insieme, operando sul meccanismo di sviluppo, non ridurre l'occupazione, pur modificando, attraverso le riforme, il meccanismo stesso. Si tratta di un compito apparentemente assai complesso, ma che nella realtà dell'azione politica è perfettamente conseguibile e deve essere conseguito. E proprio per avere sotto controllo tutti i dati del problema e per conciliare le fondamentali esigenze che essa esprime, la sinistra impernia oggi la sua battaglia sul principio della programmazione. Per quel che riguarda la necessità di conciliare, in termini immediati, andamento della occupazione e riforme, deve tenersi presente che la sinistra in Occidente opera in regime democratico, e non in una situazione di tipo rivoluzionario, e quindi opera nella possibilità costituzionale del succedersi di maggioranze e minoranze, ciò che ne condiziona l'azione politica. L'andamento della occupazione è quindi il primo banco di prova del suo successo, accanto a quello relativo alla riforma del meccanismo di sviluppo.

Come si è detto, la conciliazione delle due esigenze, della occupazione e delle riforme, costituisce la problematica tipica di una forza di sinistra in una società economicamente sviluppata. Si tratta di una problematica complessa e non facile, che, per essere affrontata in concreto, ha bisogno di indagini e di scelte accurate, che la programmazione economica e la connessa politica dei redditi oggi solo consentono. La discussione che da qualche tempo si svolge con Riccardo Lombardi e altri uomini della sinistra, ed ha per punto di partenza la prima e non sufficientemente meditata esperienza di centrosinistra, riguarda appunto tutta questa complessa problematica. Il dibattito sui rapporti fra congiuntura e riforma di struttura, fra politica dei redditi e programmazione, fra rivendicazioni parziali o settoriali e visione globale dei problemi, mira, appunto, a render chiari i termini di quella problematica ed a contribuire ad elaborare una strategia della sinistra, che sia idonea a portarla al successo, sia sul piano dello sviluppo dell'occupazione, sia su quello delle riforme del meccanismo di sviluppo.

D'altra parte, bisogna considerare che, dal punto di vista delle esigenze della sinistra e delle forze sociali che essa rappresenta, i problemi relativi al rendimento di un meccanismo di sviluppo quale esso è in atto, e quale può risultare da una sua modificazione profonda, si pongono, nella maggior parte dei casi, in termini quantitativi e, di conseguenza, anche in termini alternativi. Il rendimento attuale o futuro di un meccanismo di sviluppo può consentire una diminuzione di profìtti di capitale delle esigenze della sinistra e delle forze sociali che essa rappresenta, i problemi relativi al rendimento di un meccanismo di sviluppo quale esso è in atto, e quale può risultare da una sua modificazione profonda, si pongono, nella maggior parte dei casi, in termini quantitativi e, di conseguenza, anche in termini alternativi. Il rendimento attuale o futuro di un meccanismo di sviluppo può consentire una diminuzione di profitti di capitale o di impresa che vada ad aumento della quota di reddito che va ai lavoratori, ma può consentire anche, ad esempio, una via totalmente o parzialmente alternativa, un piano talmente vasto di espansione del sistema scolastico, che anche esso giovi ai lavoratori. Non è escluso, in altri termini, di fronte ad un determinato rendimento concreto del meccanismo di sviluppo, che le due cose si possano sommare insieme, e in certi termini quantitativi; ma non è nemmeno escluso che non si possano sommare. E bisogna dovere o sapere scegliere fra una diminuzione dei profitti che, senza ridurre l'occupazione, porti a una grande riforma scolastica, e una diminuzione dei profitti, che porti a un aumento dei salari operai, in tutti o in questo o quel settore.

Nel quadro generale, è questo già un secondo ordine di problemi che si pone a una forza di sinistra. Un terzo ordine di problemi può discendere da una riforma del meccanismo di sviluppo che limiti il campo della iniziativa privata a favore della iniziativa pubblica. È il tipo di riforma che si mostra più vicino all'ideologia socialista tradizionale e fu sperimentato con la nazionalizzazione dell'energia elettrica, attuata dal primo governo di centro-sinistra. È chiaro che questo tipo di riforme influisce direttamente sul comportamento della iniziativa privata per quel che concerne l'andamento del meccanismo di sviluppo, ciò che si può chiamare il costo immediato di una riforma rispetto al rendimento futuro, e per esempio una riforma di quel genere può allentare la propensione dell'imprenditore privato all'insediamento e alla iniziativa imprenditoriale. È in tal caso evidente che la riforma deve essere circoscritta e collocata in un quadro, che ne limiti al massimo gli effetti immediatamente negativi. Se nel momento nel quale si fa quella riforma, si conduce, in parallelo, una forte azione di rivendicazioni sindacali, si può colpire il meccanismo di sviluppo oltre i limiti nei quali una certa rottura di equilibrio, provocata dalla riforma, sia congiunturalmente superabile.

Da queste poche esemplificazioni discende la necessità che la sinistra, proprio perché sostiene una politica di riforma del meccanismo di sviluppo, debba avere presenti tutti i fattori che determinano l'andamento di tale meccanismo, ciò che è reso possibile dalla programmazione economica purché ad essa si accompagni, come elemento integrativo fondamentale, una politica dei redditi. Naturalmente la sinistra può anche ammettere che nel meccanismo di sviluppo, anche in pieno regime di programmazione, influiscano decisioni autonome, non concordate intorno al tavolo della programmazione. Ma tutti devono sapere le conseguenze che discendono da tali decisioni autonome e dalla loro incidenza sul meccanismo di sviluppo. Se la classe imprenditoriale proclama il diritto a decisioni autonome per quanto riguarda i profitti, non può pretendere una politica salariale ricondotta nel quadro della programmazione. Ma, d'altra parte, se i sindacati insistono su una politica salariale autonoma, non possono pretendere che questa posizione autonoma sia sempre conciliabile con la riforma del meccanismo di sviluppo.

Vi è, infine, per la sinistra, il problema della gestione della parte pubblica del meccanismo di sviluppo. Il grave problema delle società odierne è rappresentato dalle condizioni nelle quali avviene la gestione della parte pubblica del meccanismo di sviluppo. Bisogna riconoscere, e del resto è ormai quasi universalmente riconosciuto, che tale gestione, in molti casi, è francamente cattiva, per cui la gestione pubblica di crescenti parti del meccanismo di sviluppo non può affermarsi, e non può contribuire al maggior benessere generale, come è nelle intenzioni della sinistra, se essa non diventa gestione

rigorosa e severa. È problema, questo, che esiste nei paesi occidentali, a economia mista, e nei paesi orientali, a economia collettivizzata. Se la sinistra non si da l'impegno proprio di una severa coscienza riformatrice, essa, assumendosi la responsabilità di una cattiva gestione della parte pubblica del meccanismo di sviluppo, indebolirà la forza della sua azione riformatrice.

