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Discutendo della sinistra.
Le lettere di Ugo La Malfa e Riccardo Lombardi sul tema della politica dei redditi, in una efficace politica di programmazione - Novembre 1965

 

Tra il novembre del 1965 e il gennaio 1966, Ugo La Malfa, continuando il dibattito a sinistra, che lo vide impegnato con Giorgio Amendola, Pietro Ingrao e Vittorio Foa, scambiò con Riccardo Lombardi una serie di riflessioni sui temi dello sviluppo economico e sociale di una moderna società occidentale.

Pubblichiamo di seguito i quattro articoli.

 

 

Lettera di Riccardo Lombardi a Ugo La Malfa

da "La Voce repubblicana" del 16-17 novembre 1965

Caro La Malfa,

so benissimo che per te la politica dei redditi non si identifica né si esaurisce nella politica dei salari ma intende regolare e controllare tutte le altre componenti del reddito da ripartire. Se non lo sapessi, quale senso avrebbero avuto i dibattiti che si sono svolti, per esempio la mia risposta a una tua dichiarazione sull'Espresso, ove appunto non mettevo in dubbio la globalità degli interventi da te teorizzati come politica dei redditi, ma ne contestavo l'omogeneità di penetrazione rispetto alle componenti del reddito diverse dal salario e perciò l'applicabilità anche a quelle? In Italia, penso, la sola politica dei redditi possibile, «hic et nunc», è quella che gli anglosassoni chiamano «guiding light», cioè una mera politica di controllo dei salari.

È a questa mia conclusione, giusta o errata che sia, che io mi riferivo ancora una volta in occasione del mio intervento al congresso socialista; e in tale occasione il coraggio che ti riconoscevo non era già nell'aver preconizzato una politica di puro e semplice controllo dei salari, ma una politica che di fatto portava a tale conclusione, tanto vero che nell'unica sede in cui tu avesti occasione di proporne un'applicazione immediata, allorché alla Camera di discusse l'interpellanza sulla politica congiunturale, tu proponesti (coraggiosamente appunto) una tregua salariale. Può darsi bene che in un discorso di cui non ho potuto preparare il testo scritto io mi sia espresso in maniera da dar luogo ad una confusione tra la tua impostazione teorica (che, lo ripeto, è contraria all'intervento unilaterale sui salari) e l'applicazione pratica unilaterale che, a mio giudizio, è solo possibile. Il testo stenografico che mi è stato mostrato è, come suole avvenire, indecifrabile in questa (e in altre) parti del mio discorso, tanto che non vi appare per nulla la mia critica alla «guiding light», alla quale critica legavo il riferimento alla tua posizione. Comunque se equivoco vi fosse stato nelle mie parole te ne chiedo scusa nel solo modo corretto, cioè ristabilendo la verità e dandoti atto del rigore della tua tesi, come appunto faccio qui.

Circa gli altri appunti che tu muovi al mio intervento, avremo sia tu che io modo di riprendere il discorso di cui riconosco la essenzialità: vorrei tuttavia dire fin da questo momento che la mia opinione avversa alla instaurazione di una politica dei redditi cri-stallizzatrice, per sua natura, dell'attuale ripartizione dei redditi fra le classi sociali, non significa affatto rinuncia a interventi nella ripartizione dei redditi di natura tale da non presentare tale aspetto per me preclusivo. Condivido per questa parte il giudizio espresso dal prof. Mazzocchi, secondo il quale dove è impossibile l'accordo fra i gruppi organizzati (e a giudizio dello stesso Mazzocchi tale accordo è impossibile in una situazione sociale non caratterizzata da un elevato grado di omogeneità) ciò che si richiede è un programma coerente e articolato di politica economica, che appunto riduce di molto la necessità e l'importanza della politica dei redditi, anche se può rimanere aperto il problema politico (dunque non più quello economico: aggiungo io questa precisazione) della politica dei redditi.

Con che, caro La Malfa, si finisce ancora una volta per battere il muso sul vero problema: quello di una politica economica programmata, che non sia una promessa ma una premessa a qualunque discorso in questa materia.

