da “la Repubblica” di sabato 28 febbraio 2009 di Giuseppe Ossorio
A Belfiore e a Oddati si chiede definizione dettagliata del Piano di
gestione nel suo complesso. E i tempi non potranno essere biblici
A Napoli le “finte ripartenze” che preoccupavano Giustino Fabrizio nel suo articolo, all’indomani dell’inaugurazione del San Carlo, sono sempre dietro l’angolo. Ricapitoliamo. A Bagnoli si ferma il progetto di trasformare una parte di quell’area in una Cinecittà napoletana; poi, 24 ore dopo, il progetto riparte. Nella zona orientale è a rischio la bonifica. La riqualificazione del centro storico va assumendo i connotati di una storia infinita.
Proprio perché di “finte ripartenze” è piena la storia di Napoli, ci sembra benemerita l’attenzione di oltre trenta associazioni di cittadini sulle condizioni degradate del centro storico. Come è stata meritevole anche l’azione svolta in questi anni da intellettuali, professionisti e cittadini sensibili alla rinascita del “cuore antico” della città. Questa crescita civile avrà un senso se il potere politico ne valorizzerà le competenze e ne apprezzerà la trasparenza.
Condividiamo, quindi, l’attenzione e la preoccupazione di quelle associazioni e di quegli intellettuali sugli aspetti finanziari e di contenuto del “Grande Programma per il Centro Storico”. Questo è il titolo pomposo del documento preliminare del comune. Per quel programma sono stati stanziati 220 milioni che provengono dai finanziamenti europei. E individuati ben 144 interventi fra chiese, monumenti, palazzi e strade, in un’area dove convivono precarietà sociale e servizi pubblici decrepiti. Il problema è che dei 220 milioni, 60 saranno stornati per completare i cantieri per i restauri aperti dalla Sovrintendenza e altri 50 milioni sono già finalizzati per l’Albergo dei Poveri, che da solo richiederebbe 450 milioni. Vorremmo essere smentiti, ma se fosse vero rimarrebbero appena 110 milioni di euro per i 144 interventi catalogati. Pochi per un programma verosimile ed attendibile.
C’è, poi, un secondo aspetto importante quanto il precedente. La giunta comunale dovrà uscire dal vago e redigere al più presto il Piano di Gestione, previsto dalla legge 77 del 2006. In esso dovranno essere definite con urgenza “le priorità di intervento e le relative modalità attuative, nonché le azioni esperibili per reperire le risorse pubbliche e private necessarie”.
E’ legittimo che le istituzioni si debbano esprimere sulle scelte del Piano. E’ anche auspicabile, però, un confronto con quelle associazioni di cittadini e quegli intellettuali che hanno arricchito il dibattito cittadino e la vita civile di quei quartieri. Il rapporto con il mondo professionale e le facoltà universitarie competenti non potrà ridursi ad una aleatoria illusione di partecipazione, confermativa di una programmazione già decisa. La solitudine delle scelte porta sempre all’isolamento del potere politico, a un evidente distacco, ad una frattura con la cittadinanza.
Il confronto e l’ascolto con la pubblica opinione non è un fastidio da rimuovere, anzi irrobustisce il tessuto sociale. Così la vicenda secolare del centro storico di Napoli avrà la prima seppure parziale risposta, dopo decenni di amnesia. Altrimenti, si impantanerà fra mille polemiche e finirà anch’essa con l’iscriversi fra “le finte ripartenze”.
Il professore Pasquale Belfiore, assessore titolare del Supporto tecnico al recupero del centro storico, e Nicola Oddati, assessore al centro storico, saranno i registi delle scelte operative del Piano di Gestione. Ma l’ultima parola sarà della Cabina di regia presso la regione.
Intanto, proprio Belfiore, su Repubblica di domenica scorsa, ha preannunciato tre interventi: la Cittadella degli studi nella zona dei Decumani, la destinazione del Maschio Angioino come Museo civico di Napoli, la riqualificazione di Piazza Mercato con la ignominiosa “palazzata” prospiciente via Marina.