Sono questi, per sommi capi, a giudizio dei repubblicani, cioè di un'ala sia pure minoritaria dello schieramento delle sinistre, i problemi su cui la sinistra non ha sufficientemente riflettuto, ciò che le toglie la possibilità di una azione politica consapevole e coerente in tutte le sue parti. Sono questi ed altri i problemi ai quali il partito comunista sfugge, più di ogni altra forza di sinistra. Ingrao, se non nella estensione di Lombardi, o nel modo di Giolitti, avverte per lo meno l'esistenza di alcuni di questi problemi, anche se non ce ne da un quadro sistematico. Ma il suo partito mostra, attraverso il progetto di tesi, di volere ancora rimanere assai lontano da essi, quando addirittura non ne nega l'esistenza. Ed ecco perché il dialogo con esso appare il più diffìcile: perché il partito comunista si mostra il più lontano dall'accettazione della problematica che deriva dalla esistenza di un meccanismo di sviluppo di una società sufficientemente avanzata ed articolata, anche se ne riconosce l'esistenza, come del resto non potrebbe non fare.

Non è stato accennato, in questa indagine sui problemi della sinistra, né al problema della democrazia interna dei partiti, né alla politica internazionale. Per quanto riguarda la democrazia interna, riteniamo che essa sia uno strumento essenziale per assicurare la dialettica all'interno di ogni partito: e la posizione assunta da Ingrao all'interno di ogni Cc del Pci aveva la sua piena legittimità né vi è argomento valido che serva a negarla. Per quel che riguarda la politica internazionale, abbiamo volutamente trascurato una indagine su di essa, poiché, allo stato delle cose, la politica internazionale renderebbe estremamente più difficile un discorso, già cosi difficile sul terreno della sola considerazione dei problemi relativi al meccanismo di sviluppo, cioè dei fondamentali problemi economici e sociali interni di ogni paese.

 

Ingrao:

L'amico La Malfa mi ha attribuito dei meriti che io non ho, quando afferma che sarei stato io per la prima volta a parlare di un «cartello dei si». Se si rileggesse i nostri documenti, quelli dell'VIII Congresso per esempio, troverebbe che noi abbiamo sempre cercato di avanzare proposte concrete, rispondenti alla realtà del nostro paese. Tutta l'opera di Togliatti si situa in questa direzione. Ma si può andare anche più lontano, risalire agli insegnamenti di Gramsci, il cui merito più grande è stato appunto quello di avanzare per la realtà italiana proposte positive. La Malfa ha anche voluto maliziosamente por-mi fuori delle tesi. Eh no, caro La Malfa, evidentemente la tua lettura della tesi deve essere stata affrettata, altrimenti avresti trovato non già l'incoerenza ma soluzioni strettamente collegate alla nostra realtà.

Tu hai detto che ogni modello positivo deve avere il proprio banco di prova nell'occupazione. Giustissimo. Ma guardiamo alla situazione italiana. I disoccupati sono aumentati in misura paurosa, molte fabbriche si sono chiuse, la riduzione dell'orario di lavoro è all'ordine del giorno. Tu hai parlato di un nesso fra il modello e le riforme. Ma qui si potrebbe fare un elenco interminabile delle riforme non attuate, dalle regioni alla riforma agraria. Tu hai parlato di un nesso fra il modo di diminuire i profitti e la realizzazione di una riforma scolastica. Ma non c'è stato né l'uno né l'altra. Tu hai affermato che non c'è stata una reazione adeguata delle sinistre. Si è trattato di una incapacità degli uomini? Non credo. È il programma, è la formula, che non erano in grado di assolvere a tali esigenze. La debolezza sostanziale del centro-sinistra è consistita nel modo di intervenire a monte dei problemi, dove si decidono le scelte, nel non aver saputo incidere sulla accumulazione privata. Per aggredire il meccanismo di sviluppo, e per trasformarlo, occorrono nuovi strumenti di intervento. Occorre procedere, se necessario, anche con misure di nazionalizzazione, ma non soltanto.

Occorre procedere a una riforma dello Stato, attuare le regioni, intervenire a livello sociale. Tu parli della politica dei redditi, ma questa non incide sul profìtto. Oggi i monopolisti continuano a operare a loro piacimento, e al governo manca persino il dato della conoscenza. Si sa, per esempio, di un accordo tra la Fiat e la General Motors, ma il governo non ha ricevuto nessuna comunicazione in proposito. In un paese come l'Italia, del resto, la dinamica del costo del lavoro non è affidata soltanto alle tabelle salariali.

È diffìcile, dunque, capire una politica dei redditi fatta in questo momento, in cui praticamente - data la situazione economica - si ha già un controllo dei salari. Alla politica dei redditi ci stanno già pensando i padroni. Tu parli di una comprensione dei sindacati. Ma se essi accettassero il tuo discorso, si vedrebbero venire meno il loro potere contrattuale, che è uno di quei terreni decisivi per condizionare il potere di scelta dei capitalisti. Una politica di rinnovamento deve avere dei soggetti, rappresentativi delle forze sociali e, prima di tutto, della classe operaia. Tu invece vorresti dire all'operaio che è il solo che deve pagare.

Come si misura la sinistra italiana in questa situazione? Partendo dal dato dell'esperienza, non si può non concludere che occorre andare oltre il centro-sinistra, lavorare a un programma nuovo. Noi dobbiamo saper trovare un programma nuovo, nella differenza, che sappiamo esistere fra le diverse forze della sinistra. Ma dobbiamo cercare insieme di andare avanti, anche stando su posizioni diverse: voi al governo e noi all'opposizione. Io penso che il governo di centro-sinistra costituisca un serio ostacolo, e mi auguro che esso venga rimosso quanto prima. Ma se penso politicamente, devo pure calcolare che questo governo possa ancora durare, anche se poco. Ebbene, anche in tale situazione dobbiamo operare questa ricerca. Queste sono le cose veramente importanti, quello che interessa di più: cercare una via comune per tutta la sinistra.

 

La Malfa:

Io non desidero continuare a discutere se la proposta positiva del partito comunista sia stata avanzata prima di Ingrao, attraverso la storia del partito comunista, fino a risalire a Gramsci, che è un uomo che io altamente rispetto ed onoro. Mi pare che se una proposta positiva è stata elaborata nella storia del partito comunista non dovrebbe avere oggi la sua massima consacrazione nelle tesi! Io ho letto, caro Ingrao, attentamente le tesi, sottolineandone tutti i passi; e potrei leggere la parte programmatica per dimostrare di quanta incongruenza essa è fatta: perché in essa c'è tutto. Ma io credo che non sia il caso di dilungarci su questo aspetto del problema. Quello che mi pare importante è che Ingrao, rimanendo nelle tesi, afferma qui che egli ha inteso sviluppare le tesi; certamente le tesi non sono il punto su cui questa discussione si possa fermare. Acquisiti questi elementi, lasciamo andare le tesi.