Credimi cordialmente tuo

Riccardo Lombardi

 

 

Una risposta a Lombardi

Lombardi afferma che senza una politica di riforma che incida sul meccanismo di accumulazione capitalistica, quale esso si manifesta nel momento in cui i socialisti vanno al governo, non si può propriamente parlare di un'azione socialista. Questa proposizione è esatta. Ed è esatta non solo per quel che riguarda il partito socialista, ma per quel che riguarda l'azione di qualsiasi partito di sinistra al governo. Quello che distingue la politica di una forza moderata da una forza di sinistra è che la prima accetta, per quel che concerne il meccanismo di accumulazione, la situazione per come essa è, la seconda tende a modificarla.

Dalla proposizione suesposta, Lombardi trae un'immediata conseguenza. Poiché ogni modificazione del meccanismo di accumulazione capitalista, quale esso è in concreto, significa rottura dell'equilibrio esistente, bisogna accettare le conseguenze di tale rottura e non sgomentarsene affatto. Anche questa proposizione è di una logica impeccabile, e non può essere respinta, nonché da una socialista, da qualsiasi forza politica che voglia operare riforme nel meccanismo di sviluppo economico. La nazionalizzazione dell'energia elettrica fu fatta nell'assoluto convincimento che si sarebbe rotto un equilibrio, e che bisognasse fronteggiare gli inconvenienti di tale rottura di equilibrio.

Aggiungerei, tuttavia, a queste due proposizioni una terza, alla quale Lombardi non ha dato il dovuto rilievo, o rispetto alla quale egli ha usato espressioni che si sono prestate a svariati equivoci. Un partito di sinistra (e non solo il partito socialista) si decide a modificare il meccanismo di accumulazione esistente, e quindi a rompere l'equilibrio in atto, non a puro scopo distruttivo, in odio al «sistema», ma perché, dopo che le conseguenze della rottura dell'equilibrio siano assorbite, la riforma consentirà un rendimento economico più alto per la collettività. Questo concetto ho cercato di esprimere, o rendere chiaro, parlando di un costo immediato delle riforme e di un loro rendimento futuro. La nazionalizzazione dell'energia elettrica, in quanto produceva la rottura di un equilibrio esistente, aveva un costo immediato, ma avrebbe avuto, per la collettività, un rendimento futuro più alto di quello garantito dall'equilibrio precedente. Lombardi ha tenuto presente questa posizione, ma senza insistervi sufficientemente, oppure ha posto l'accento più sull'effetto distruttivo o alternativo dell'equilibrio esistente che sull'effetto ricostruttivo a un più alto livello. Egli ha dato cosi l'impressione di voler distruggere, per ragioni ideologiche, il meccanismo capitalistico esistente, più che modificarlo, per portarlo a un più alto grado di rendimento a favore della collettività.

Se queste sono le proposizioni che riguardano una politica di riforme e i suoi effetti, ve ne è una, fondamentale, che lo stesso Lombardi accetta come presupposto e condizione di ogni politica di riforma: ed è quella che la crescita del sistema economico, in termini di reddito, di occupazione e, quindi, di investimenti e di consumi, non si debba affatto arrestare. Quando Lombardi parla di una politica di riforme che non deve fermare il cavallo in corsa o il motore in azione, esprime, appunto, questa esigenza. E si comprende perché. Se una politica di riforme dovesse produrre una rottura di equilibrio generale e prolungata, con fenomeni di abbassamento della produzione, dell'occupazione e del reddito complessivo, in un regime democratico, quale è quello nel quale noi operiamo, la stessa forza politica che ha promosso e si è assunta la responsabilità delle riforme subirebbe le conseguenze negative di quello stato di cose. La forza di sinistra che opera certe rotture di equilibrio non opera, in Occidente, in situazione rivoluzionaria, ma in situazione democratica normale: e deve garantirsi che gli effetti negativi di una riforma, il suo costo immediato, non alterino a tal punto l'equilibrio generale esistente, non producano fenomeni così estesi di riduzione della produzione, dell'occupazione e del reddito, da apparire di grande svantaggio ai ceti stessi a favore dei quali essa opera. È la preoccupazione che oggi, appunto, domina la politica del governo laburista.

