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Le garanzie della libertà

di Mario Pannunzio
da “L'estremista moderato” di Mario Pannunzio
1966

 

A diciassette anni, Vittorio de Caprariis lesse per la prima volta un libro di Croce, la Storia d'Europa. La sua vocazione di storico e di politico, l'ha notato lui stesso, nacque da quell'incontro. Del resto, passione civile e ispirazione ideale si congiungevano in una natura ardente, che venne poi maturando, negli anni della Napoli antifascista e liberale, alla scuola di Omodeo e di Chabod, suoi maestri di vita insieme con Croce. Nella covata dei giovani intellettuali meridionali, che furono più tardi chiamati da Aldo Garosci i «radicali del mezzogiorno», trovò presto il suo posto naturale. Quello che nei libri dei maestri aveva più intuito che scoperto, lo rinveniva giorno per giorno nella realtà che si svolgeva fiammeggiante sotto i suoi occhi. Non credo che molti altri giovani abbiano vissuto con altrettanta intensità un periodo storico così pieno di insegnamenti. Nemmeno nel Risorgimento era accaduto di vedere qualcosa di simile. Col crollo del fascismo, una generazione nuova, in una stagione brevissima, era sorta come un esercito, numerosa, ardita, intraprendente, e, con una contemporaneità che ha del miracolo, si era impadronita del potere, determinata a cambiare il volto del paese, nel più breve tempo possibile. L'esperienza di Vittorio de Caprariis si formò in quell'epoca straordinaria, osservando per così dire nel sottosuolo le vicende dei partiti, l'urto degli ideali e degli interessi, e meditando su un problema che doveva accompagnarlo lungo tutta la vita, e che a volta a volta ha cercato di approfondire rintracciandone le origini e gli sviluppi negli storici italiani del Rinascimento, nei pubblicisti delle guerre francesi di religione, nei dottrinari della democrazia ottocentesca, nei filosofi-sociologi dell'età presente:come nasce e perché muore la libertà. Sarà dunque possibile - si domanda - sottoporre la realtà fuggente e demoniaca all'ordine dei valori morali e spirituali, sciogliere la tensione di un conflitto che non si è mai risolto, ma anzi mette oggi in crisi le istituzioni moderne della libertà e dello stato di diritto?

Animale politico fino al midollo, de Caprariis non riuscirà mai a concepire il passato come una cosa morta. Sempre il suo sguardo si ferma a scoprire nel tempo passato i centri nervosi, i momenti esemplari, nei quali come sotto a una pelle si scorge il palpitare della storia in fermento. Nei libri e nei documenti d'archivio ricerca il prolungamento del presente, concentrando l'indagine su quei nuclei di pensiero in azione che si rivestono poi dei fatti e dei nomi che gli occorrono. Soltanto in questi limiti, si direbbe, la storia gli diventa parlante, conoscenza della realtà colta sul fatto. D'altra parte, nessuno come lui è refrattario alle filosofie moderne dell'angoscia e dell'informale, che tranquillamente rifiuta con un allegro atteggiamento di sfida. Il giovane storico non è di quelli che si esaltano alle cose buie e complicate: crede nella realtà e nella solidità delle categorie spirituali. Se l'uomo, per dirla con Vauvenargues, è oggi in disgrazia, bisogna pure che torni a rialzarsi e a collocarsi al centro dell'universo.