Ingrao, subito dopo, pone il problema del governo di centro-sinistra, domandandosi, dopo la mia affermazione, se sono nell'ambito della maggioranza, o sono all'opposizione, se mi accingo a diventare ministro o meno. Ora quello su cui vi posso dare assicurazione è che io non intendo diventare ministro in nessun modo, pure essendo il mio partito nella maggioranza. E dico questo perché ritengo di fondamentale importanza la discussione di revisione ideologica e politica nell'ambito della sinistra.

Il punto su cui Ingrao mi pare non sia stato chiaro è che io ho fatto l'autocritica della politica della sinistra. E quindi non posso giudicare il centro-sinistra se non partendo dalla posizione di autocritica della sinistra. In altri termini posizione fondamentale repubblicana è di ritenere che la debolezza del centro-sinistra, una certa sua fiacchezza attuale, non derivi dal fatto che premano i moderati. I moderati hanno il diritto di premere nella lotta politica: è la loro funzione. Non possiamo immaginare dei moderati che facciano dei favori. Non è virile pensare questo e non è nemmeno degno di attenzione che ci siano i dorotei o i non dorotei, o le forze economi-che. Queste sono un dato della situazione su cui è inutile recriminare. Ma la possibilità di fare evolvere una situazione deriva dal fatto che la sinistra sostenga le sue concezioni. Ora, se questa discussione mostra che noi le dobbiamo approfondire, ecco le ragioni della debolezza del centro-sinistra. Non è dovuta a noi, non è dovuta né a Pietro Nenni, né a Tanassi, né ai dorotei, ma è dovuta alla sinistra: alla pura incapacità di presentare un programma coerente. Finché la sinistra, compreso il partito comunista, continuerà a muoversi con simili metodi e concezioni, evidentemente la situazione darà il risultato che da. Quindi non mettiamo fuori il partito comunista dalla responsabilità di condurre una politica che indebolisce la sinistra.

Ciò che non accetto e non possiamo accettare è l'idea che la situazione va male perché il partito comunista non c'è. Le cose andrebbero male con un partito comunista che continuasse ad agire come attualmente agisce. Questo io non vorrei diventasse un motivo di polemica; è un motivo di profonda riflessione. Cioè, c'è una debolezza obiettiva della sinistra data dalla sua attuale incapacità di interpretare i problemi di questa società. Ingrao riconosce questo. E il punto positivo è proprio che lui lo riconosce e che questo può rappresentare l'elemento per cui potremmo andare avanti.

Non è però un problema di schieramento, amico Ingrao. Io so benissimo che la sinistra ha bisogno di tutte le forze sociali e che dietro la sinistra c'è la classe operaia, ci sono i lavoratori; ma è chiaro che non ne possiamo fare solo un problema di schieramento, escludendo il problema dei contenuti programmatici. Se Ingrao riducesse la sua posizione a un problema di schieramento Ingrao diventerebbe Amendola o Amendola Ingrao; il che non mi pare sia avvenuto finora. Si vede quindi che i problemi sono molto più complessi di quello che finora abbiamo pensato siano.

Ora, si nota che l'azione della sinistra è stata incoerente proprio dalla maniera con cui il governo di centro sinistra continua ad affrontare i problemi del meccanismo di sviluppo economico. Io ho fatto un esempio preciso su cui ho molto meditato, anche perché queste cose le ho sperimentate personalmente. So benissimo che il processo di sviluppo economico dell'Italia dal '51 al '61 si è fatto con processo disarmonico, disarticolato: un processo che ha portato a investimenti improduttivi, come quelli dell'industria elettrica nell'industria delle costruzioni. So benissimo che la critica al processo di sviluppo che facemmo nella «nota aggiuntiva» rimane esatta. Però quando noi ci trovammo di fronte a questo meccanismo di sviluppo, cosi disarmonicamente sviluppatosi nel tempo, e ponemmo il problema dell'energia elettrica noi intaccammo il meccanismo sul punto fondamentale. E che cosa avvenne allora?

Nel momento stesso in cui dovevamo fronteggiare le reazioni a a profonda riforma di strutture, c'era bisogno di circoscriverne gli effetti negativi e di sostenere il costo immediato della riforma. C'è stata invece una grande agitazione sindacale. In tutti i campi: nel campo dei dipendenti pubblici e nel campo dei dipendenti privati. Sacrosanta, ma il problema che si presentava a un uomo della sinistra era se due movimenti convergenti sul meccanismo di sviluppo fossero concialiabili e non ci portassero al franamento della situazione. Ecco il problema che io sottopongo alle forze della sinistra, che io ho vissuto, che ho intuito. Andando al Ministero del Bilancio feci appello ai sindacati dicendo: iniziamo una grande esperienza, bisogna che i sinda-cati ne sentano il valore. Invece, mentre noi abbiamo realizzato una riforma di struttura, il sindacato si è lanciato nelle agitazioni, su un terreno assai lontano dalla visione complessiva. Ecco il primo punto.

L'amico Ingrao mi ricorda la disoccupazione. Ma è proprio quello che io temevo: dal confluire di due profonde pressioni sul mecca-nismo di sviluppo si è determinato un processo che ha provocato disoccupazione. E io non posso dire che la disoccupazione sia frutto dell'errore del governo. E invece frutto di tutte le forze sociali della sinistra politica, al governo e all'opposizione; è frutto del profondo disaccordo e dell'immaturità del pensiero e dell'azione sociale della sinistra.

Ingrao termina sulla politica dei redditi. Scrissi a Moro (non oggi ho scritto a Moro sulla politica dei redditi) nel febbraio 1964 denunciando apertamente la preoccupazione dei repubblicani per il dilagare della disoccupazione. Dissi, in quella lettera al presidente del Consiglio, che fra tutti i mali quello più grave sarebbe stato la ripresa della disoccupazione nel nostro paese, e consigliavo una serie di misure L'amico Ingrao dice: ma La Malfa non ci ha detto come si controllano i profitti. Ma in quella lettera io suggerivo non il controllo dei profitti, che si pone su un altro piano, ma il problema della distribuzione dei profitti. Io dicevo che è possibile che i dividendi eli utili di società, si limitino a una certa cifra, il che si può fare facilissimamente perché la divisione dei dividendi e degli utili di una società è una divisione che si può fare al cospetto dell'opinione pubblica. Mentre quando si fa una questione del controllo dei profitti ci sono due forme di controllo: c'è il controllo sulla definizione ed investimento dei profitti (e se la programmazione non sa raggiungere questo risultato non può essere programmazione); e c'è il problema della distribuzione dei profitti agli azionisti, della distribuzione dei profitti ai proprietari di impresa di capitale; e questo è un atto semplice da fare, perché la distribuzione si può fare con un atto legislativo di una semplicità enorme. Questi problemi non presentano la difficoltà che si vuole affermare qui. La verità è che una cosa si lega all'altra. Si ripete ancora l'errore di non avere uno schema di politica di sinistra legato a questa società. Lasciatemelo dire: noi che siamo dalla parte del mondo dei lavoratori spesso facciamo pagare ai lavoratori i nostri errori.