Nasce cosi il delicato e difficile problema del rapporto tra politica di riforma e congiuntura, che il primo governo di centro-sinistra non ha potuto bene affrontare, e che è all'origine della crisi del centro-sinistra più di quanto non vi abbia contribuito la pressione dei dorotei o delle cosiddette forze economiche di destra. Perché una riforma si possa attuare senza pregiudicare la fase ascendente nella quale si trova un ciclo economico, con l'aumento connesso della produzione, dell'occupazione, del reddito, occorre che la rottura dell'equilibrio, cioè degli effetti immediatamente negativi della riforma, siano esattamente rilevati, circoscritti e neutralizzati. Occorre soprattutto che le riforme siano bene collocate nel tempo e rigorosamente studiate nei loro effetti. Anche questo non avvenne col primo governo di centro-sinistra, quando si diede l'impressione di mettere in cantiere troppe cose alla volta, senza nessuna preoccupazione dell'allargamento della rottura di. equilibrio che si operava. Naturalmente, questa affermazione non vuole affatto significare che la modificazione della fase congiunturale avutasi fra il '62 ed il 1963 fosse dovuta alla politica di centro-sinistra. Chiunque abbia il senso della obiettività e della franchezza critica, che noi abbiamo manifestato con questo ed altri scritti, riconoscerà che cause di rottura di equilibrio si sarebbero prodotte anche in assenza di qualsiasi politica di riforme (basti guardare alle condizioni assurde dell'industria edilizia, o di quella tessile!). Ma proprio questa debolezza implicita del sistema congiunturale ha reso più difficile il compito del primo governo di centro-sinistra e doveva rendere più caute le forze politiche e sindacali chiamate a sostenerlo.

Ma il problema su cui la sinistra deve meditare fino in fondo non è solo quello del rapporto riforme-congiuntura, ma altresì quello, altrettanto importante, del rapporto rivendicazioni salariali o normative-congiuntura. Un sistema di accumulazione capitalistica, quale esso si manifesta in concreto, non è modificato solo da una politica di riforme, ma dalla politica sindacale di rivendicazioni salariali o normative. Se l'azione sindacale rimane, in termini quantitativi, al di sotto o al livello del cosiddetto aumento della produttività, il meccanismo di accumulazione capitalistica non è modificato. Ma se l'azione sindacale, salariale o normativa, va in termini quantitativi al di là dell'aumento della produttività, essa incide sul meccanismo esistente di accumulazione capitalistica. E quindi sorge l'altro grossissimo problema, nell'ambito di una politica di sinistra, della compatibilità fra politica di rivendicazioni sindacali e politica di riforme.

Abbiamo già visto quanta attenzione voglia una politica di riforme, perché operi in maniera da circoscrivere o neutralizzare le rotture di equilibrio conseguenti. Ma poiché anche le rivendicazioni sindacali possono operare rotture di equilibrio, bisogna che l'una non proceda dissociandosi dall'altra. Certa politica salariale nasce da questa esigenza, e ha un legame diretto con la politica di riforme, e non può rappresentare certo una politica autonoma. D'altra parte, la connessione fra politica di riforme e rivendicazioni sindacali è evidente, quando si badi che lo scopo delle due politiche è di aumentare le possibilità economiche delle classi più deboli. Se la sinistra vuole le riforme, è perché essa pensa che giovino alle classi lavoratri-ci. Anche le rivendicazioni salariali giovano alle classi lavoratrici. Ma si tratta di problemi quantitativi: e una politica di riforme si può associare a una politica di rivendicazioni sindacali solo se le due politiche considerate insieme riescono a circoscrivere e neutralizzare le rotture di equilibrio conseguenti e, quindi, a non mettere in forse la fase ascendente della congiuntura. Se le rotture di equilibrio sono estese e gravi, gli effetti possono essere cumulativamente assai negativi, ciò che è avvenuto, fra tanti altri malanni nel corso dell'esperienza del primo governo di centro-sinistra.

 

 

 

A proposito delle tesi di Ugo La Malfa riforme, salari e congiuntura

Articolo pubblicato dall'Avanti! il 25 novembre 1965.