Ed eccolo, constantemente impegnato in una lotta nella quale gli interessi storici e le preoccupazioni del giorno si intrecciano. Non solo bisogna difendere gli ideali splendenti della libertà dalla sfiducia che sembra incrinarne gli istituti, ma occorre ricondurre le forze nuove e impazienti, oggi così minacciose, nei confini di un ordinamento ragionevole e umano, senza distruggere il patrimonio di civiltà liberale ricevuto dal passato. Con un fervore che mai si attenua, negli anni in cui la fede nelle cose che più gli stanno a cuore trovano scarsissimi proseliti, de Caprariis è sempre in campo, tutto armato di politica, con l'aria di chi si trova a suo agio sul terreno nemico, e si difende di fronte, sui fianchi, alle spalle: mescolato nei congressi, nei convegni, nelle scissioni, nelle fondazioni di nuovi partiti. E il de Caprariis che tutti abbiamo conosciuto, europeista, laico, radicale, meridionalista, antifascista: il vivissimo scrittore politico e saggista del «Mondo», il più attivo collaboratore di Francesco Compagna in «Nord e Sud»; un uomo che sa di far parte di una minoranza e di combattere battaglie non si sa bene se di avanguardia o di retroguardia, ma che ha sempre davanti alla mente un'ispirazione luminosa che lo guida, la concezione liberale, etico-politica della vita. E può parer strano che soltanto a un certo momento della sua vita egli parlidi «sollecitazioni del presente» che gli avrebbero fatto abbandonare certi studi per affrontarne altri più vivi e vicini. Le sollecitazioni del presente hanno sempre ispirato gli studi storici di de Caprariis, anche i più minuti ed eruditi. Certo, il primo libro su Guicciardini, del 1950, e la stessa sua opera maggiore, Propaganda e pensiero politico in Francia durante le guerre di religione, del 1959, hanno un accento diverso dal Profilo di Tocqueville che è del 1962. I tempi sono cambiati, e in Italia, all'ambiguo mortificato decennio che ha spento sul nascere le accese speranze della Liberazione, è succeduta un'epoca di movimento, di nuove lotte, di revisioni ideologiche. Con lo sguardo del politico, e vorrei dire con l'esperienza vissuta dell'uomo di parte, de Caprariis aveva studiato in Machiavelli e in Guicciardini la crisi politica e morale del Rinascimento italiano, mentre in Europa gli Stati si formavano come organismi autonomi e laici, ricchi di energia e di volontà di potenza. Con l'inquietudine e la trepidazione del liberale aveva indagato i motivi nuovi di civiltà e di libertà che trasparivano nella polemica tra ugonotti e «ligueurs», in Francia, durante la seconda metà del '500. Nei libertini e in Saint-Evremond, in particolare, aveva rintracciato quella concezione dell'uomo e del mondo «su cui già spirava il soffio dell'idea liberale». Da Guicciardini a Calvino, da Erasmo a Bodin, si passa ora d'un tratto a Tocqueville, a Benjamin Constant, agli storici e sociologi moderni americani, alla più recente storiografia sui partiti e le correnti politiche italiane. C'è una corsa di secoli, ma non un mutamento di rotta. L'inclinazione a vivificare la storia con la passione ideologica del presente sollecita de Caprariis a inoltrarsi in nuovi campi d'indagine e di meditazione. Nelle lotte sociali del '800, nello scontro attuale tra concezioni mistiche e concezioni laiche della politica, il giovane storico rintraccia avidamente quei semi della libertà che sembrano di tanto in tanto scomparire, ma che rigerminano poi misteriosamente nel silenzio e nella solitudine. Se i suoi interessi cambiano, vuoi dire che è lo spirito del mondo che muta, ma non il suo animo. Non so se sia stata soltanto la lettura della Democrazia in America di Tocqueville a strapparlo da «ugonotti e ligueurs» e a ringiovanire il suo impegno storico deviando la mente verso lo studio analitico della società moderna, scissa tra i principi in conflitto della libertà e dell'uguaglianza, della morale e della potenza: o non piuttosto un sentimento più acuto, quasi sofferente, del risveglio di tutte le malattie dell'epoca. Ma ci sono libri che si leggono in un certo momento e, vorrei dire, con uno spirito segretamente inappagato. Finora la lunga frequentazione degli storici machiavelliani e bismarckiani aveva dato una certa piega ai suoi studi, inducendolo a dar risalto, nel quadro dell'ideologia liberale, alla realtà dello Stato e della organizzazione della forza, vecchia tentazione storicista. Ora, proprio la lezione di Tocqueville, secondo padre con Croce, del liberalismo moderno, gli fornisce le nuove armi della critica, e lo libera come un vento dai vecchi vapori di una certa Realpolitik. Ecco il nuovo ordine di problemi: la società moderna, così mobile e dinamica, il livellamento egualitario, l'industrialismo, il moltiplicarsi delle fonti di potere, determinano una spinta nuova e irresistibile, che forse travolgerà le istituzioni e le garanzie della libertà, avviandoci a rinnovate forme di dispotismo. Siamo davanti a un paesaggio sconvolto; e lo sguardo che lo osserva appare mutato e febbrile.