Amico Ingrao, è chiaro che i moderati difendono il meccanismo di sviluppo quale esso è oggi; c'è una via obbligata dei moderati (di moderati illuminati ne esistono molti in Europa e pochi in Italia). Ma la correzione del meccanismo di sviluppo, in maniera da giovare al progresso dei lavoratori, è in primo luogo una nostra responsabilità perché la coerenza di una politica di sinistra è una difesa tanto della occupazione del mondo operaio quanto della sua ascesa nel reddito. Ora l'errore della strategia della sinistra la pagano le forze sociali che appoggiano la sinistra, molte volte. Che i moderati non ci piacciano, questo è nel destino di un uomo della sinistra. Ma io penso che non siano mai successe delle guerre in cui colui che perde una battaglia debba concludere: l'ho perduta perché i miei avversali hanno combattuto. La verità e che se si vuole dare un giudizio critico sulla battaglia, bisogna dire: ho perduto perché non ho saputo combattere cosi bene come hanno saputo combattere i miei avversa-ri. Cioè, bisogna saper sconfìggere gli avversati, non predicare contro la loro maniera d'essere.

Travaglio profondo della sinistra italiana. Qualche responsabilità ce l'hanno i repubblicani; ma in rapporto alle forze numeriche non credo che le responsabilità del Pci siano minori di quelle del Pii. E allora ricerca comune. E cioè, prima deve nascere la grande politica di sinistra adeguata a questa società: dopo di che bisogna trovare una forza sufficiente a proteggere il mondo del lavoro e coloro che hanno bisogno. Quindi ricerca comune; e questo dialogo, amico Ingrao, è la prova di questa ricerca comune. Ma se noi, partito di maggioranza, da due anni con grande travaglio facciamo questa ricerca, e continuiamo a farla, se offriamo una prospettiva, se diamo questo contributo, bisogna che il Pci dia il suo contributo; e bisogna che lo sviluppo delle tesi che Ingrao ci anticipa diventi tanto sviluppo per cui le tesi diventino antitesi: senza di che questa politica rimane nel limbo delle buone intenzioni e dei sogni.

Passo all'ultimo argomento, amico Ingrao, la libertà del sindacato nella fabbrica. Ma c'è una contraddizione fra questa posizione e quella che Ingrao ha proclamato quando ha detto: il muratore e il chimico che conducono un'agitazione sentono che l'agitazione non è niente senza l'inquadramento generale. Ma questa è la soluzione del problema che egli ha posto! Cioè, siamo in una società in cui il proprio diritto si difende anche nella fabbrica; ma in questa società il proprio diritto si difende, anzitutto, partecipando alle grandi determinazioni di politica economica. I sindacati nella fabbrica tallonano il potere imprenditoriale, gli strappano le briciole; ma le grandi decisioni che limitano il diritto del capitale e danno la parità di condizioni alla classe operaia, queste grandi decisioni si hanno dove si stabiliscono le linee della politica economica cioè al tavolo della programmazione.

Non ho mai detto che il sindacato non debba essere presente nella fabbrica, ho solo detto che il sindacato nella fabbrica non terrà mai il contatto con quelle che sono le visioni generali dei problemi; e dico che la classe operaia deve sapere inserire i suoi motivi e le sue ansie sempre legittimi nella visione generale dei problemi. Altrimenti, come abbiamo, amici lavoratori, un mondo del capitale che si contrappone a un mondo del lavoro, cosi noi avremo anche nel mondo del lavoro posizioni di forza e di debolezza, cioè lavoratori sindacalmente forti e lavoratori sindacalmente deboli che pagano per tutti e vanno alla disoccupazione.

All'amico Ingrao posso offrire questa visione complessiva dei problemi, in cui sono presenti tutti, i privilegiati che debbono obbedire alle leggi di una democrazia moderna ma anche i lavoratori che realizzano la loro unità, vera unità di classe, sentendo i rispettivi bisogni e le rispettive necessità. Per cui quando sono a Roma, penso ai braccianti in Sardegna e quando sono in Sardegna penso ai meccanici e ai chimici di Ravenna e Milano; cioè penso che questo mondo del lavoro dev'essere vissuto nella sua complessità, nella sua problematica. Questa è la ricerca, amico Ingrao, che noi offriamo alla sinistra italiana, sperando e dando atto del coraggio di Ingrao il quale ha detto cose importanti quando ha detto che la nazionalizzazione non è la sola via che la sinistra deve battere e che occorre sapere la destinazione del profitto.

Egli ha detto cose nuove e avanzate; noi però, non come voci singole, non come solisti della politica, ma come espressione di un pensiero e di uno slancio collettivo, dobbiamo mandare avanti questo tipo di discussione. Lasciatemi dire che, nella mia vita politica, quando la sinistra ha avuto idee chiare io ho sempre trovato che i moderati sono stati sconfitti, e quando la sinistra non ha avuto idee chiare, i moderati sono stati sempre vittoriosi.

 

Ingrao:

Per andare avanti nel dialogo è necessario chiarire i punti di accordo e di dissenso. Fa piacere che anche La Malfa dia un giudizio abbastanza severo dei risultati del centro-sinistra. E convengo con lui sulla necessità di una autocritica delle sinistre, le quali non possono sottrarsi a questa responsabilità con il pretesto della forza dei gruppi moderati. Il problema è di battere questi gruppi. Di qui prende avvio la nostra ricerca. È naturale che da un esame autocritico non può essere esente il nostro partito. Attenti però a non distribuire «equamente» le responsabilità, a non cadere in un giudizio salomonico sul passato.

Sono d'accordo con La Malfa anche sulla necessità di non isolare i problemi di schieramento da quelli di contenuto. Né io, né Amen-dola, né il Pci nel suo complesso, abbiamo mai operato questa separazione. Ciò significa, d'altra parte, che non si possono affermare certi contenuti politici e poi pensare di discriminare una grande forza popolare come il Pci. Non è vero, invece, che le responsabilità della crisi attuale della occupazione ricadano indiscriminatamente su tutte le forze sociali e politiche. Sarebbe la classica notte in cui tutte le vacche diventano nere. Non si deve dimenticare mai la politica portata avanti dal padronato e assecondata dal governo di centro-sinistra. Non si può mettere sullo stesso piano Valletta, Pirelli, Carli, da una parte, e La Malfa, Lombardi, il Pci, dall'altra. C'è una ben diversa distribuzione delle responsabilità!