Sotto il titolo «Una prima risposta a Lombardi» Ugo La Malfa riprende, sulla Voce repubblicana del 21, quella «rimeditazione critica» della politica economica del centro-sinistra a cui mi ha invitato col precedente articolo del 12 novembre e che ebbe già una mia prima risposta nella lettera pubblicata dalla stessa Voce e dall'Avanti! il giorno 17. Richiamo questi precedenti per evitare superflue ripetizioni in un discorso che, penso, vale la pena di essere continuato. Tanto più per avere La Malfa provveduto a rendere più stimolante il discorso, ancorandolo all'accertamento di alcuni punti di partenza sui quali egli dichiara di pienamente concordare con me.

Tali punti sono: l'inconcepibilità di una politica di riforme che non modifichi il meccanismo di accumulazione esistente; la inevita-bilità - e perciò la razionalità - della rottura dell'equilibrio esistente come conseguenza delle riforme; la funzione non distruttiva assegnata alle riforme (spiace che La Malfa abbia concesso sia pure un'ombra di considerazione al ridicolo mito dei riformatori distruttivi o punitivi, capolavoro mistificatore della propaganda reazionaria) ma, al contrario la funzione generatrice per la collettività di rendimenti superiori al costo delle riforme in termini di turbamento dell'equilibrio esistente; infine, la comune ammissione che una politica di riforme non debba affatto arrestare la crescita dell'economia in termini di reddito, di occupazione, di investimenti e di consumi (con la riserva che qui esprimo sulla preferibilità, in tempi e circostanze dati, del pagamento del prezzo di un tasso di crescita meno alto per ottenere un processo di sviluppo più equilibrato, essendo sempre il processo di sviluppo più equilibrante quanto più intenso o addirittura tumultuoso).

Da tali premesse, sulle quali riconfermo, «ad abundantiam», la mia piena concordia, si diparte la discussione che La Malfa, correttamente, indirizza su due punti anche a mio avviso nodali: il primo è il rapporto fra politica di riforme e congiuntura, il secondo il rapporto fra riforme e politica salariale. Su entrambi, accogliendo l'amichevole invito, esprimerò qui alcune prime considerazioni.

Giustamente osserva La Malfa che «perché una riforma si possa attuare senza pregiudicare la fase ascendente nella quale si trova un ciclo economico... occorre che la rottura dell'equilibrio, cioè gli effetti immediatamente negativi della riforma, siano esattamente rilevati, circoscritti e neutralizzati»; e altrettanto giustamente rileva La Malfa che la mancata o insufficiente risposta a questo problema sta all'origine della crisi del centro-sinistra. Ma è da qui che probabilmente incomincia un primo dissenso: concordanza sulla necessità dell'intervento curativo del male, probabile discordanza sulla terapia da adottare.

A mio giudizio la terapia avrebbe dovuto essere congrua con la logica delle riforme e pertanto cominciare con non contraddirla. Ebbi occasione di scrivere in quel tempo sulYAvanti! che la politica congiunturale allora adottata divorava le riforme in atto o future; né il corso degli avvenimenti successivi mi ha indotto a modificare quel giudizio. Infatti: posto di fronte alla prevedibile reazione del sistema agli effetti squilibranti della riforma (che si manifestarono nel triplice aspetto dell'esportazione di capitali, della depressione del mercato finanziario e dell'accentuazione della curva discendente degli investimenti) il compito evidente e indiscutibile del governo era certamente di ripristinare un equilibrio. Ma quale equilibrio? Il vecchio o il nuovo? Questo era il vero problema. La scelta avvenne a favore del ripristino sostanziale del vecchio equilibrio e ciò avvenne anche perché quella sembrava (e non era) la via più facile a portata di ma-no, mentre l'altra ed opposta comportava non tanto l'invenzione di nuovi strumenti d'intervento (quelli esistenti bastando purché manovrati nel senso giusto) quanto una omogeneità di propositi, un comune consenso sulla «filosofia» del centro-sinistra che consentissero al governo di agire con estrema risolutezza correndo gli inevitabili rischi.

Non è necessario ricordare come queste e non altre erano le condizioni che facevano allora difetto, né quel che si poteva fare e non si fece, sfuggendo alla battaglia anziché accettarla su tutti e tre i fronti. Il mercato ebbe cosi l'errata sensazione di un eccesso di interventi pubblici ai quali reagì accentuando la sfiducia e la protesta, laddove invece esisteva non già eccesso ma difetto: difetto probabilmente quantitativo, certamente qualitativo.

