da “la Repubblica” di mercoledì 30 settembre 2009 di Giuseppe Ossorio
L’urbanistica a Napoli è materia infiammabile. La combustione è immediata se si parla di rinnovamento o di riqualificazione del patrimonio urbano. Si ripresenta, all’istante, il partito del no assoluto che si fronteggia con quello dello sviluppo edilizio.
Prendiamo il “Piano Casa” approvato dalla Giunta regionale fin dal maggio scorso. La Campania, in questa occasione, era stata la prima a prevedere misure urgenti per il rilancio dell’attività edilizia, dopo l’intesa di fine marzo fra lo Stato e le Regioni. Ebbene, da maggio ad oggi ben 12 Regioni hanno approvato una legge per l’intervento straordinario nel settore abitativo, mentre il nostro Consiglio regionale, forse, solo in queste ore dovrebbe dare inizio alla discussione in aula. Nel frattempo la commissione consiliare ha rimaneggiato il disegno di legge della Giunta e non sappiamo se lo ha migliorato o lo ha peggiorato. Lo vedremo.
Sappiamo che la materia è delicata. Perciò, auspichiamo che si trovi un punto di equilibrio, come scriveva Francesco Compagna su “Nord e Sud”, dopo il terremoto del 1980, “che può consentire di sbarrare gli spazi alla speculazione e di allargare quelli necessari per dare alla imprenditorialità la possibilità e la convenienza di contribuire ad avvicinare l’offerta di case alla domanda”. Parole sulle quali dovrebbero riflettere i nostri consiglieri regionali. A quell’auspicio, oggi, possiamo solo aggiungere che si dovrà tenere conto di una migliore qualità dell’edilizia urbana rispetto a quella postbellica, che, tranne qualche rara eccezione, è da rottamare perché è decisamente brutta e priva dei requisiti antisismici.
Il rilancio della produzione edilizia può essere un “obiettivo” perché avvicina l’offerta di case alla domanda. Ma è anche uno “strumento” perché l’industria delle costruzioni si presta ad una manovra anticiclica, di contrasto congiunturale, con effetti positivi per l’intero sistema economico. E’ un settore a basso contenuto di importazione e di spreco di energia; induce, inoltre, alla produzione tante altre piccole imprese collegate; ed ha un effetto positivo sull’occupazione.
In Campania si stima che vi sia un alto fabbisogno abitativo insoddisfatto. Esso è una delle cause del fenomeno rilevante dell’abusivismo e del consumo del suolo agricolo. Ci convince, quindi, una legge che semplifichi e definisca senza difficili interpretazioni le funzioni e il procedimento amministrativo, per consentire una rapida attuazione degli interventi di riqualificazione urbana ed ambientale del territorio. Ne beneficerebbe il tempestivo rilancio delle attività edilizie residenziali, anche per rispondere ai bisogni abitativi delle famiglie disagiate. A veder bene, poi, nei fatti è delineata una zona di decompressione del carico abitativo, che esalta il “corridoio Nord-Sud” che va da Capua a Battipaglia. Tutto ciò non contrasta, e non deve contrastare, con l’esigenza di garanzia del governo del territorio: il Consiglio regionale deve fissare le percentuali di aumento della volumetria ed escludere gli ambiti a rischio idrogeologico come quelli di valore paesaggistico e culturale che devono essere salvaguardati. In questa materia è indispensabile l’equilibrio ed è necessaria la collaborazione fra la Regione e gli Enti locali, che deve essere specificata in modo chiaro nella prossima legge.
Se perdessimo quest’altra occasione, finiremmo col ritrovarci in una regione afflitta da gravi e difficili problemi, per le cui soluzioni la sinistra riformista e la sinistra radicale non si rivelano disposte, nei fatti, a trovare quegli indispensabili punti di incontro, senza i quali ogni ipotesi di governabilità sembra sfumare. E non sarebbe la prima volta.
da “la Repubblica” di giovedì 10 settembre 2009 di Giuseppe Ossorio
Nessuno sa quando si uscirà da questa grave crisi economica e in quali condizioni verseremo in Campania allorché il ciclo invertirà la tendenza. Di sicuro c’è che nelle prossime settimane la Cassa integrazione guadagni nella regione avrà un’impennata che metterà a dura prova la nostra coesione sociale. Migliaia di posti di lavoro sono a rischio. Gli 8.000 docenti precari della regione sono un drammatico preavviso della crisi occupazionale che ci investirà in autunno.