La Malfa sostiene che il controllo sui profitti è relativamente semplice. E una affermazione sorprendente, contraddetta, tra l'altro, da tutta una serie di episodi. Prendiamo la vicenda della riforma urbanistica. Li si era giunti ad un progetto abbastanza preciso, il progetto Sullo. Perché ogni politica di questo tipo, giunta ormai al livello legislativo, non ha avuto un seguito? E quale è stato l'errore della sinistra? Bisogna partire da qui per effettuare una ricerca non indifferenziata. Le tesi per l'XI Congresso del Pci danno una risposta precisa; l'errore è stato nella illusione dirigistica di certe forze del centro-sinistra, nella illusione di poter formulare e realizzare riforme che lasciassero lo Stato quale è oggi, attraverso una azione illuminata di certe forze politiche. Era vero, e resta vero, il contrario: una nuova politica economica richiede oggi una riforma dello Stato. In secondo luogo, occorre rendersi conto di come opera concretamente l'attuale meccanismo di sviluppo.

Il processo comincia nella fabbrica; la manovra degli organici, la intensificazione dei ritmi e, più in generale, la ristrutturazione del lavoro, sono poderosi strumenti in mano al padronato per condizionare fin dall'inizio la politica di piano. E se non c'è la lotta operaia, è ben difficile che lo stesso La Malfa possa sedersi al tavolo della programmazione democratica. Se la classe operaia viene colpita nel suo potere di contrattazione, nella sua autonomia politica, rivendicativa e ideale, se non si forma nelle campagne un forte associazionismo contadino in grado di contare sul mercato, se il potere locale continua ad essere soffocato dal centralismo burocratico, non può esserci una programmazione democratica. Se si rinuncia a mettere in movimento queste forze sociali, viene a mancare l'esercito per combattere. La Malfa potrà presentare un bel progetto di legge sul controllo e la distribuzione dei profitti, ma quel progetto rimarrà fatalmente chiuso a Montecitorio.

È posto il problema del rapporto fra i sindacati e la programmazione. Io voglio ricordare innanzitutto che la Cgil fu la prima a ideare un piano del lavoro già molti anni fa. E oggi che i sindacati sono considerati ufficialmente gli interlocutori di una politica di piano si trovano ad affrontare un problema: essere degli interlocutori deboli o forti? Rinunciare alla propria autonomia o esaltarla?

Si fa appello alla loro «responsabilità». Si invoca una «tregua salariale». Ma la strada da battere è un'altra: perché non combattere coraggiosamente la rendita urbana e fondiaria e trarre da li le risorse da utilizzare? Si parla del problema della produttività. Ma esistono zone fondamentali dell'economia a bassa produttività come l'agricoltura, come la distribuzione, eccetera. Si chiede di stabilire una priorità sui consumi. Noi non abbiamo niente in contrario; siamo noi che rivendichiamo una diversa selezione dei consumi e la priorità dei consumi collettivi su quelli privati.

Quella illusione dirigistica che io criticavo prima ha indotto anche le forze più avanzate del centro-sinistra in un grave errore; quello di ritenere efficace una politica di riforme fatta a pezzi e bocconi. Bisogna invece cercare una soluzione diversa. Da un lato bisogna collegare di più le nostre proposte riformatrici al movimento delle masse. E poi occorre non essere sparsi e divisi come forze politiche e come programmi. Si vince nella unità dei programmi e nella unità della lotta.

 

La Malfa:

Finché il processo autocritico della sinistra è in corso, è inutile che ci occupiamo dei problemi di schieramento; o almeno è inutile fino al momento in cui non avremo cose simili da dire, tanto sui contenuti programmatici quanto, di conseguenza, sugli schieramenti. Prendo atto con piacere che Ingrao afferma di non esservi differenze tra lui e Amendola; tuttavia anche questa affermazione è frutto di ricerca e di autocritica, e finché questo processo è in corso, è perfettamente inutile un generico appello a guardare all'oggi.

Per quanto riguarda i repubblicani io debbo dire che noi non accettiamo uno schieramento di centro-sinistra senza contenuto. Sarà, certo, contenuto limitato al processo che la sinistra ha compiuto; se questo processo di autocritica non si è svolto fino in fondo, anche lo schieramento darà naturalmente il risultato di contenuto che può dare. Ma in ogni caso che lo schieramento di centro-sinistra diventi un puro schieramento senza contenuto, anche parziale, per noi è inconcepibile. E il senso di tutte le nostre battaglie in tutti i campi è di non accettare schieramenti senza contenuto. Anzi di respingere ormai le battaglie di schieramento che hanno avvelenato per troppo tempo la vita del nostro paese e hanno fatto scambiare problemi di fondo della nostra società con problemi del tutto esterni ad essa come sono appunto i problemi di schieramento.

Devo anche dire a Ingrao che io non ho inteso gettare la colpa su tutti e dividerla su tutti; però abbiamo fatto una distinzione importante e anche su questo Ingrao è stato molto esplicito: i moderati sono i moderati e non possiamo chiedere ai moderati di non fare il loro mestiere.

La mia critica e autocritica riguarda lo schieramento della sinistra e il suo comportamento rispetto a questa importante battaglia contro le forze moderate per il rinnovamento della società italiana. Parlo naturalmente di una sinistra che voglia condurre avanti la battaglia per le forze sociali che stanno dietro alla sinistra, per i lavoratori, poiché noi siamo qui per fare la battaglia a favore di coloro che in Italia hanno diritto a una migliore vita, a una società più umana e più giusta. Ora, per fare questa battaglia dobbiamo tener conto del meccanismo di sviluppo e del modo di cui esso opera, anche attraverso i moderati: perché faremmo un'azione del tutto astratta se noi concepissimo la posizione dei moderati diversa da quella che è. E debbo dire a Ingrao che il punto da cui nasce il nostro dissenso è la incomprensione del modo in cui agiscono le riforme sul meccanismo di sviluppo. Egli mi ha domandato per esempio: perché non avete fatto la legge urbanistica? Ebbene con estrema franchezza dirò che uno degli errori di quel periodo in cui noi realizzavamo la nazionalizzazione all'energia elettrica fu quello di porre contemporaneamente il problema della legge urbanistica. E ciò proprio per le considerazioni che ho qui svolto: un meccanismo di sviluppo se è premuto da troppe parti rischia di franare e di risolversi in danno del mondo del lavoro.

Le riforme, in altri termini, hanno bisogno di essere collocate tempestivamente nel momento più opportuno e con una visione globale della maniera con cui agisce il meccanismo. Uno degli errori che ha commesso il centro-sinistra è che noi abbiamo dato indicazione in troppi campi, che finivano con l'essere contraddittori, creando la situazione per cui il meccanismo di sviluppo finiva per incepparsi.

Bisogna riconoscerle queste cose. Non basta avere progetti in tutti i campi.