Quando si devono fronteggiare situazioni di emergenza, l'intervento pubblico può rivelarsi inutile e perfino dannoso ove esso non assuma la dimensione quantitativa ma soprattutto qualitativa congrua col compito. Esiste cioè certamente un limite inferiore, una «soglia» al disotto della quale l'intervento non fa che introdurre elementi supplementari di disturbo all'assestamento delle forze spontanee del mercato, senza tuttavia essere in grado di convogliare ai fini desiderati. Le terapie d'urto non possono indubbiamente costituire la norma: tuttavia al disotto di certi limiti di concentrazione, i farma-ci si rivelano inefficaci e perciò nocivi. Nessuno del resto quanto La Malfa, che ha al suo attivo la battaglia per la liberalizzazione degli scambi, può essere buon giudice su di ciò.

Fu realmente la politica salariale responsabile delle difficoltà di allora? Che un problema di ripartizione del reddito esista sempre, in presenza o no di riforme cospicue, è cosa pacifica: dichiararlo vale quanto ripetere l'ovvia considerazione che in nessuna società i beni da ripartire possono eccedere le risorse disponibili.

La vera questione è quella dello spazio temporale entro il quale la coincidenza fra risorse disponibili e risorse ripartite debba avvenire: giacché in un'economia di sviluppo (e aperta, com'è il caso nostro) la torta da dividere non è un dato per cui il reddito acquisibile da una parte debba necessariamente essere sottratto ad altre parti; essendo caratteristica di un'economia di sviluppo la capacità di se-cernere un surplus alla cui creazione tutte le componenti concorrano e per la cui ripartizione si affrontano (anche se, occorre ricordarlo, le forme in cui si attua la creazione del surplus predeterminano in larga misura la sua ripartizione futura).

Qual era la situazione del periodo analizzato da La Malfa (1963)? Negli anni precedenti il livello dei salari si era mantenuto costantemente inferiore, almeno per l'industria manufatturiera, al livello della produttività: a prezzi costanti il diminuito costo del lavoro per unità di prodotto aveva determinato una eccezionale formazione di profitti. La Commissione economica del Psi tentò di accertare i canali lungo i quali tale enorme riserva, che avrebbe dovuto costituire la massa di manovra per affrontare la fase calante del ciclo, fu invece deviata e sterilizzata. Risultò che una parte era stata acquisita dai settori dove l'aumento di produttività era stato scarso (distribuzione, commercio, pubblica amministrazione), una parte era stata assorbita dalle rendite parassitane, in primo luogo dall'enorme speculazione sulle aree fabbricabili, una parte esportata. Difficile accertare quanta parte era stata devoluta all'ammodernamento tecnologico, ma alcuni fatti successivi hanno gettato su questo aspetto una luce poco incoraggiante.

La pressione rivendicativa dei lavoratori non rappresentò dunque che un tardivo ricupero di quote di reddito che avrebbero dovuto essere acquisite prima, mentre le risorse per fronteggiare tale pressione senza paralizzare l'attività imprenditoriale erano state disperse.

Certamente l'impresa privata deve mirare al profitto: ma non è detto che l'acquisizione del profitto non debba presentare soluzioni di continuità, né che un sistema economico e neanche ciascuna singola impresa debbano muoversi nei confini del conto annuale profitti e perdite, potendo bene gli anni di alti profitti compensare quelli di profitti nulli o di perdite, senza che ciò debba necessariamente determinare l'arresto del meccanismo.

La giusta considerazione dell'elemento «tempo», sia in sede di politica congiunturale che di politica dei salari, offre respiro e possibilità più ampie e meno soggette alla precarietà dell'immediato a interventi pubblici razionalmente pianificati e predisposti a fini precisi. Non mi sembra che in questa materia la scelta della politica dei redditi, per di più nel significato restrittivo che essa ebbe ed ha in Italia, sia stata felice. Non riprenderò oggi un argomento che con La Malfa abbiamo più volte dibattuto e sul quale sarà sempre possibile ritornare: tuttavia è sempre opportuno ricordare che nessun sindacato ha rifiutato di regolare il proprio comportamento rivendicativo in conformità a obiettivi di pianificazione economica da esso condivisi. Ma senza dimenticare che nessun sindacato potrà mai accettare di ridurre la propria funzione alla burocratica registrazione delle variazioni di un indice della «produttività media del sistema» cioè, in definitiva, di annullare la autonoma azione rivendicativa a favore di un nuovo meccanismo di scala mobile, quello delle variazioni di produttività. Senza contare che nessuno al mondo ha saputo esattamente definire e concretamente calcolare la mitica «produttività del sistema». Né si potrà infine pretendere dai sindacati l'accettazione di un sistema che, sia pure spostando uniformemente verso l'alto tali redditi, ma mantenendo immutata la incidenza relativa di ciascuna componente. Non vale opporre che una diversa ripartizione risulta incompatibile col sistema esistente, giacché in tal caso, come ricordai al congresso socialista, la risposta giusta è quella dei portuali inglesi: «allora cambiamo il sistema».