De Caprariis non ha un atteggiamento di condanna verso questi nodi di vita, che stanno di giorno in giorno accelerando il loro moto di accrescimento e di conquista. La questione è un'altra: è quella del contemporaneo invecchiamento delle strutture politiche del passato, inadatte a contenere la tensione delle forze in movimento. È in grado, per esempio, il parlamento, col suo antiquato sistema di rappresentanza, di far fronte agli scontri che lacerano oggi il corpo sociale? «Noi siamo in ritardo di una costituzione, in ritardo di una riforma costituzionale» risponde de Caprariis. Ma, si chiede ancora, la crisi istituzionale è qualcosa di irrimediabile o è il prodotto di una crisi più generale e più profonda, la crisi stessa della coscienza democratica e degli universali valori liberali, ieri dominati, oggi logorati e semispenti? «A me sembra che la crisi sia innanzi tutto nella coscienza riflessa delle cose e delle ideologie, nella filosofia - risponde ancora de Caprariis - Non sono guaste le istituzioni e le ideologie politiche, è guasta la lente con cui noi le osserviamo». E parla di microscopio impazzito, della necessità di procedere a una ricostruzione filosofica della politica attuale, a un nuovo approach alla storia, a una teoria della storia laica e liberale.

«Non bisogna confondere - scrive - la libertà con gli istituti storici in cui si è di volta in volta incarnata».

Ed ecco che il politico, uscendo dalla meditazione storica e ideologica, entra subito nel vivo, attraverso l'esame dei mali odierni, mali determinati, di fronte ai quali non soltanto la teoria politica, ma la politica reale di ogni giorno si trova impreparata. Chi scorra queste Garanzie della libertà così compiute e stimolanti, mosse di tanto in tanto da una specie di slancio oratorio, vede dispiegarsi lo spettacolo del nostro presente, come in una vasta rappresentazione teatrale, con i suoi personaggi in abito di guerra, i suoi scenari agitati. E si direbbe che l'osservatore sia tentato qualche volta di uscir di platea e di saltare anche lui sul palcoscenico.

Sono presenti sulla scena i nuovi protagonisti del secolo, i partiti di massa, i sindacati, gli enti pubblici, i gruppi di pressione, le oligarchie economiche: come innestare questi organismi viventi desiderosi di potere nelle istituzioni democratiche dello Stato? Con quali regole e con quali prospettive di promozione sociale e di garanzie liberali? C'è il problema dei partiti, associazioni private, riconosciute per così dire di sbieco dalla costituzione, ma che sono oggi depositari di un potere immenso. C'è, legato al primo, il fenomeno nuovo degli «apparati» dei partiti, la cerchia subalterna dei funzionari, propagandisti, pubblicisti, figure anonime, che minacciano la libera vita interna delle loro organizzazioni, con l'irresponsabilità delle burocrazie di tipo industriale. Ci sono, peggio ancora, i gruppi di pressione, categorie ambigue di cittadini associati nella difesa di speciali privilegi, formazioni prive di controlli, ma potenti e misteriose. E lecita la loro esistenza in regime democratico? E, d'altra parte, l'attuale sistema elettorale, sottoposto alla disciplina ferrea dei leaders democratici, non alimenta una specie di mandarinato autoritario, indebolendo e alla fine distruggendo il potere esecutivo? Dovremmo dunque tornare al collegio uninominale? E l'istituto regionale, sul quale da un secolo si discute invano in Italia, potrà favorire la creazione di quei contrappesi, che Tocqueville già invocava, o piuttosto incoraggerà la disgregazione dello Stato, frantumando in minuscoli centri il potere, nuove forme di un moderno feudalesimo?