Quello che è essenziale è collocare questi progetti al momento opportuno e muovere alcune situazioni: cioè avere un progresso graduale di movimento verso un tipo di società nuova, senza frantumare il meccanismo di sviluppo che costituisce il campo di azione della sinistra nel tipo di società in cui noi viviamo e di cui bisogna comprendere i meccanismi. Voi non potete riparare o modificare uno strumento delicato, una macchina del mondo moderno, senza conoscere a fondo tutto il meccanismo. Non siamo di fronte a un meccanismo elementare: siamo di fronte a meccanismi sociali ed economici complessi, che bisogna sapere toccare nei punti giusti al momento giusto. Se la sinistra non fa questo è una sinistra velleitaria, che mobilita le masse ma non da loro possibilità di progresso concreto.

Del controllo degli investimenti ho già detto. Ma gli investimenti e gli utili e i profitti, amico Ingrao, in quanto siano distribuiti sono di facile controllo; in quanto siano investiti, in quanto, cioè, vadano a costituire capitali in imprese, devono avere un controllo di programmazione. Ma è questa parte, cioè la destinazione e investimento, che noi dobbiamo controllare: ed è questo il fine stesso della programmazione! Non si può concepire programmazione senza stabilire la direzione degli investimenti. Ma sono due ordini e due problemi diversi, perché la distribuzione degli utili crea profitti e rendite che possono alimentare i consumi voluttuari mentre la destinazione degli investimenti diventa, sempre dal punto di vista sociale, una destinazione alternativa che si deve studiare. Ma bisogna saper distinguere fra i due momenti del profitto; anche nelle società collet-tivistiche dell'Oriente, del resto, questi problemi si cominciano a porre come si pongono nell'Occidente, cioè esaminando la destinazione degli utili d'azienda a questo o a quell'investimento.

L'amico Ingrao ci dice della riforma dello Stato. Credo che non voglia dirlo a noi. Questo problema l'abbiamo sollevato in tutti i campi con estrema franchezza. Ma voglio sottolineare qual è il significato della proposta che noi abbiamo fatto nel campo della riforma dello Stato. Noi abbiamo avuto il coraggio di dire: facciamo le regioni subito, e aboliamo i Consigli provinciali. Perché abbiamo detto questo? Perché c'è effettivamente un costo esorbitante degli enti locali e la sinistra deve avere il coraggio di dire che essi non possono essere amministrati con una espansione della spesa che indebolisce la battaglia per il controllo pubblico.

Ebbene in questo settore noi abbiamo fatto appello ai partiti regionalisti e abbiamo detto: chi vuole le regioni sappia sacrificare i Consigli provinciali, che rispetto ai compiti che hanno rappresentano una struttura costosa. Abbiamo avuto il coraggio di porre il problema senza badare alle conseguenze elettorali. Hanno detto ai re-pubblicani: ma se affrontate questo problema in un paese come l'Italia in cui si crede alla provincia, non riguadagnerete nemmeno uno dei 450.000 voti che avete. Ma a noi non importa molto dei voti; sappiamo solo che questo è il modo di porre il problema di riforma dello Stato. Ebbene, amico Ingrao, questa è una riforma che fa appello a tutti i partiti regionalisti, al governo e alla opposizione, alla maggioranza e alla minoranza. Vedremo su questo problema che cosa sapranno dire le forze di opposizione, se sapranno assumere le loro responsabilità.

Si dice: le regioni hanno bisogno di una revisione costituzionale. Ma sarebbe un grande atto politico arrivare attraverso una revisionecostituzionale a mettere ordine negli enti locali e a far corrispondere le loro funzioni al loro costo. Sarebbe il primo esempio di una grande riforma istituzionale fatta con spirito severo.

E allora le regioni si possono fare. Occorreranno le revisioni, la riunione del Parlamento, ma la finiremo con questa commedia di una riforma iscritta nella Costituzione che tutti vogliono e nessuno fa. Noi ci prendiamo il costo, i vantaggi e gli svantaggi di questa riforma. Sarebbe la prima riforma fatta bene con spirito, ripeto, severo.

Sul rapporto tra fabbrica e azione sindacale generale, mi pare che siamo d'accordo. In quanto alle incidenze sulle rendite io mi devo richiamare al discorso fondamentale: il grado del meccanismo di sviluppo. Per esempio, noi siamo d'accordo sul fatto che certo tipo di sviluppo della motorizzazione dei consumi danneggia l'evoluzione di un sistema di democrazia economica moderna. Ma devo ricordare all'amico Ingrao che quando fu messa la tassa sulle automobili l'Unità protestò contro questa tassa? Lo devo ricordare? Io non voglio fare qui accuse, voglio dire solo che noi non siamo arrivati ieri a una concezione globale del problema, a questa scelta dei problemi, a questo rigore nella loro impostazione, che solo può portare avanti la democrazia nel nostro paese e le classi lavoratrici a un grande livello di vita, materiale e morale.

È un fatto di scelta rigorosa, non un fatto di demagogia quello che fa avanzare la nostra società. E purtroppo, perché coloro che hanno più bisogno possano avanzare bisogna avere il coraggio dei sacrifìci e comprendere la difficoltà della battaglia, non accontentarsi di parole e di grandi programmi dell'avvenire ma perseguire una costruzione che proceda implacabile giorno per giorno e che rappresenti la soluzione dei mali della nostra società.

 

Ingrao:

È vero che si deve tener conto dell'attuale meccanismo di sviluppo (e dei moderati che lo fanno funzionare). Ma proprio perché si tratta di un meccanismo non basta cambiarne un solo pezzo. Noi vogliamo trasformare il motore. Se si sostituisse un solo pezzo del mo-

tore sperando che i moderati non si arrabbino, finisce che tutto funziona come prima. Bisogna sostituire pezzi che abbiano una certa coerenza tra loro e se non si fa cosi ogni riforma diventa marginale e in definitiva vuota di contenuto nello stesso tempo, occorre imprimere al motore una diversa direzione di marcia cambiandone la guida.

L'errore, dunque, non sta nel proporre contemporaneamente obiettivi di riforme, ma sta nel non mettere insieme tutta una serie di forze sociali e politiche capaci di battere i moderati. La Malfa parla del costo degli enti locali. Ci sono ben altri costi! Quello della Feder-consorzi, ad esempio, quello degli apparati prefettizi che strangolano l'autonomia del governo locale. E d'altra parte il governo locale, le regioni che dovranno essere istituite, in tanto conteranno qualcosa in quanto vi siano profonde riforme nella struttura economica.

È il complesso delle riforme e la lotta necessaria per realizzarle che mettono in causa il meccanismo di sviluppo. Se tale meccanismo, poi, non è compatibile con i salari, con le qualifiche, con la ricerca scientifica, con l'occupazione, allora bisogna cambiarlo.