 

 

Ripresa del dibattito con Lombardi

Articolo di fondo da "La Voce repubblicana" del 4 gennaio 1966.

L'amico Lombardi mi scuserà se rispondo con tanto ritardo all'articolo da lui pubblicato tempo fa sull'Avanti!... Nel frattempo, il dibattito si è grandemente esteso, come tematica e come partecipanti. Nell'incontro che ha avuto luogo a Ravenna, con Ingrao, mi è stato possibile riportare a una impostazione più generale il problema del meccanismo di sviluppo e della sua riforma, ciò che ha voluto rappresentare una risposta, di carattere più sistematico, a Lombardi medesimo, della quale egli vorrà tener conto nel seguito del dibattito. Vi è stato inoltre l'ultimo numero di Critica marxista (sett.-dic. '65) che, ponendosi come tema principale, un importante tema da me sollevato (quello del rapporto tra riforma e programmazione economica) polemizza, attraverso gli scritti di Amendola, Barca, Napolitano ed altri, quasi esclusivamente con le tesi su questo giornale sostenute. Ed infine, appartengono allo stesso ordine di discussioni,

la lettera aperta che Libertini mi ha, tempo fa, rivolto dalle colonne di Mondo nuovo, l'articolo pubblicato da Giorgio Amendola sull'Unità del 24 dicembre e, in certo senso, il discorso pronunciato da Foa al congresso del suo partito. Vi è tanta carne al fuoco, e su problemi di grande importanza orientativa, che nessuno vorrà negare la fondatezza del rilievo da noi fatto, di una vasta rimeditazione ideologica e programmatica da parte di tutte le forze della sinistra.

Tornando all'articolo di Lombardi, e ripromettendomi di rispondere punto per punto, in prosieguo di tempo, agli altri interlocutori, rileverò l'importanza dei punti sui quali è stata costatata una posizione concorde fra me e l'autorevole esponente socialista. Essi sono: l'inconcepibilità di una politica di riforme che non modifichi (senza distruggerlo, aggiungo io, che sarebbe ben diversa posizione) il meccanismo di accumulazione esistente; la inevitabilità della rottura dell'equilibrio esistente come conseguenza delle riforme; la funzione non distruttiva assegnata alle riforme, ma, al contrario la funzione generatrice per la collettività di rendimenti superiori al costo delle riforme in termini di turbamento dell'equilibrio esistente; infine, la comune ammissione che una politica di riforme non debba affatto arrestare la crescita dell'economia in termini di reddito, di occupazione, di investimenti e di consumi.

Se questo è il quadro nel quale il pensiero di Lombardi si muove, è evidente che nella valutazione del suo atteggiamento rispetto al meccanismo di sviluppo oggi operante, vi sono state esagerazioni e incomprensioni che è nell'interesse politico generale correggere e superare. Se a Lombardi, come ai repubblicani, come a qualsiasi forza seria di sinistra, si chiede di rinunciare all'obiettivo di riforma del meccanismo di sviluppo esistente, si chiede qualcosa che nessun uomo della sinistra degno di questo nome potrà mai dare, pena la rinuncia ad una fondamentale e caratterizzante posizione. Ma se volere riformare un meccanismo di sviluppo esistente significa non volerlo distruggere, ma perseguirne il potenziamento, non è su questo punto che si può constatare una differenza rimarchevole o rilevante fra il mio pensiero e quello di Riccardo Lombardi. Al di fuori dell'accesa polemica politica, e quando si vada al sereno e meditato esa me delle cose, i ribollimenti di superfìcie nascondono equivoci, riserve mentali, incomprensioni, speculazioni politiche che non si riproducono nelle acque di fondo.