A tutte queste domande de Caprariis risponde col suo modo caratteristico, pieno di sfida e di realismo. A differenza di tanti teorici che non conoscono se non sulla carta la vita interna degli organismi democratici, il nostro giovane storico ha una rara esperienza di uomini di parte, che gli ha fatto conoscere fino nelle viscere gli ingranaggi delle nuove macchine del potere. Cita Tocqueville: «Le libertà non si possono tutelare al livello dei meccanismi costituzionali, come pretendeva il garantismo dottrinario, ma devono esser fatte valere al livello della società». In una società, dunque, che si rivela come non mai pressante, fluida, ramificata, diamo pure uno statuto giuridico ai partiti, regoliamo gli apparati, controlliamo i gruppi di pressione, istituiamo le regioni, mettiamo a punto il sistema elettorale, riformiamo il parlamento, ma innanzi tutto proponiamoci un esame generale della condizione in cui viviamo e ricordiamoci che ogni riforma va adattata al corpo delle cose, e che sistemi elettorali, partiti, sindacati, apparati, sono figli del suffragio universale, un fenomeno cioè naturale, e quindi irreversibile e necessario. Ogni giudizio moralistico è incongruo. Meglio queste pesanti macchine un po' arrembate, i partiti moderni, che danno tuttavia un senso di vitalità e di disciplina, riuscendo almeno a concentrare l'opinione pubblica su problemi generali e omogenei, piuttosto che i vecchi aggregati di clientele, le sparpagliate «alleanze degli eletti», fantasmi di un passato ormai sotterrato. Del resto, i guai dei nostri partiti non sono né diversi né maggiori di quelli dei partiti inglesi o americani. Né la democrazia spontanea, come ha dimostrato Gaetano Mosca, è mai esistita in natura. Non esisteva certo col collegio uninominale. Guardare ai partiti come a mostruose potenze infernali, vuol dire entrare nel campo della demonologia, e abbandonare quello della politica.

De Caprariis non ha dubbi sul primato della dottrina liberale fra le ideologie moderne in contrasto, che si presentano oggi come se ognuna d'esse fosse in grado di risolvere globalmente i problemi della convivenza sociale. La fiducia nel liberalismo e nella democrazia non è intaccata dalla consapevolezza del loro attuale svilimento. Il metodo liberale, quando non diventi uno stanco atteggiamento di conservazione, è il segno di una civiltà adulta, capace di ricevere continuamente dal basso lo stimolo al rinnovamento; carica di una forza creativa incomparabile. «Conosco per averla studiata nei suoi testi fondamentali - scrive de Caprariis in una pagina che si potrebbe mettere a conclusione di tutti i suoi pensieri - la critica liberale della democrazia, l'analisi delle sue insufficienze e dei pericoli che sono impliciti nel suo spiegarsi, e tuttavia mi pare che questa critica, se ci rende avvertiti dei rischi cui andiamo incontro, se consiglia di mettere da parte ogni entusiasmo ottimistico, non distrugge e non può distruggere la convinzione ragionata che il regime democratico, un regime, cioè, fondato sull'ordinato confronto delle idee, sulla libera competizione dei partiti, sul pacifico avvicendamento dei governi, sulla garanzia costituzionale delle libertà fondamentali, la convinzione, ripeto, che questo regime, se non è perfetto, è pur sempre il migliore che sia stato escogitato finora».

Fatto singolare: questi saggi, che appaiono legati da una connessione costante e che finiscono per assumere un carattere di vero e proprio trattato di teoria politica e costituzionale, sono nati dalla occasione, in tempi diversi, nel fuoco della polemica: un congresso socialista fornisce a de Caprariis l'opportunità di intrattenersi sugli apparati; una tavola rotonda gli fa rimeditare la questione delle élites e delle formule politiche; una certa dichiarazione del presidente del Senato gli fa toccare il tema del finanziamento dei partiti.