Avanzo a questo punto una serie di proposte: 1) L'Espresso si faccia promotore di un dibattito attorno ai problemi del modello di sviluppo, del rapporto fra sindacati e politica di piano, in modo che il dibattito aperto qui vada avanti, impegnando tutte le forze della sinistra laica e cattolica; 2) andare avanti nella ricerca comune di un nuovo programma senza che si indebolisca intanto il tessuto delle amministrazioni democratiche, per scongiurare una proliferazione dei commissari prefettizi; 3) lavorare insieme, partendo ciascuno dalle proprie posizioni, per tutelare l'autonomia dei sindacati contro la prospettiva del sindacato di partito; 4) avviare un dibattito sulla riforma del Parlamento; 5) battersi perché venga stabilito un corretto rapporto tra il Parlamento italiano e gli istituti comunitari e perché vi sia nel Parlamento europeo una rappresentanza italiana costituita democraticamente, senza assurde discriminazioni politiche e sindacali.

Non si costituisce né in pochi giorni né in pochi mesi: occorre quindi andare avanti nella discussione nella sinistra senza che, intanto, il tessuto democratico esistente sia indebolito.

 

La Malfa:

Poiché Ingrao mi ha invitato, dirò chiaramente la mia opinione sulla sinistra democristiana. Ho molta stima dei democristiani della sinistra di base, con i quali ho avuto sempre rapporti profondi di collaborazione e di amicizia. Considero questi giovani come una delle espressioni più notevoli dell'impegno politico del nostro paese e gli amici della sinistra di base ne possono essere testimoni. Credo che sia qui opportuno presentare il direttore di Politica, che conosce la lealtà del nostro atteggiamento nei loro riguardi. Tuttavia devo dire, con uguale franchezza, che io valuto il punto di equilibrio della Democrazia cristiana un punto di equilibrio moderato, e quindi considero estremamente difficile il compito della sinistra cattolica. D'altra parte non saprei vedere un diverso punto di equilibrio della Democrazia cristiana nello schieramento politico nazionale. Anche questa è una mia profonda convinzione e non vorrei cambiarla per ragioni opportunistiche.

Passando ad altri problemi posso fare notare all'amico Ingrao che quando risalgo al primo governo di centro-sinistra e critico il fatto che si sia parlato di due riforme contemporanee, non faccio questo perché i repubblicani hanno intenzione di proteggere la rendita fondiaria, che ritengono una delle manifestazioni anormali del nostro paese. Questa nostra posizione di cautela deriva invece dal fatto che, quando il meccanismo di sviluppo (come ho detto nella premessa) viene colpito in troppi punti, la reazione che si determina ha conseguenze negative sull'occupazione operaia, sulla sorte della classe la-voratrice. La nostra preoccupazione, in sostanza, non è di proteggere un privilegio ma, guardando al funzionamento del meccanismo di sviluppo, di non provocare effetti negativi o disastrosi che poi si ripercuotono sulla classe lavoratrice che vogliamo proteggere.

Questo è il gradualismo delle riforme, ed è un problema difficile, che vuole una commisurazione, perché se io spingo su diversi punti del sistema non è che colpisco i capitalisti, finisco col colpire la classe operaia!

Ingrao dice: ma se questo organismo non funziona, lo mandiamo tutto in aria! Ma allora torniamo all'ipotesi di partenza? E che abbiamo fatto a fare tutto questo dialogo? Il riassetto del motore serve per una macchina che cammina, non per una macchina da fermare. La macchina che cammina da occupazione, da lavoro, e noi la dobbiamo riformare. Se la fermiamo è finita per tutti, per quelli che vivono sul lavoro e per quelli che non ci vivono. Questa è la difficoltà della politica di centro-sinistra. Se l'economia si ferma un momento mette in forse quella che secondo me deve essere la preoccupazione prima, cioè l'occupazione.

Riforme istituzionali: ma caro amico Ingrao, io ho parlato di riforma di enti autarchici, che non significa soppressione degli enti autarchici. Non significa soppressione per esempio dell'Ufficio provinciale del genio civile o dell'Ufficio provinciale delle tasse, cioè degli organi non autarchici di decentramento amministrativo. Dalla riforma istituzionale, anzi, il prefetto è spogliato delle sue funzioni, e può rimanere come organo di rappresentanza locale di un ministero, come c'è la rappresentanza locale del Ministero dei Lavori pubblici o del Ministero delle Finanze. Ma per la riforma regionale, che ci consente una redistribuzione, per esempio, del sistema fiscale, oggi irrazionalmente diviso fra Comune e Province, per questa grande riforma deve essere impegnata la nostra coscienza di riformatori dello Stato.

E qui vengo al problema del Parlamento. La direzione del mio partito ha voluto dire che l'impegno dei repubblicani è di affrontare il problema della sua riforma cominciando dell'attività parlamentare. Ciò vorrà la collaborazione dell'opposizione; e come sulle Regioni noi saggeremo la sua volontà costruttiva, cosi la giudicheremo anche nella riforma parlamentare dell'azione legislativa, che è corresponsabilità della maggioranza ma è anche responsabilità dell'opposizione. Noi vogliamo trovare un lavoro legislativo che garantisca la solennità dell'atto legislativo da parte del Parlamento, ma non basta lo sforzo della maggioranza, occorre lo sforzo dell'opposizione. E saggeremo su ciò la capacità di innovare la maniera di fare la politica.

 

Ingrao:

Una volta convinti che il presente meccanismo di sviluppo non può durare senza aggravare tutti gli squilibri e le contraddizioni della società italiana bisogna lavorare insieme per rinnovarlo profondamente. C'è gradualismo e gradualismo. Se si va, ad esempio, ad una riforma egli enti locali che lasci sopravvivere l'istituto prefettizio, si può essere certi che non vi sarà quel potere nuovo degli enti locali che anche La Malfa riconosce come insostituibile. La nostra lotta deve sempre mirare a cambiare la direzione del meccanismo di sviluppo e ad imprimergli una direzione diversa respingendo il ricatto dei moderati.

E giusto, come rileva La Malfa, che vi sia un corretto rapporto fra governo e opposizione. Ma è il governo che lo nega. Quando una delegazione del Partito del lavoro del Nord Vietnam si apprestava a venire in Italia per discutere con noi è stata fermata alla frontiera da un veto governativo. Con ciò si è venuti meno non solo ad un obbligo costituzionale, ma si è rinunciato ad utilizzare una occasione che poteva essere preziosa per chi volesse realmente cercare una via di uscita al dramma del Vietnam.

È vero che i moderati hanno stabilito la loro egemonia sulla Democrazia cristiana. Ma se si guarda al complesso del mondo cattolico vi si rinvengono fermenti nuovi che noi non dobbiamo assolutamente ignorare e anzi dobbiamo aiutare a portare avanti il dialogo, per allargare la sinistra italiana trovando un punto di riferimento con le istanze rinnovatrici delle forze cattoliche avanzate.

E augurabile che questo dibattito cominciato a Ravenna vada avanti. Ma non devono discutere solo i dirigenti politici. Devono discutere, innanzitutto i lavoratori.

 

 

Commento al dibattito

Articolo di fondo pubblicato dalla Voce repubblicana il 16 dicembre 1965 a commento del dibattito La Malfa - Ingrao, dal titolo «Significato di un dibattito».