Riconfermata da Lombardi la piena sua concordia su queste premesse (ed è strano che nessuno della stampa di opinione, cosi pronta a cogliere altri e non sempre edificanti aspetti della nostra vita politica, se ne sia accorto), egli passa a trattare, considerandoli altrettanto importanti, due argomenti che io ho tratto da quelle premesse: rapporto fra politica di riforme e congiuntura e tra riforme e politica salariale.

Circa il primo argomento, Lombardi, accettando la mia tesi che gli effetti negativi di una politica di rottura dell'equilibrio esistente «siano esattamente rilevati, circoscritti e neutralizzati» trova che la terapia adottata, in proposito, dai governi di centro-sinistra non sia stata congrua con la politica di riforme. Quando si devono fronteggiare - egli scrive - situazioni di emergenza, l'intervento pubblico può rivelarsi inutile e perfino dannoso ove esso non assuma la dimensione quantitativa, ma soprattutto qualitativa, congrua al compito.

Posso essere d'accordo su questo rilievo di Lombardi, ma debbo fargli notare che la mia critica alle forze della sinistra, politiche e sindacali (che in definitiva era anche autocritica) riguardava il loro atteggiamento nel momento stesso nel quale si poneva la prima grande riforma, quella della nazionalizzazione dell'energia elettrica, i cui immediati effetti negativi bisognava subito saper circoscrivere e neutralizzare: ciò che non è stato affatto possibile per l'accavallarsi di esigenze riformatrici e di rivendicazioni salariali aventi evidente effetto cumulativo. Che se poi si passa alla considerazione del momento posteriore, più propriamente congiunturale, e di congiuntura sfavorevole, l'amico Lombardi converrà con me che la politica di intervento si è trovata di fronte ad un problema di disorganizzazione, di rigidità e, talvolta, di dissesto del settore pubblico, dal quale non è potuta facilmente uscire. Lo stato del settore pubblico rappresenta, oggi, la vera palla di piombo della politica di centro-sinistra e lo ha condizionato talmente da costituire oggi il settore sul quale una politica di centro-sinistra, che abbia vera reale volontà riformatrice, deve sapersi cimentare. In certo senso, se una forza di sinistra non può rinunciare alla riforma del meccanismo di sviluppo esistente, senza rinunziare alla sua sola ragione d'essere, deve ormai essere consapevole che il risanamento del settore pubblico, disarticolato da anni di troppo facile ed allegra amministrazione, è condizione del successo della sua politica, impegno riformatore non minore di altri, se la politica di centro-sinistra vuole avere per sé l'avvenire.

In quanto al rapporto tra riforme e politica salariale, Lombardi fa osservazioni esattissime e pertinenti per quel che concerne il divario esistente tra aumento dei salari ed aumento della produttività negli anni che hanno preceduto la fine del boom economico. Come osservazioni ugualmente esatte fa circa la destinazione a fini speculativi, e non di rinnovamento tecnologico, dei profitti accumulati in quegli anni, e circa la non necessaria concordanza temporale fra andamento dei profitti e andamento dei salari.

Tuttavia il problema da me sollevato non era posto in astratto, ma in termini estremamente concreti e suonava cosi: nel momento nel quale, con la nazionalizzazione dell'energia elettrica, si rompeva l'equilibrio esistente, era opportuno rompere l'equilibrio su un altro punto del sistema?

Vi è poi una seconda grave questione, sulla quale intendo richiamare l'attenzione dell'amico Lombardi. Quando l'aumento dei salari non riesce a seguire l'aumento della produttività, come di fatto avvenne prima della cessazione del boom, è impossibile, da parte dei sindacati operai, recuperare di colpo il terreno perduto senza produrre gravi scosse nel sistema e senza creare quindi una condizione di rottura che nuoce agli stessi interessi della classe operaia. E ciò per la semplice ragione che i maggiori profitti non assorbiti dai salari attraverso le rivendicazioni sindacali, non rimangono una pura disponibilità liquida, erogabile, in qualunque momento, a favore dei salari, ma si convertono in beni ed investimenti, sani o non sani che siano. Ed una rivendicazione sindacale che fuori tempo tenda ad assorbirli, crea inevitabilmente un dissesto del sistema economico. Nel periodo di crescita economica, un'azione sindacale più tempestiva avrebbe forse evitato punte speculative del boom che in effetti ci so no state, e gravi. Questo rilievo non vuoi suonare affatto critica alla condotta sindacale: vuole soltanto rilevare come la politica sindacale non possa mai prescindere da un esame globale dei problemi senza incorrere nella eventualità di errori anche abbastanza gravi.