Era prevedibile perciò che l’Associazione degli industriali della Campania avrebbe avvertito gli effetti della grave recessione economica e che sarebbe intervenuta chiedendo alla Regione un ruolo attivo, in attesa che il governo nazionale batta un colpo. Segno della volontà di contribuire ad uscire dall’angolo da parte di chi rappresenta interessi vitali e non virtuali dell’economia regionale. La Confindustria campana ha indicato tre comparti tradizionalmente forti della nostra economia, nei quali concentrare le risorse economiche regionali. Il Presidente degli industriali, Giorgio Fiore, suggerisce, dall’inserto Sud del Sole 24 Ore, di indirizzare gli investimenti della Regione nel settore aeronautico, ferrotranviario e, più in generale, dei trasporti. Gli industriali puntano “su iniziative di concreto impatto sul tessuto produttivo”. La proposta in effetti trova un riscontro nella realtà, perché nel settore dei trasporti su ferro, la regione Campania, piaccia o non piaccia, ha dimostrato concretamente di possedere una capacità di progettazione e, quello che più conta, di realizzazione ben superiore a tante altre regioni del nord, di solito più e meglio organizzate. Da una lettura dei bilanci, intanto, rileviamo che la spesa regionale in investimenti delle aziende dei trasporti su ferro alimenta un indotto di circa il 70% a favore delle industrie della Campania, per materiale rotabile e costruzione di infrastrutture. Nei tre comparti indicati, inoltre, operano imprese private di grandi e medie dimensioni, di elevata capacità e competitive, in grado, a loro volta, di stimolare un ulteriore indotto.
D’altro canto, il finanziamento di 240 milioni assegnato dal CIPE alla regione Campania, nel mese scorso, è destinato ad una serie di opere strategiche proprio nelle infrastrutture dei trasporti, nell’area metropolitana napoletana. E’ stato possibile assicurarci quel finanziamento cospicuo appunto perché le opere indicate sono state riconosciute dal governo tutte “immediatamente cantierabili”.
Fra il 2000 e il 2006, è stato speso per la realizzazione di infrastrutture nei trasporti molto più della dotazione iniziale di 625 milioni prevista dal Programma Operativo Regionale (POR). Si è raggiunto, infatti, quota 973 milioni come premio per la capacità di spesa dimostrata all’Unione Europea, (fonte Acam), legata ad una progettualità e ad una attuazione dei programmi che non si inventano dall’oggi al domani, anzi che vengono da lontano e che per completezza bisognerebbe ricordare. Dal 2000 ad oggi il 59% degli investimenti complessivi della regione, provenienti da diversi fonti di finanziamento, hanno riguardato il trasporto ferroviario.
La proposta della Confindustria regionale, quindi, convince, perché innerva un tessuto industriale ancora competitivo e di ottimo livello in una realtà della pubblica amministrazione che, finora, si è dimostrata efficiente. Tutto qui. E non è cosa da poco se si considera che dall’ammodernamento e dal potenziamento dei trasporti pubblici è emersa un segmento di politica industriale della regione. Ovviamente, così si possono ottenere solo dei risultati parziali per attutire in parte una congiuntura negativa. Queste iniziative non potranno mai essere risolutive di una condizione economica di eccezionale difficoltà, né sostitutive di un impegno del governo centrale che ancora si attende.
Si è coniugato un riequilibrio del territorio e una migliore mobilità con una politica industriale, seppure di settore. E si è consentito pure ad un sistema industriale di crescere e creare competenze e innovazioni che sono le vere carte vincenti per il prossimo futuro. Altro che Piedigrotta, con tutto il rispetto per la magia dei fuochi.