I fondamenti ideali del Partito d'Azione |
di Adolfo Omodeo |
in “Libertà e storia” scritti e discorsi politici |
Nell'Italia che si va liberando dal fascismo s'intravede un nuovo orientamento politico. Grandeggia il problema della libertà. Esso occupa anche i comunisti, che seguono la dottrina illiberale di Carlo Marx, almeno quelli che, oltre che della disciplina di partito, si preoccupano dei problemi di dottrina. Anche l'operaio ha inteso, a traverso la tirannide fascistica e l'amara servitù dell'officina, che la libertà non è una menzogna borghese, come si blaterava, ma il primo dei beni, il presupposto di ogni redenzione degli umili.
Chi ha rimeditato e svolto, proprio sotto l'oppressione fascistica, la nuova dottrina è stato Benedetto Croce, la cui immensa opera culturale-politica non può ancora essere adeguatamente apprezzata da noi che siamo troppo sotto gli avvenimenti. Egli ha separato completamente la dottrina della libertà dal liberalismo economico e da ogni edonismo ed utilitarismo. La libertà politica gli è apparsa strettamente connessa con quella morale, da cui ipocritamente i filosofi venduti al fascismo volevano separarla. La libertà politica è la stessa libertà morale, che si afferma, che crea le condizioni della dignità umana, che vuole dovunque elevare gli uomini al valore che li separa dai bruti. Essa si espande da chi la ha a chi non la ha, vuole la redenzione dei popoli e delle classi asservite. Religione del mondo moderno, essa deve esserne il principio costruttivo e redentore. Di fronte ad essa passa in secondo ordine anche la giustizia, perché una giustizia fuori della libertà, figlia dell'astratto intelletto, sarebbe uno spaventoso letto di Procuste, la mutilazione dell'uomo. La libertà è il principio regolativo della giustizia.
Dal confluire della passione per la libertà e di questa nuova dottrina liberale, che si distacca in molti aspetti dal liberalismo del secolo scorso, il quale considerava la libertà piuttosto come beneplacito, come sovrano uso di sé e del proprio che non come dovere, nasce una nuova azione politica. Il liberalismo che pareva spegnersi vent'anni fa, contro cui Mussolini e i suoi servi lanciavano sprezzanti ingiurie, risorge battagliero, con un'animazione che si genera dalla sua coscienza religiosa. Non teme l'urto con le parti avverse, non ha le paure che paralizzavano il vecchio liberalismo di fronte all'agitazione proletaria. Ha conseguito un dinamismo nuovo perché nella trasformazione, già accennata, la fede del Cavour si è arricchita di fermenti mazziniani, epurati dall'involucro dei miti del 1830 che li ravvolgeva e li inceppava : perché, come è noto, il grande agitatore non ebbe mai il tempo di rivedere criticamente il proprio pensiero. Il motivo cavouriano del progresso e delle riforme è venuto a coincidere con l'anelito missionario del Mazzini. Il quale irrideva la libertà quietistica, la formula « libertà per chi la possiede » e propendeva per quella forma missionaria, che noi possiamo definire della « libertà liberatrice ». Noi abbiamo appreso con durissime esperienze che la libertà si mantiene solo espandendosi, ampliando la cerchia dei liberi, combattendo una lotta perenne contro tutte le servitù. In tale processo l'ideale diviene metodo che investe e risolve successivamente i più svariati problemi. Il Cavour, seguace del liberalismo «juste-milieu» della monarchia di luglio, superò il punto morto in cui esso s'era fermato, applicando il principio liberale alla soluzione del problema delle nazionalità. Analogamente, non pochi problemi di vita moderna vanno affrontati con tale metodo, che si è spogliato da ogni legame con la dottrina meramente economica designata col nome di liberismo. Non si tratta affatto di associare due principi eterogenei come fanno taluni di scarso vigore logico, che affiancano alla libertà un po' di marxismo, e confondono col materialismo storico un principio etico-religioso, bensì si tratta di affrontare i problemi concreti del presente con l'animo dell'uomo libero e darvi la migliore soluzione. Nel nostro mondo importa non poco educare alla libertà il mondo operaio, far si che i lavoratori sappiano autonomamente, per energie proprie, amministrare un sindacato, eliminando la losca figura dell'organizzatore professionale, che sa adattarsi e al rivoluzionarismo rosso e alla reazione nera. Importa che la classe dirigente si formi con la leva di tutte le energie migliori, con una educazione di stato che consenta anche al figlio del proletario, se ben dotato, di ricevere la consegna di tutto il patrimonio culturale e dell'esperienza storica necessaria per operare (tanto più che i ceti dei possidenti rurali, che un tempo fornivano uomini ben allenati alla direzione degli affari pubblici, paiono esauriti e i ceti industriali e commerciali hanno un singolare daltonismo per tutto quanto esce dalla cerchia dei loro affari e sanno mirabilmente guastare i propri figli).
Il liberalismo conservatore della vecchia destra che tenne per sedici anni il governo dell'Italia dopo il Cavour sosteneva la propria prassi politica - per esempio nell'opera del De Meis Il Sovrano - affermando che in Italia esistevano due popoli : quello che pensa e quello che vive di immaginazione e di passione (donde la necessità della monarchia media-trice fra questi due popoli). Oggi, dopo ottanta anni di unità dobbiamo riconoscere che questo dualismo tende a scomparire e dobbiamo collabo-rare a che il processo si chiuda, e in Italia la distinzione dei ceti sociali scompaia, come di fatto è scomparsa ai due estremi del mondo, negli Stati Uniti ed in Russia. L'importante è che il paese possa produrre un'«élite», una classe dirigente; cosa affatto diversa da una classe sociale. Di fronte alla plutocrazia, - che esaurisce nel monopolio il ciclo del liberismo economico, e che pure cerca di giustificarsi con la tesi del liberismo che essa ha distrutto, - questo nuovo orientamento spirituale, sciolto da ogni legame con l'economia, può anche accettare forme di collettivazione sempre però che non creino il Leviathan statale, distruttore di tutte le libertà. Su questa difesa della libertà l'intransigenza è assoluta.
Certamente, di fronte a questo indirizzo attivo, che ama designarsi Partito d'azione, si adombrano parecchi liberali conservatori, che credono di seguire le tradizioni della Destra storica, e che soprattutto han paura del comunismo. Ma la paura in politica come in guerra è cattiva guida: in questo caso trasformerebbe il liberalismo in progenitore di reazione, come purtroppo è spesso avvenuto dal 1848 in poi. Inoltre il conservatorismo liberale della vecchia Destra, che aveva il difetto di mettere la sordina sui motivi progressistici del liberalismo cavouriano, si giustificava ampiamente con la necessità di conservare e lasciare consolidare l'opera politica del Risorgimento. Ora, purtroppo, questo patrimonio dei padri è stato follemente dissipato dalla dittatura. Urge ricostruire e riassestare il popolo italiano. L'azione politica non può essere intesa esclusivamente come opera di abilità e d'opportunità; gravita invece sul problema del ridestamento e della creazione delle energie, motivo schiettamente mazziniano : insiste sul risveglio pieno ed orgoglioso della dignità civica, del cittadino che riprende pieno possesso della cosa pubblica. Naturalmente questo partito si espone a rischi, affronta situazioni pericolose, può subire insuccessi e rovesci, ma sente in sé capacità di rinnovamento e di rinascita.
Adolfo Omodeo
in “Libertà e storia” scritti e discorsi politici

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