A Belfiore e a Oddati chiediamo l’intera definizione dettagliata del Piano di gestione nel suo complesso. E i tempi non potranno essere biblici. Al di là della curiosità di conoscere meglio le aree dove il Comune di Napoli ha scelto di intervenire - solo in parte soddisfatta dall’articolo citato -, la redazione tempestiva del Piano è necessaria, proprio per la possibilità dell’intervento privato, sottolineato da Belfiore. Sarebbe urgente dettare una normativa nella quale siano previste le opere a cui assoggettare gli edifici privati contigui agli interventi pubblici.
Il finanziamento europeo finalizzato dalla regione di 220 milioni è ancora troppo esiguo. Saranno necessari altri impegni finanziari per un piano di rinascita del centro storico di Napoli. Comunque, è un’occasione da non sciupare per migliorare quel famoso decoro urbano, concetto ormai dimenticato sia dagli Amministratori pubblici che da molti cittadini, ahimè di questa città.
Ci appelliamo anche noi al Presidente della regione, Antonio Bassolino, e ci associamo ad un precedente articolo su questo giornale di Aldo Loris Rossi, perché il Piano di gestione, che andrà alla Cabina di regia regionale, sia meno particolaristico e più di sistema, proprio per risanare il “cuore antico” della città. Infine, segnaliamo la necessità che nella Commissione per il Piano di gestione e nella Cabina di regia regionale siano previste, in piena trasparenza, personalità di alto profilo, con grande esperienza nel campo del recupero che con la realtà napoletana non hanno avuto a che fare solo dai reportage dei giornali.
di Giuseppe Ossorio da “la Repubblica” di sabato 14 febbraio 2009
E’ importante che la Chiesa cattolica, da Napoli, abbia dedicato alle condizioni del Sud una riflessione pubblica di due giorni, per lanciare un appello alle forze vitali della società meridionale e per togliere spazio ai clan della camorra. E, soprattutto, per chiedere maggiore attenzione verso il Mezzogiorno. La chiamata a raccolta dei vescovi del Sud da parte del cardinale Crescenzio Sepe, in particolare per le condizioni di Napoli, è stata ricordata da Repubblica con un intervento di Paolozzi. L’iniziativa del cardinale, riconosciamolo, ha colmato un vuoto politico ed è stata resa ancora più incisiva dalle sue parole: “E’ tempo di uscire dalle sagrestie per dare voce a chi non ha voce, per sostenere i più deboli”. Questa supplenza, però, non deve essere un alibi e non può trovare inerte la classe politica. Ci chiediamo per quanto tempo ancora potrà continuare l’assenza dei tanti parlamentari meridionali dall’impegno di rappresentare gli interessi del Sud. Il vuoto del potere pubblico va colmato subito, per evitare che, nella larga area dei casi bioetici, il naturale confronto fra lo Stato e la Chiesa danneggi la reciproca autonomia.
I dilemmi della bioetica sono tali che ci consentono un richiamo non retorico a Benedetto Croce, che probabilmente pose in chiaro la questione della reciproca autonomia. Il filosofo pronunciò in Senato il suo discorso sui Patti Lateranensi il 24 maggio 1929. Quell’intervento è di una straordinaria modernità e di eccezionale freschezza. E rimane, ancora, di grande importanza per chi voglia interrogarsi sul rapporto fra lo Stato e la coscienza morale. Molta acqua, si direbbe, è passata sotto i ponti. Nonostante ciò il rapporto fra lo Stato italiano e Chiesa rimane ancora il nodo centrale della vita politica del nostro paese. Si ripresenta, periodicamente, a volte con benemerenza per rimediare, come in questa occasione, all’assenza di una coerente politica per il Mezzogiorno.