Aggiungo, e ho finito per oggi, che, per parte mia, non ho mai sostenuto, o scritto, che i salari debbono, a priori, commisurarsi all'aumento della produttività. In una trattativa, che si inquadri nella visione globale dei problemi, l'aumento salariale può andare oltre, come può rimanere al di sotto. Si tratta cioè di valutare quali siano le conseguenze che nascono da un andamento salariale che rimanga al di sotto o si spinga al di sopra dell'aumento della produttività.

I repubblicani non hanno mai chiesto che i sindacati accettino, «a priori», un metro di commisurazione dell'andamento salariale, quasi un indice simile all'indice del costo della vita che è un'altra stortura del nostro sistema economico. Hanno chiesto che si discuta, intorno al tavolo della programmazione, che cosa una data decisione, venga presa nel campo dei profitti o dei salari o dei consumi e degli investimenti, comporta. Hanno chiesto cioè un comportamento razionale, che deve essere proprio dell'economia moderna, rispetto a un comportamento puramente accidentale od occasionale.

 

 

Riccardo Lombardi e Ugo La Malfa erano stati insieme nel Partito d'Azione e nella Resistenza, confluendo poi con i rispettivi amici politici, dopo la scissione del Pd'a il primo nel Psi e il secondo nel Pri. Reincontratisi politicamente nella costruzione della svolta a sinistra dopo l'esaurimento del centrismo, lavorarono insieme alla realizzazione delle più importante riforma di struttura che caratterizzò i governi di centro-sinistra, cioè la nazionalizzazione delle potenti industrie elettroniche italiane. Nutriti entrambi di forte preparazione economica, il dialogo tra loro si intrecciò con la polemica.

La discussione giornalista degli anni Sessanta nasce in particolare, dall'articolo pubblicato dalla Voce repubblicana del 12 novembre 1965, col titolo «Commento a Lombardi», articolo che faceva capo all'importante discorso pronunziato dal leader socialista al congresso del Psi qualche giorno prima. Lombardi rispose con una lettera pubblicata dalla Voce repubblicana del 16 novembre, qui riprodotta. A essa La Malfa replicò con l'articolo della Voce repubblicana del 21 novembre. Seguì un articolo di Lombardi sull'Avanti! del 25 novembre. Il segretario del Pri vi rispose con l'articolo sul quotidiano del suo partito, il 4 gennaio 1966, che segna con chiarezza, oltre che i punti di intesa tra i due interlocutori, anche i punti di disaccordo. Il principale dei quali fu, in definitiva, se la politica dei redditi potesse essere assorbita da un 'efficace politica di programmazione, come pensava Lombardi, o se essa ne fosse invece il fondamento, senza il quale non si sarebbe potuto incidere sulla condizione economica, come sosteneva La Malfa. Un punto, questo, che gli eventi successivi hanno chiarito.

La lettera di La Malfa all' Unità, in risposta a un'aggressiva valutazione di un suo discorso, fu pubblicata il 10 aprile 1966 e costituisce una delle più circostanziate illustrazioni fatta dal leader repubblicano della politica dei redditi, da lui proposta al Presidente del Consiglio e ai segretari delle tre confederazioni sindacali nel 1964. Intendeva, in particolare, reagire all'accusa che gli era stata più volte mossa di aver proposto il blocco dei salari. La risposta del quotidiano comunista, pur lasciando aperta una porta al dialogo, riprende moduli polemici più intensi alla delegittimazione dell'interlocutore che all'analisi delle sue tesi, e permette di puntualizzare le radici ideologiche e politiche da cui muoveva allora la posizione totalmente negativa del Pci.

 


da “Discutendo della sinistra”
di Ugo La Malfa
Editori Riuniti 1999

 

 

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