 

Con l'occasione del dibattito con Ingrao, i repubblicani hanno avuto modo di esprimere, in un quadro il più compiuto e il più coerente possibile, il loro pensiero circa la maniera con la quale una sinistra può affrontare, in un paese come l'Italia, il grande problema del meccanismo di sviluppo e della sua riforma o modificazione. Le idee che essi hanno sistematicamente esposto a Ravenna non erano nuove e ne avevano fatto oggetto di continui loro interventi e chiarimenti nel corso degli ultimi anni e cioè dal momento della caduta del primo governo di centro-sinistra. Ma mai era venuta loro l'occasione di esporle in un quadro coerente e di confrontarle con quelle che oggi, nel vasto arco della sinistra, si possono considerare le idee totalmente opposte alle loro: le idee del Pci.

Quell'occasione non è poi servita solo a precisare due posizioni e due responsabilità, nel vasto arco dell'azione politica di sinistra. Essa è servita altresì a precisare, nella maniera più netta possibile, che l'era della battaglia di schieramento (centrismo, centro-sinistra, fronte popolare) si è chiusa per sempre nel nostro paese ed è sopravvenuta la fase, ben più importante, del dibattito, il più franco e il più esplicito possibile, sui contenuti degli schieramenti e sui programmi. Ed è forse quel certo senso di delusione, che oggi accompagna l'esperienza di centro-sinistra, che ha portato a tale conclusione. In una situazione nella quale la società italiana cresceva, ma cresceva disordinatamente, e rischiava la cessazione del boom, come l'hanno sperimentato altri paesi e oggi lo rischiano Germania e Stati Uniti, l'intervento delle forze di sinistra, attraverso la formula e la collaborazione di centro-sinistra, doveva essere più coerente e più consapevole delle difficoltà di intervenire su un meccanismo di sviluppo, di quanto esso in realtà non sia stato.

I repubblicani sono accusati, a questo punto, di recitare un atto di autocritica, ma essi non hanno paura dell'autocritica, proprio perché credono che la sinistra, abbia nel nostro paese, una grande funzione storica e che essa la possa solo assolvere, acquistando la più grande chiarezza e la maggiore consapevolezza nella considerazione dei problemi. D'altra parte, con questa volontà di approfondimento dei problemi e di estrema chiarezza, i repubblicani hanno voluto stabilire una volta per tutte che se si deve chiedere alla sinistra di non elencare e accumulare riforme, senza saperne valutare l'incidenza sul meccanismo di sviluppo, non si può ad essa chiedere di predicare molte riforme e di non farne nessuna, cioè di cessare dall'essere una sinistra. Tra il massimalismo riformatore predicato dagli uni e la funzione di copertura e salvaguardia della situazione esistente, pretesa dagli altri, vi è una terza strada, che la sinistra deve saper battere e che i repubblicani presumono di sapere indicare.

E a questo punto il discorso sul dibattito potrebbe chiudersi, se taluno non avesse cercato di storcerne il significato in un senso o nell'altro, ai propri fini. I repubblicani di Ravenna hanno provocato il dibattito con Ingrao perché si trattava, appunto, della contrapposizione massima fra due forze di sinistra, sul terreno delle idee e delle elaborazioni programmatiche, sulla quale proprio Ingrao avrebbe avuto qualche cosa da dire. La maniera con cui i repubblicani vedono la riforma olà modificazione del meccanismo di sviluppo, trova probabilmente consenzienti la sinistra De, i socialdemocratici, i socialisti autonomisti che hanno vinto il recente congresso, anche se mai si sono espressi al riguardo; non trova consenziente Lombardi, Giolitti, gli uomini del Psiup con i quali la discussione era già in corso; trova in posizione di netta opposizione i comunisti. Il dibattito fra le posizioni estreme trovava, quindi, la sua giustificazione proprio per il fatto di trattarsi di posizioni estreme e noi non crediamo che altre forze politiche abbiano avuto l'iniziativa di farlo, sul terreno e col coraggio della franchezza con cui i repubblicani l'hanno fatto. E a coloro che obiettano ai repubblicani che essi hanno cercato, per la politica di centro-sinistra, l'appoggio dei comunisti, rispondiamo che i repubblicani non sono abituati a cercare l'appoggio di nessuno, in nessuna direzione e in nessun senso. I repubblicani pongono dei problemi, per i quali credono di indicare una coerente soluzione e dicono soltanto, a coloro che li criticano e li combattono da una posizione di sinistra, che se a quei problemi si da una soluzione, a loro giudizio, sbagliata, a soffrirne non sono le forze sociali che la sinistra combatte, ma le forze sociali che la sinistra intende proteggere, tutelare e fare avanzare sulla via del progresso umano e sociale: quel mondo del lavoro, di cui tutti si occupano con le parole, pochi con i fatti e con le azioni conseguenti e coerenti.

Il successo di pubblico che il dibattito ha avuto, l'attenzione che esso ha destato, nonostante la difficoltà dei suoi temi, indicano che il popolo italiano comincia ad avere in odio i vecchi motivi, i vecchi slogan, le vecchie argomentazioni, di destra o di sinistra che siano, e vuole saperne di più sulla società nella quale vive e sui problemi reali che questa società pone. Schierarsi di fronte a questa ansia di conoscenza e di verità che muove l'opinione pubblica, dietro miserabili trincee formali, o un manicheismo da quattro soldi, più vecchio e trito delle vecchie tesi comuniste, significa dare prova di cecità e di estrema viltà morale. E i repubblicani saranno pochi, ma non sono vili. E come sono disposti a discutere con la Dc i problemi della crisi e della riforma dello Stato in qualunque condizione, sono disposti a fare altrettanto col Pci per quel che concerne il meccanismo di sviluppo, cioè quel complesso di strutture che deve potere assicurare occupazione, reddito e benessere crescente a milioni di italiani.

Non si dica, infine, che quando i repubblicani pongono oggi con coraggio certi problemi, e questi problemi vogliamo discutere in ogni sede e con chiunque, essi sono temerari o addirittura allucinati.

A coloro che oggi, a nostro ammonimento, ci ricordano la grave battaglia della liberalizzazione degli scambi, ricordiamo che anche quando facemmo quella battaglia ci considerarono allucinati; che lo stesso ci capitò quando iniziammo, da pionieri, la battaglia per il centro-sinistra; che ancora più triste sorte ci toccò quando, arrivato al potere il generale De Gaulle, vedemmo tutti i pericoli di quell'ascesa, di fronte all'osanna quasi generale dei benpensanti. E che sempre allucinati si è considerati, quando si guarda al di là della punta del proprio naso, e si cerca di capire qualche cosa dell'avvenire. E i repubblicani vogliono cercare di capire l'avvenire, e non vegetare o ingrassare sul passato o sulle condizioni presenti.

 

da “Discutendo della sinistra”
di Ugo La Malfa
Editori Riuniti 1999

 

 

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