Quello di Croce fu l’unico discorso di opposizione e, come raccontano le cronache parlamentari, fu interrotto in aula più volte. Irritò molto Mussolini che indicò il filosofo come “imboscato della storia” accanto “agli imboscati della guerra”. Quel discorso è più che mai attuale. E ritorna alla mente nel ricordare l’epilogo e l’asprezza della discussione nei giorni scorsi al Senato della lunga e triste vicenda di Eulana Englaro. Vi è stato, contemporaneamente, uno scontro pericoloso fra i poteri dello Stato e un conflitto latente fra il potere dello Stato e le vicende personali dei singoli cittadini. I problemi bioetici, che si sono affacciati con prepotenza negli ultimi decenni nella vita nazionale di tutti gli stati occidentali, rappresentano la cartina al tornasole dei rapporti complessi e delicati fra lo Stato, la Chiesa e le libertà individuali dei cittadini.
Quanto fosse cruciale il problema dei rapporti tra il neo Stato e la Chiesa è facilmente intuibile e Croce ne avvertiva tutta la complessità. Per intendere l’atteggiamento del filosofo bisogna tener conto dell’influenza che ebbe la tradizione risorgimentale. La nascita e il consolidamento di un partito conservatore, che si proiettasse in una formazione di centro, cioè di mediazione dei conflitti e dei contrasti, e che fosse innovatore e di freno al tempo stesso, presupponeva l’appoggio o, se non l’appoggio, la benevola astensione dell’unica grande istituzione millenaria che abbia l’Italia: la Chiesa di Roma. Bisognava risolvere, dunque, un problema di coesistenza tenendo conto di un oggettivo conflitto fra lo Stato che affermava i principii liberaldemocratici e il potere assoluto della Chiesa
Croce intuiva lo stretto collegamento fra la libertà e il genuino sentimento religioso. “Certo - sono parole sue – ricominceranno spasimanti e sterili lotte su fatti irrevocabili e pressioni e minacce e paure, e i veleni versati nelle anime dalle pressioni, dalle minacce, dalle paure.”
Queste parole sono tornate attuali, come pronunciate ieri, di fronte a ciò che è accaduto per il caso Englaro: il Parlamento, il Paese intero lacerati, la stessa Costituzione tirata in ballo con la sua più alta espressione, la Presidenza della Repubblica. A nostro modo di vedere, la stessa Chiesa del dialogo è in imbarazzo.
Ecco, in questi giorni nei quali si ricordano gli ottanta anni dal Concordato le forze politiche devono guardare con rispetto alla Chiesa che si mobilita per il nostro Sud, che stigmatizza le leggi ‘razziali’ sull’immigrazione ma che, per il bene di tutti, deve tener conto della laicità dello Stato e la dignità delle libertà individuali proprio in questo Mezzogiorno d’Italia dove il concetto della giurisdizione e dell’autonomia delle sfere di influenza è stata sempre viva.¦lt;br />
di Giuseppe Ossorio da “la Repubblica” di sabato 14 febbraio 2009
Ci auguriamo che il Parlamento italiano non voglia macchiarsi, dopo settant’anni, promulgando di nuovo una legge razziale. Perché di questo si tratterebbe se il Senato della nostra Repubblica confermasse il disegno di legge approvato dalla Camera dei deputati nel quale si concede la possibilità ai medici di denunciare gli immigrati clandestini che ricorrono alle loro cure.
Provvedimento tanto più odioso e vile perché approfitta della debolezza della malattia.
Non vogliamo nemmeno commentare le obiezioni di chi teme che, sottraendosi alle cure per timore delle denunce, gli immigrati possano diffondere malattie o epidemie fra la popolazione italiana. E nemmeno vogliamo preoccuparci di quella che sarà, certamente sarà, la reazione, brusca, che prima o poi si scatenerà tra gli immigrati regolari, come già è accaduto nelle periferie di Parigi.
Non vogliamo commentare tutto ciò perché la questione che si pone è una questione di principio, di principio morale profondo e sentito.
E ci fa piacere di aver constatato che i vescovi, i medici cattolici e il laico Ordine dei medici hanno immediatamente reagito contro il decreto.
La legge dunque rimarrà sulla carta, inapplicata, mentre il nostro Parlamento e dunque il nostro paese avrà perso onore e fiducia nel consesso internazionale.