«Le istituzioni sono anche passioni» scrive in uno di questi saggi. Una esclamazione che potremmo trovare in Tocqueville. Ma la scoperta di Tocqueville è l'incontro tra due anime affini. C'è nell'uno e nell'altro una patetica volontà di capire, un'ansia di penetrare nel cuore delle cose, senza illusioni ma senza rassegnazione. Da severo storicista, de Caprariis non crede nelle «città felici», non prepara liste per le trattorie dell'avvenire. La passione civile, la passione dell'oggi animato e vivente, brucia in silenzio come un fuoco senza fiamma. Soltanto quando si sdegna contro gli ideali mortiferi del presente, il suo respiro si fa un po' più affrettato. A meno di quarant'anni si sente calmo, sicuro, un po' altero, come chi sa di possedere un'esperienza e un patrimonio morale aspramente acquistati. Non ha esitazioni, lui che ha trascorso quindici anni sui testi del Guicciardini, di Gabriel Naudé, di Erasmo, di Saint-Evremond, a trattenersi sulla questione della legittimità dei funzionari di partito ad assumere cariche pubbliche, o sul problema del cannibalismo di lista nelle elezioni politiche. Raro esempio, tra i nostri giovani storici, così superbi di tenersi appartati in un loro monastico ritiro. «Vittorio de Caprariis - ha scritto Francesco Compagna - è stato di quei non molti giornalisti politici del nostro paese che hanno smentito, con la loro attività, il pigro alibi della semplificazione ad uso del pubblico; e che non hanno mai dato segni di insofferenza moralistica nei confronti delle vicende politiche che dovevano commentare, anche quando queste vicende si presentavano deludenti, o grigie, o semplicemente meno suggestive di come si erano immaginate. Perché Vittorio de Caprariis, come tutti i grandi giornalisti politici, amava la politica».

Pochi mesi prima di morire, per non so quale senso di premonizione, Vittorio de Caprariis cominciava un articolo citando Montaigne: «Sono trascorsi quindici giorni da quando ho varcato la soglia dei trentanove anni, e probabilmente ne vivrò altrettanti...». Strana coincidenza: in una piccola biografia di Pascal leggo per caso: «E se muore a trentanove anni, e perché il suo corpo non ha potuto resistere alla tensione del suo spirito». Vittorio de Caprariis è morto a trentanove anni, nel momento in cui la tensione del suo spirito insoddisfatto aveva raggiunto il punto più alto. Eppure si sente che la parte migliore della sua opera era appena agli inizi. La morte lo ha sorpreso quando intorno al suo nome, diventato ormai d'esempio, si era formato qualcosa di più di una speranza e di un'attesa. Dottrina, rigore, impetuosità, un sentimento potente di idealismo, rappresentavano le promesse di una personalità energica e attraente, che fin dal suo apparire aveva spiccato solitaria tra gli scrittori politici della sua generazione.

Questo libro di saggi, Le garanzie di libertà, esce postumo. Altri volumi seguiranno nei prossimi mesi, raccolte di studi storici e politici, inediti o introvabili. Sappiamo del resto che avrebbe dovuto portare a termine, in tempo brevissimo, una storia d'Italia dopo la Resistenza, ampliare uno studio sui partiti italiani durante la prima guerra, arricchire di nuovi capitoli il suo Profilo di Tocqueville, correggere le bozze di una storia dell'età della Controriforma. La varietà degli argomenti indica una simultaneità di interessi e una regolarità di lavoro fuori del comune. Si può immaginare con che impegno avrebbe percorso il suo cammino, con quale pienezza ormai di conoscenze storiche e di prospettive politiche, se la sua stagione non fosse stata interrotta. Ma già dagli sparsi frammenti della sua «opera in progresso» si può misurare quanto la cultura e la vita morale del nostro paese abbiano perduto con la sua scomparsa. Sarà un amaro compito per gli amici di dover parlare di lui come se fosse ormai un personaggio storico o una figura letteraria già delineata e intera, e non l'uomo puro, libero, appassionato che ha lasciato la sua immagine in un messaggio incompiuto nel quale il nostro tempo inquieto può riconoscersi.

 

1966

 

Mario Pannunzio

 

da “L'estremista moderato”
di Mario Pannunzio - Saggi Marsilio 1993

 

 

 

 

 
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